Franco Celenza, Note in margine a Il fiore della poesia arabo-islamica

(Il volume, a cura dello stesso Franco Celenza, è inuscita per putoacapo)



1 – LE PRIME INDAGINI GEOGRAFICHE DELL’ARABIA


Nel 105 d. C. Roma, con l’imperatore Traiano, conquistò l’Arabia che divenne Provincia Araba. Con la “Storia naturale” (Naturalis historia) scritta in 37 libri da Caio Cecilio Plinio il Vecchio (23-79 d. C.) e pubblicata postuma dal nipote Plinio il Giovane, nasceva una vera enciclopedia su temi come la geografia, l’astronomia, l’antropologia, la zoologia, la botanica e la medicina vegetale, frutto della lettura di circa duemila volumi dei più antichi geografi e storici greci.

All’epoca nacque il “Trattato di geografia” in otto libri di Claudio Tolomeo (II sec. d. C.) astronomo, matematico, geografo, fisico e cronologo, la cui opera fu conosciuta in Italia fino al Quattrocento in una versione latina, stampata la prima volta a Vicenza nel 1464. Queste prime scienze geografiche avrebbero in seguito consentito di avviare le prime indagini di carattere geografico intorno alla penisola araba.

Dopo la nascita dell’Islàm nel VI-VII secolo d. C., fiorì dal Medioevo al Rinascimento un’abbondante letteratura geografica in arabo ma ancora del tutto sconosciuta nell’Europa di quei tempi. La “Geografia” di al-Idrisi fu stampata solo in forma di compendio anonimo a Roma nel 1592, poi tradotta in latino (Geografia Nubiensis), ad opera di due maroniti (1619), membri cioè della comunità cattolica del Libano, di rito siriaco, dipendenti dal patriarcato di Antiochia. Del viaggiatore arabo Ibn Battuta, partito nel Trecento dal Marocco per visitare tutto l mondo musulmano fino all’Estremo Oriente, si conobbe solo un compendio del 1829.

Fu la ricerca del primato nel commercio marittimo che, dando impulso alla navigazione nei mari lontani, rivelò meglio l’Arabia all’Europa. Poi il Portogallo, l’Inghilterra e l’Olanda furono spinti dalla concorrenza commerciale a nuovi viaggi in Arabia, in Aden e nello Yemen. L’inglese Pitts, nel secolo XVII, catturato in mare e fatto schiavo, convertitosi all’Islàm, visitò Medina e La Mecca lasciandone testimonianza nel libro “The faithful account of the religion of Mahometans”.

La prima spedizione scientifica in Arabia fu quella del danese Karsten Niebuhr, patrocinata dal re Federico V (1761) e la sua relazione fu pubblicata a Copenaghen nel 1772. Nell’Ottocento lo svizzero Johann Buckhardt, su incarico della “British African Association”, scrisse le sue relazioni del viaggio in Oriente: “Travels in Arabia” (Londra 1829) e “Notes on the Bedouins and wahabys” (Londra 1831). Fu lui per primo a rivelare agli europei le rovine di Petra, visitate ed esplorate nel 1812.

Nel Novecento, durante la prima guerra mondiale, fu strumento importante per la politica inglese nei confronti della penisola araba, il capitano G. E. Leachman che fu molto caro a quelle popolazioni e spesso fu sostenitore della loro causa.

Seguirono altri viaggiatori che descrissero le città sante come A. I. Wawell che le illustrò dal 1908 al 1909, ed E. Rutter, che nel suo libro, “The holy cities of Arabia” (Londra 1928, 2 vol.) descrisse La mecca e Medina. Il più popolare viaggiatore e conoscitore dell’Arabia fu Thomas Edward Lawrence, durante la prima guerra mondiale, che scrisse “The seven pillars of Wisdom” e “Revolt in the desert”. Si occupò di ornitologia R. E. Chesman, con “A jorney acros Arabia” (Londra 1925).

Molti altri hanno contribuito alla conoscenza geografica dell’Arabia come il cecoslovacco Alois Musil con “Arabia Petrae” (3 vol. Wien 1907), gli inglesi Bertram Thomas con “Arabia felix” (New York, 1932), H. Sainy-John Philby con “The heart of Arabia” (2 vol. Londra 1922) e, sull’Arabia saudiana, scrisse anche C. A. Nallino, “Arabia saudiana”, in “Raccolta di scritti editi e inediti”, (Roma, Istituto per l’Oriente, 1939).

