Nadia Scappini su Rivelazioni d'acqua di Camilla Ziglia

Camilla Ziglia, Rivelazioni d’acqua, puntoacapo Editrice, Pasturana (AL), 2021


È poesia colta quella che garbatamente si snoda, svelando e rivelando, nel piccolo prezioso libro di Camilla Ziglia. Poesia tramata di rimandi classici sedimentati che uno sguardo allenato coglie nel nitore del lessico che dà forma ai versi e incide, lascia il segno a costo di spiazzare il lettore. Ne è spia l’aggettivo esile riferito alla propria parola, che compare nella dedica ad Anna e Guido, quasi una dichiarazione di poetica. Brevità, concisione, arguzia, unite al limae labor, sono mediati dalla tradizione classica, a partire dai lirici greci, passando dai poeti ellenistici, Callimaco in particolare, fino a Catullo, Properzio, Tibullo: poesia arguta, appunto, elegante, di indubbio spessore.

Partiamo dal testo che forse meglio racchiude il senso del libro, Incipit. Tre terzine essenziali e una quartina come chiusa, due incisi e la ripetizione di senti per ben tre volte. Chi è il “tu” destinatario del messaggio/richiamo? Qualcuno a cui la poetessa tiene molto, qualcuno con cui le preme intessere un rapporto confidenziale, quasi di intimità. Siamo forse tutti noi, potenziali lettrici/lettori? Ma perché no anche coloro che con la parola hanno un rapporto privilegiato, le poetesse/i poeti? Sembrerebbe confermarlo il ramo che s’inarca con la sua linea curva, accogliente come un grembo caldo, piantato il mio stesso giorno; e, di seguito, scendendo con lo sguardo, le incisioni del tronco / nelle foglie, quasi segni di un destino che si compie per impulso incontenibile.

Segni, versus - incisioni dell’aratro - come l’inchiostro che marca la carta per urgenza interiore (i furori della linfa). E poi una fioritura, la gioia della scrittura che fiorisce/sempre fiorisce prima. Una perennità, una resistenza di chi frange i sassi, la sassifraga, per produrre fioriture, gioia, vitalità già nell’inverno. E ancora, in chiusa, la dichiarazione impegnativa: è il mio giardino / sulla sponda del lago.

Torna un “tu” alla fine della seconda sezione del libro, all’interno di quella che si può prefigurare come una dichiarazione d’amore dopo una separazione: Chiedimi se t’ho aspettato: / scioglierà la fibra/sotto la corteccia, tornerà la linfa / ad aprire le mani. E da qui in poi i verbi, ossatura importante dell’intera trama, saranno declinati al futuro, segno di apertura alla speranza: getterò guarderò vedrà baderà. Torna anche l’azione del respirare: respira la terra, respira la luce, respiriamo noi umani, tutto respira il pulviscolo s’illumina/segnala che respiriamo… e l’impossibile assume consistenza se lo sguardo si fa più acuto si avvera un’oscurità più limpida / a occhi sgranati.

Ma andiamo a vedere l’Explicit che chiude il percorso delle rivelazioni nella stagione in cui il lago è più accattivante, in cui l’estate innerva radici/nelle tinte d’autunno, seguitoda una domanda perentoria: Si impara davvero a lasciare/e aspettare? La ricerca si snoda in quattro tempi o, forse meglio, partiture: una stagione di mancanza, una di sangue e perdono, una di promesse e un’ultima di percorsi, come a dire che si riparte ogni volta da capo, che il nostro percorso sulla Terra, qui sperimentato nell’acqua del lago, non è mai compiuto. Ma gli interrogativi si ripetono qua e là in altri testi: sta a noi la riflessione su possibili risposte.

Piace all’autrice sperimentare i climax ascendenti o discendenti, una raffinatezza marcata ad esempio da verbi in successione - solca ondeggia scivola -, da sinestesie - fiato fremito vibrate -, da terne o quaterne di verbi - vibra si scompone va in pezzi - -sbatte si ritorce inarca si distende -s’intorbida cela sconvolge - o da avverbi reiterati come in uno dei testi a mio parere più significativi “La zona tra due onde” capace di conservare la verità dell’acqua / /senza forma, colore, senza tempo / e senza neppure / il nome.

Il lago si fa, dunque, luogo d’incontro, rimandi, vibrazioni, rinvii, svelamenti che l’insetto pattinatore/poeta coglie con le sue antenne sensibili sulla superficie dell’acqua, in ciò che in essa si specchia, ma anche sotto la superficie, in ciò che non è immediatamente visibile e percepibile, in ciò che rimane ombra, mistero, noumeno. E, allora, qual è il messaggio che lascia a noi lettrici/lettori? Lo dice bene Ivan Fedeli, nella intensa prefazione al libro, indicando nella diagonale della vela – immagine di straordinaria potenza e chiarità –, uno slancio liberatorio e catartico, non opposto ma complementare a quello dell’acqua. La quale vela e disvela alternativamente così come la vita, in cui ciascuno ha diritto alla sua zona “di opacità” (Èdouard Glissant).

Ho detto all’inizio di rimandi classici… Non si dovrebbe fare, ma trovo bello chiudere questa mia lettura citando tre testi davvero splendidi per delicatezza e misura: Le dita dell’Aurora, C’è un momento dell’alba, Vibrazioni sommesse.


Le dita dell’Aurora brancolano nel buio (ἦμος δ᾽ ἠριγένεια φάνη ῥοδοδάκτυλος Ἠώς), / tastano sogni, li sbriciolano. // Solo gli ultimi le sfuggono / aggrappati ai disegni degli occhi / e si consegnano alla premonizione. // Si intravede una culla / - parola nuova - / non il colore del fiocco.


C’è un momento dell’alba/che torna al tramonto: / riaffiora la costante del tempo // trattiene il respiro / come labbra schiuse appena / per dire / e non dice. // Poi cadono le spalle / l’aria si sgonfia / /in un attimo è giorno.


Vibrazioni sommesse di ciglia / e ti sfioro ora, prima io del risveglio / /prima che il dolore si ricordi / - o la gioia - / di afferrarti la gola.



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