Tania Di Malta, L’oggetto morte come rottura definitiva con il Novecento

L’oggetto morte come rottura definitiva con il novecento, il secolo riflesso del ritratto di Dorian Gray


“La vita imita l’arte molto più di quanto l’arte non imiti la vita”

Il ritratto di Dorian Gray. Aforisma di Lord Henry Wotton

Oscar Wilde 1890


Ognuno di noi in questi ultimi due anni, ha visto e percepito suo malgrado, un cambiamento drastico, privo d riferimenti rassicuranti, un punto di non ritorno del mondo a cui eravamo abituati. Le dispute, la confusione, la solitudine, le mille questioni venute alla luce, hanno avuto come obolo, la caduta dei più fragili. Oltre alle vittime della pandemia c’è stato il dilagare del disagio psichico e dei suicidi, aumentati drammaticamente soprattutto fra i giovani , addirittura fra i bambini. Naturalmente, questo nei paesi più agiati; negli altri purtroppo, il Covid è soltanto l’ultima delle beffe. Nella nostra società invece, con la pandemia ci siamo abituati a convivere con la morte. Sicuramente la straordinarietà di questa nuova condizione merita un approfondimento, perché è la grande novità della nostra contemporaneità. La corda che alcuni volevano tenere, illusoriamente stretta al secolo passato ( ormai lontano) è stata tranciata di netto. Una beffa grande; la morte (l’oggetto morte), diventa il bacio di Biancaneve del distacco da un novecento che aspirava all’immortalità. A tanto la presunzione umana si era avventurata, distanziandosi anni luce dal “memento mori, letteralmente: ricordati che devi morire”. Se da una parte giustificata dall’orrore e la devastazione di due guerre, furono ragioni più complesse che spinsero alla negazione della morte, al suo significato culturale. Fu cucito un abito di rappresentanza illusoria ( si andava dritti verso la virtualità) di una nuova età dell’oro. Si insistette, (mettendo a tacere sia il pensiero che la forte connotazione spirituale ed etica che ne è l’ossatura) nel relegare la morte a una condizione individuale ed accidentale, dovuto a malattia o tarda età, rivelando così una tendenza a renderla, da ineluttabile necessaria e fisiologica, a fatto puramente casuale. Nel passaggio culturale moderno postindustriale, compreso il primo ventennio del duemila, nella società dei mass media, si cercò di rimuoverla, anche rinforzando (paradossale) la sua spettacolarizzazione, mostrandola nei suoi aspetti più cruenti. Nel secolo della velocità (Il realismo terminale al bivio) anche la morte, quando è violenta, diventa una morte dinamica. Una morte dinamica, fatalmente si inserisce nei processi produttivi. È così che avvenne il primo passo che trasformò la morte in “oggetto morte” . In medicina la sua medicalizzazione ebbe bisogno di strumenti pragmatici, che ne controllassero gli step fisici e psicologici, iniziando un percorso di negazione di un processo naturale. La nostra è stata la prima società che non ha elaborato una cultura della vecchiaia e della morte, nascondendole dietro al mito dell’eterna giovinezza. La veloce trasformazione era già iniziata con il superamento della società agricola e del suo rispetto dei cicli biologici (che dava alla morte un valore sociale e dove il tempo ne faceva un elemento del ciclo cosmico); avvenne che il senso della circolarità e del ritorno, fu sostituito con un tempo lineare , progressivo, verso il futuro. Ma solo in apparenza. Nei fatti, senza costruire nessun futuro, delineando i primi tratti di una società apparentemente sicura e protetta, in realtà tragicamente nuda, disarmata, fragile. È in questa nudità che ci ha colto la pandemia. Ricordiamo tutti le immagini dei camion di Bergamo del marzo 2020. C’erano tutti gli elementi di spettacolarizzazione a cui eravamo abituati, ma non era più la stessa cosa. La pandemia ha messo alla luce due enormi imprevisti: il primo, il prepotente ritorno alla coscienza (se pur fragile) della morte come fenomeno collettivo e non più individuale; il secondo, la sotterranea ma dolorosa scoperta che non siamo in grado di governarla. Siamo elementi accessori dell’oggetto morte, gli camminiamo accanto, sprovvisti del bagaglio culturale, filosofico e spirituale di supporto, per reggerne il peso. Forse per questa presa di coscienza, un giorno questi saranno ricordati come gli “anni dello smarrimento”, ma sarà di questi anni, nostro malgrado pionieri, la presa di contatto con la realtà. Siamo reduci di una società costruita come nel Ritratto di Dorian Gray -, su una proiezione artificiale ed una tela occultata. Da una parte la patinata perfezione virtuale, dall’altra, una tela sfregiata nelle cantine nascoste del mondo. Le generazioni future avranno un gran da fare, decidere il passaggio successivo e chissà, forse “dare il testimone degli anni dello smarrimento a quelli della giustizia sociale”.


Tania Di Malta - Realismo terminale




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