2 – LA VITA DELLE ANTICHE TRIBU’ BEDUINE


Gli antichi arabi non conoscevano alcun organismo politico al di fuori della tribù e non conoscevano sovrani con poteri coercitivi che esigessero obbedienza, né avevano il “capotribù” arbitro dei suoi sudditi. Il capo arabo ha nome sayyd, il “parlatore”, l’”oratore”, la persona che conosceva i dissidi all’interno e ne difendeva gli interessi solo con la sua eloquenza. La dignità di “sayyd” era conferita per elezione e mai trasferita per eredità. L’antico capo arabo aveva anche segni visibili della sua dignità come il turbante (‘imàmah). Inoltre questo antico “capo”, non aveva ruoli militari. In guerra veniva assunta, sempre per elezione, la persona più adatta. Altra importante carica, superiore a quella del sayyd, era quella del giudice (hakam). Un altro personaggio, ma con funzioni di ordine puramente religiose era il kalim l’equivalente del kohen ebraico, che potremmo tradurre con “l’indovino”.

L’istituto molto antico della clientela ebbe poi la sua grande importanza nello sviluppo della vita araba quando arabi di altre stirpi fuori della penisola si mettevano sotto la protezione di una tribù potente o di un personaggio. Di conseguenza mediante l’adozione anche uno schiavo poteva diventare membro effettivo della tribù. Quando il legame diventava anche ereditario, lo “straniero” entrava nella tribù che lo proteggeva. Da questo tahàluf (“aggregazione”) nacquero grandi raggruppamenti di tribù arabe che ebbero parte determinante nello sviluppo della loro storia. Le tribù formate per “tahàluf” prendevano la denominazione dalla tribù maggiore o da un capo molto importante o anche da una divinità, mentre le tribù piccole prendevano il nome da un comune ascendente e si chiamarono Banù (“figli”) di un tale o di un altro tale. L’epoca eroica delle tribù non influenzò solo la vita politica e sociale del costume arabo, ma anche la sua concezione dell’uomo che ancora oggi è vitale nella rievocazione umanistica del tempo antico. Ad esempio, nelle scuole secondarie dei paesi arabi più progrediti, l’esempio di vita da proporre ai giovani come modello letterario era l’insieme della vita preislamica con le sue orgogliose e nobili qualità. Infatti a partire dalla dinastia Omàyyade, nell’educazione principesca dei figli dei califfi, si ricostruiva con cura l’immagine del tempo eroico passato. I califfi stessi si contornavano di uomini colti nelle cui adunate la parte principale dei racconti e delle recitazioni poetiche riguardavano proprio la vita e i valori dell’età preislamica. Le tribù beduine (il bedewi è l’abitatore del deserto) sostenevano la quotidiana lotta contro una terra avara alla quale dovevano strappare il loro sostentamento. Inoltre guerra e rapina erano le tristi necessità che temprarono in modo singolare quelle nature che acquisirono dalle necessità la loro forza di sopportazione e la resistenza, doti che furono preziose nei risultati delle vicende successive dell’Arabia, dopo Maometto. La costituzione tribalizia era fondata sulla fratellanza e sul comune orgoglio, su una naturale fierezza ed una solidarietà molto viva che lo storico arabo Ibn Khaldùn riassumeva nella parola asabiyyah, qualcosa di simile al nostro “spirito di corpo” e, in ambito letterario è da tenere nel dovuto conto l’innata disposizione degli Arabi, fin dal tempo antico, al giusto sentenziare ed al facondo parlare. Di conseguenza, un’ispirazione poetica in una lingua ricca e bene articolata, unita ad un’acuta facoltà di osservazione, ci riporta all’immagine di quell’uomo arabo “modello” sempre riemergente nel culto per l’antica letteratura sempre degna di imitazione. Infine la facoltà degli Arabi di assimilare alla precedente tradizione araba elementi di civiltà superiori dai paesi conquistati, creò un nuovo assetto nella storia del mondo culturale. Molte tribù, fin dal periodo più antico rispetto a Maometto, erano già cristiane, convertite dalla missione siriaca. Il giudaismo nello Yemen e nell’Arabia del Nord già si era diffuso attraverso il proselitismo e l’aggregazione per tahàluf con le tribù ebraiche.

Le antiche divinità pagane arabe erano di varia origine e natura, ma è certo che tra gli arabi si adorassero corpi celesti. La dea Allàt (“la dea”) è da identificarsi col Sole, al- Uzzà (“la gloriosissima”) è il pianeta Venere da identificare entrambe con la grande pansemitica. Quzah è dio del temporale e della pioggia. Manàt è il Fato, la “moira”, Sac’d, la fortuna, Rudà, la Benignità, Wadd l’amore e la benevolenza ed erano tutte personificazioni di idee astratte. Infine una figura divina preesistente, Allah, prevalse presso gli arabi e fu messa in relazione con Allàt.

