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Alfredo Rienzi su "Vora" di Mara Venuto





L’orma scura sull’innocenza, a proposito di Vora, di Mara Venuto (peQuod, 2023)


Vora è un termine a mezzo tra il dialetto pugliese e il desueto, che compartecipa, come etimo e significato, a vorace e divorare e a voragine (vorago e vora come arcaicismi). In pratica un abisso che inghiotte, un buco nero ante litteram: «il buco in cui sparire», in cui «lasciarci scomparire».

Se leggiamo, alla luce del titolo della raccolta, i due versi incipitali dei testi a pp. 48 e 51, rispettivamente: «Dove siamo nati non è dove morremo» e «Non esiste più il luogo/ e non esistiamo noi nel luogo», la prima dimensione che sembra venire inghiottita, è il luogo con tutto ciò di noi che a esso è fatalmente legato: «viviamo altrove, era scritto» è ribadito a pag. 53.

 

Da sùbito (e poi confermato in tutta l’opera) si palesa il fondale di una perdita, di uno sradicamento, di una discesa nullificante, di un versante catabasico: «Mi inchino al lutto, alla perdita/ di ogni visibile orpello, pure così necessario» (p. 25). Un insistito richiamo punteggiato da termini semanticamente affini, quali, anche rimanendo nell’àmbito di un solo testo, quello a pagina 25, «inceneritore» (non casuale, per la poeta tarantina), «vuoto», «lutto», «naufragio».

 

Dare le spalle al passato, agli inceneritori,

allo sporco dei marciapiedi che soffoca i rumori.

Mi fermo alla voce delle chiese,

un vuoto in cui accogliere la verità

e non tradire.

In mezzo alla nuda bellezza dei gesti,

la mano che tocca

non ha ribrezzo delle spoglie animali.

Mi inchino al lutto, alla perdita

di ogni visibile orpello, pure così necessario.

Dimentico le cose diluite nel naufragio,

il conosciuto in mezzo al vuoto,

di statua intangibile.

 

(p. 25)

 

In Vora viene, in definitiva, rappresentata, fin dal primo verso, «la caduta» ma, insieme a questa, per tutta l’opera, la consapevolezza della perdita e, in parte, l’elaborazione di un nuovo equilibrio.

 

La raccolta, una sequenza di cinquanta componimenti medio-brevi senza ripartizioni o sezioni, è cresciuta attorno ad alcuni nuclei tematici, con coerenza e costanza di sguardo, disponendosi con andamento poematico attraverso «un’unica intramatura, un unico canto» (P. Sardisco).

I testi non hanno titoli, presentano diversi riferimenti e rimandi interni, adottano una veste stilistica e linguistica omogenea: è un caso esemplare non di una “raccolta” di poesie ma di una “opera in versi”.

Sebbene il titolo possa fare ipotizzare la presenza di imprestiti dialettali o l’utilizzo di vocaboli rari o desueti, se si eccettuano alcuni lemmi infrequenti («uzzo», «caròla», «incista», «grugano») ci troviamo di fronte una poesia esatta, che tuttavia privilegia un dettato chiaro ma non appiattito e un verso sintatticamente lineare e compiuto, ma lontano dal prosastico o colloquiale.

Mara Venuto tiene alta la lingua poetica soprattutto attraverso la densità delle metafore e il valore simbolico e semantico delle parole. Farò qui un solo esempio, tra i tanti possibili, che mi ha particolarmente attirato. Cito alcuni passaggi:

«In mezzo alla nuda bellezza dei gesti,/ la mano che tocca/ non ha ribrezzo delle spoglie animali» (p. 25); «La fatica di vedere l’animale vivo nella carcassa» (p. 22); «resti sulla tavola» (p. 35); «Lasciàti soli a farci male,/ con le mani nere nutrirci di resti» (p. 44); «si annida nei muri l’odore dei resti» (p. 47); passaggi che, unitamente all’uso ripetuto dei lemmi «osso/ossa» e di «sporco» , «acqua di scolo», «acqua e reliquati», esemplificano come una precisa famiglia lessicale venga impiegata per realizzare in Vora uno scenario di disgregazione, di degrado reale e simbolico, di perdita, di morte. Scenario che s’intona, per le scelte allegoriche e simboliche, al clima di caduta, di voragine, di bocca vorace, di inghiottitoio e lo intensifica con una eco che risuona negativa, ma assolutamente sintona a quel vocabolario che il prefatore Giovanni Laera etichetta come «della caduta e dello sprofondamento».

 

Per esperienza, sia di vita che letteraria, e ancor più in poesia, dalla Commedia in poi, laddove c’è una discesa viene naturale scrutare se si riesca a intravedere una risalita, un movimento di riequilibrio, un percorso tra avvenuto e avvenire.

Carlo Rovelli, noto fisico e divulgatore scientifico, teorizza che al fondo dell’inghiottitoio cosmico che è il buco nero possa avvenire la nascita di un buco bianco, il quale restituirebbe, simbolicamente e detto a grana grossa, quanto ingoiato…

Scrutiamo però ancora un poco nella vora-buco nero.

Nella rete del lessico restano impigliate – e parallelamente nella vora restano di fatto inghiottite - età di ogni passato («un’assemblea di tutte le mie età» direbbe Patrizia Valduga): «infanzia», «bambini», «adolescenti», «giovinezza». Ne viene raffigurato tutt’altro che uno scenario di dolci ricordi e soffuse nostalgie, ma c’è un termine che ritorna, illumina, interroga: è «innocenza». «Ho perso la mia innocenza» (p. 19); «Vagare innocenti a due a due» (p.15); «Sottomessa alla prima confessione/ la nostra fede innocente» (p. 21); «Guardiamo con occhi tondi/ la soglia dell’innocenza» (p. 35); «un’orma scura sull’innocenza» (p. 37); «Pura e innocente la mia carta da scambiare» (p. 41); «Sembrava innocenza, ed era paura» (p. 43).

 

La vora ha quindi risucchiato luoghi, ricordi, stagioni della vita, l’innocenza delle stagioni verdi. Ma riprendo l’ipotesi della risalita dopo la caduta, del “buco bianco” e, sospinto dalla «speranza per tutti» che conclude il testo a pagina 28, mi accingo con la fiaccola dell’eremita a percorrere i versi dove si scruta una età più «grande» o «adulta». Anche in questo caso sono le parole precise e i nuclei emotivi che raccontano, con chiarezza: «peso del domani» (p. 15); «orrore di invecchiare» (p.18); «Un lungo autunno» (p. 20); «angoscia di trovarci grandi» (p. 24); «forma adulta che sa quanta lotta» (p. 27); «annuncio di incubi adulti» (p. 32). Sembrerebbe inequivocabile che l’inghiottitoio abbia proseguito la sua operazione scura. Ma è rilevante osservare come le paure dell’adultità sono rappresentate come proiezione dei timori e delle perdite dell’infanzia, come se il successivo andare a «scrivere ciò che è stato» (p. 36) rilevasse e portasse a compimento un percorso di preparazione e gestazione della nuova età adulta, da dove lo sguardo, muovendo in una sorta di futuro anteriore verso il ricordo e il racconto, può integrare e accettare ogni passo compiuto, tra i fanghi che hanno offeso l’innocenza della gioventù e un tempo nuovo «sul lato opposto della strada/ con gli occhi bassi davanti ai ricordi./ [dove] Non cedere più alla giovinezza.»

 

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