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Marina Rezzonico, Vedere al buio di Mauro Ferrari

Carrara, Spazio Alberica 1, 12/03/2023




Il titolo:VEDERE AL BUIO, un ossimoro e un paradosso che trascina altri ossimori e altri paradossi.

Quel buio non è il buio pesto della cecità completa, non è quello di Saramago, né punta a quella metafora salvifica.

Questo è un buio lacunoso, un buio-grigio di lumi fiochi dove si vede qualcosa, dove c’è un misterioso affiorare di ombre, di presenze e movimenti ipotetici, come accade quando si Pesca di notte.

Un buio-grigio che paradossalmente angoscia più del buio totale: perché anche se vorremmo, non riusciamo a vederlo quel qualcosa, ma sappiamo che è lì. L’incertezza fa nascere domande, spinge alla ricerca di una definizione, di una chiarezza di significato: dove, come, perché, quando. Questo buio, è più crudele della cecità totale perché, se da un lato non dà risposte, dall’altro non permette la rassegnazione, la consolazione. Questo buio è esso stesso vago e incerto.


Come si muove l’uomo in questo stato di ontologica incertezza? Quali strategie adotta, per non soccombere sotto i cumuli di nulla che lo assediano?


Nel testo, principalmente, vengono colti due modi di procedere: quello ispirato da istanze razionali e quello che si lascia guidare dal sogno o dalla fede. Entrambi destinati a fallire: nessuna risposta salvifica, o anche semplicemente esaustiva arriverà in fondo al percorso, qualunque esso sia.

Senza sogni, come senza fede (rugiada celestiale), si sente la persistenza delle lacerazioni, ma inseguendo il sogno si rischia di cercare paradisi e trovare inferni. L’orientarsi verso un sogno o verso una fede non può che approdare all’inganno (parola chiave, preponderante, nella raccolta), a una vita senza verità.

La suggestione della ragione, sembra essere più consona al sentire dell’autore. Ma di fronte ai grandi interrogativi della vita (e della morte), l’uomo ancora sembra non aver preso atto che anche nella più luce della ragione/ nulla sarebbe mai giunto da oltre il muro.

E bisogna frequentarla con cautela, perché la ragione sistema trappole all’entrata della tua tana accogliente. Sistema le trappole dell’inganno. Anch’essa.


Nell’ustione continua di non sapere e non credere che cosa resta? Restano reperti: talvolta ferri arrugginiti, foto infracidite, altre volte nomi che sfuggono, ricordi che ingombrano i cassetti.

Altrove si indica ciò che resta col termine pattume, anche col termine resti. Qualcosa di perso che è uno scarto. Eppure un reperto non è un semplicemente questo. Il reperto è qualcosa che si trova a seguito di una ricerca sistematica, è un pezzo di qualcosa che ha fatto parte di un insieme che si è perso. È un indizio: ha un suo valore, ma non si riesce più a capire di che cosa sia testimonianza.

Ciò che resta, perché resta? Di che cosa è testimone? Che cosa ci narra? Non ci narra niente di comprensibile. Parole fuori contesto, frasi spezzate, sintassi che non tiene.

Del resto com’è difficile anche dar senso alla parola. Tutto (nulla) è già stato detto. In quel nulla, però, forse c’è uno spazio ancora, nella ricerca artigiana e paziente (Origami), che attraverso la forma rinnovi il pensiero, la cosa già detta, che trovi e crei e renda disponibile un momento di bellezza. Nello scenario esistenziale affrescato in Vedere al buio, ciò che si può ancora conservare e che ci aiuta a tenere l’asse in equilibrio /un attimo mentre tutto vacilla, è contemplare la bellezza /crearla se possiamo / amare il vero e il giusto.

Presumibilmente in questo spazio può collocarsi la poesia, l’amore, il restare umani della famosa invocazione, ciò che ci permette di cogliere il momento, che cosa può avere valore in esso e che cosa no. Spazio benedetto, dove ritroviamo la mente /che discerne e il cuore che soppesa e ammira.

Lì ci si gioca il senso della nostra presenza sulla terra. L’unica possibile. Anche se mai saprai se la battaglia ( di approdare a un senso delle cose) è vinta o persa.


Se fossimo di fronte a un quadro, probabilmente definiremmo l’arte di Mauro Ferrari materica. Ritornano tante volte le mani: mani operaie che lavorano il ferro, che governano un timone, mani ferite, mani che spezzano catene, mani forti di poeta che trattengono al di qua del muro, mani in cui si concretizzano, gli strumenti umani di sereniana memoria.

Insieme alle mani, gli oggetti (corbe, timoni, fuscelli, sarcofagi, gabbie, muri...), diversi materiali (ferro arrugginito o incandescente o rugginoso, legno, carta...), tutti gli elementi della natura.

In un insieme di correlativi oggettivi che contribuiscono in modo determinante a dar forma alla “terrestrità” del componimento, che è sempre presente, sia quando si riferisce al mito, sia quando si riferisce alla narrazione biblica e l’autore fa proprie le forme della scrittura sapienziale, sottoforma di parabola allegorica (Vite da cortile), o di sermone (L’angelo difficile: utopie).

Per il resto pochi e duri aggettivi, sintassi lineare, più consonanze e allitterazioni che rime, lessico sobrio.

Il risultato è la densità innegabile del testo e dei suoi molteplici e complessi significati.




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