L’unità linguistica degli Arabi trovava forza nelle gare letterarie poetiche che si svolgevano nelle adunanze del hagg (pellegrinaggio) nelle cui feste ad esso collegate nel mese sacro di Ragiab erano rafforzati i legami che univano le diverse tribù e in queste adunate, svolgevano il loro apostolato anche numerosi preti itineranti che diffusero in Arabia il cristianesimo come zelanti missionari.


3 – GIUDAISMO E CRISTIANESIMO IN ARABIA


Due erano i più importanti centri di giudaismo in Arabia prima dell’Islàm: il primo nello Yemen, il secondo nel Higiàz dove erano presenti numerose comunità ebraiche al momento della missione profetica di Maometto.

Dalla popolazione giudaica, economicamente fiorente e religiosamente attaccata alle sue tradizioni, specialmente quella di Medina, derivò a Maometto l’ampia materia giudaica che entrò nella sintesi dell’Islàm e fu in essa prevalente.

Quelle comunità si erano formate lungo le singole oasi che costellavano il Higiàz dal nord verso il sud, quando le vittorie di Roma (Tito e Adriano), le obbligarono a lasciare la Palestina (diaspora). Quegli ebrei erano di lingua araba e questo facilitò i loro rapporti con Maometto che, spinto dalla sua sete religiosa, assistette al culto ebraico, prima dell’Egira, in qualche comunità higiazena. Inoltre non si può fare la storia dell’Islàm primitivo senza tener presente il quadro del Cristianesimo in Arabia e la sua diffusione che contribuì a radicare nell’anima delle povere tribù arabe nomadi gli essenziali principi e le pratiche del cristianesimo. Inoltre per la propagazione della dottrina cristiana in Arabia, furono determinanti due “confessioni”: quella monofisita e quella nestoriana. La prima sostenne “una sola natura” di Cristo, per il quale la natura divina assorbì quella umana, negando l’esistenza, nel Cristo sulla croce, la coesistenza di due nature: quella umana e quella divina. In Oriente infatti il monofisismo, malgrado fosse condannato per eresia dal Concilio di Calcedonia (451), rimase in Egitto ed in Etiopia. Ancora oggi vive nella chiesa copta egiziana ed etiopica, nella chiesa siriana giacobita ed in quella armena. La seconda confessione, quella nestoriana, da Nestorio, patriarca di Costantinopoli, si divise sul nome di Maria, madre di Dio, sostenendo che fosse solo “madre” di Cristo (“Caristòs Kos”) ma negava a Maria il titolo di “madre di Dio”. Il “Verbo” divino non poteva essere nella stessa persona che aveva sofferto ed era morta in croce. L’eresia fu condannata nel Concilio di Efeso (431) ma esiste ancora oggi in Mesopotamia e concorda con il “Corano” per il quale il “profeta” Gesù, non fu lui a morire sulla croce, ma venne sostituito da altra persona (sura 4, 157-158).

In epoca preislamica furono determinanti sui beduini arabi le più antiche presenze dei monaci cristiani e degli eremiti. Le loro “penitenze” e la loro disposizione alla carità verso quegli erranti, impressionarono profondamente sia l’animo dei nomadi figli del deserto sia la natura stessa di Maometto, così incline al misticismo. Infatti il futuro Profeta, nei suoi viaggi in Siria lungo le carovaniere, ebbe più volte occasione di entrare in contatto con i maggiori rappresentanti dell’Oriente cristiano come il siriano Simeone il vecchio, “stilita”, l’iniziatore di una delle forme di mortificazione più straordinarie che, nei secoli, si sviluppò nell’Oriente cristiano. L’asceta Simeone, detto appunto “stilita” (dal greco stilos colonna), visse in permanenza su una piattaforma posta alla sommità di una colonna e diffuse questa pratica in Siria e in Palestina tra il V e il VII secolo d. C. Il monaco palestinese Saba (439-532 d. C.) originario della Cappadocia, dal 478 si stabilì in una grotta nella vallata di Cedròn, fu “archimandrita” e capo di tutti gli anacoreti di Palestina. Altro asceta palestinese fu Eutimio il Grande (377-473 d. C.). e soprattutto in Palestina, si sviluppò la particolare forma di vita monastica, poi diffusa anche in Grecia, denominata Laura. Si trattava di una colonia di anacoreti che vivevano in capanne separate sotto l’autorità di un superiore. Quella di “Laura” fu una delle più famose parembolai che erano accampamenti o agglomerati cristiani di beduini del deserto.

Il futuro Islàm nasceva dunque all’interno di elementi preesistenti frutti di riunioni religiose pagane, di pellegrinaggi ai grandi santuari, di mercanti, di cantastorie, di poeti e di missionari cristiani persistenti ed antiche suggestioni fondative del futuro religioso del Profeta Maometto.





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