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Rossano Pestarino - Inedito e antologia




*




Dice che forse chiuderanno Facebook,

quel cimitero a cielo aperto, verste e verste

di anime morte.

Questione, pare, di protezione dati.

È giusto, bisogna proteggerli,

i morti. Non si deve

rubargli quelle bianche vite, poi si incazzano.

A me invece rubatemi tutto,

la musica che (non) ascolto,

i film che scarico e (non) guardo, i libri

che compro e (non) leggo,

i posti dove vado e non vado;

ammucchiate di me dati su dati,

quando entro e quando esco,

dove clicco e riclicco nella notte,

quando il sonno è un Titanic

che di nuovo l’oceano non lo passerà…

Io non mi incazzo, sono un morto mite:

tutto quello che amo,

quello che (non) so e quello che (non) sono,

sappiate tutto di me, quel poco che.








Antologia degli editi


Da Lune d’Honan, San Cesario di Lecce, Manni Editore, 2012.

 

 

I granchi rossi

 

 

I granchi rossi dell’isola Christmas

macinano chilometri, di sghembo, ogni anno,

sotto il sole spietato, sugli asfalti,

sull’erba gialla e morta, si mischiano,

attesi con le piogge, alla vita

degli isolani: scavalcano gli zoccoli

gettati davanti alle porte, pizzicano

la coda ai cani stesi sui cortili,

salgono i marciapiedi

e cercano ristoro alle fontane

o sui prati da golf, fra le corse

dei bimbi a piedi nudi

nei campi della scuola: e avanzano,

avanzano testardi verso il mare

che videro per non più di un’ora quando nacquero.

 

Il mare chiama, pronto ad ospitare

tutto quel rosso, svelto a coccolare

miliardi di tenere uova e a farle schiudere

dentro il calore ermetico del plancton.

 

Nell’argento che piove dalla luna

le scogliere scarlatte

formicolano di femmine che vanno

in processione a scuotere la pancia

sul bagnasciuga come in una danza.

 

Poi torneranno alle foreste nel cuore

dell’isola: e sulle polpe prosciugate

che restano lì sulla spiaggia, uccise

dal viaggio d’amore verso la memoria del mare;

sulle carcasse coriacee che rimangono

schiacciate dai camion sulla strada, scavate

dalle galline, le nuove generazioni presto

passeranno come un fiume di sangue immemore,

già condannate al medesimo scempio vitale.

 

 

 

La scacchiera

 

 

Pescata d’occasione un dì d’inverno

che Genova d’un tratto fu più mite

nella mano guantata di papà,

smussata agli angoli di legno biondo,

rosse e crema le case, poi segnate

di pennarello nero con la sua

grafia nervosa e stretta.

          Mi attendeva

ancora, all’orizzonte

lunare del futuro, la Novella

degli scacchi, con tutti gli altri libri:

l’angoscia dei perimetri,

la paranoia docile

della memoria, i passi più vicini

degli aguzzini mediocri e seducenti…

 

ma i pedoni marciavano stringendo

i ranghi; stramazzavano nitrendo

nella polvere grigia i cavalli

di un’immaginazione già scavata

dall’astrazione precoce, marginale

come il tarlo che campa

nei ripostigli, tra gli errori dei sensi

e il ballo in maschera dei pensieri paurosi.

 

 

 

Da Lingua che non so, Milano, La Vita Felice, 2014.

 

 

*

 

2012 deserto. Cominciamo bene.

Si è diffuso un morbo, un germe strano,

tra le quattro e le cinque, ha prosciugato

una a una le vene

di ogni carne, prima delle prime

luci dell’alba nuova, appena dopo

gli ultimi stanchi scoppi: reclinavano

la testa su un cuscino, proprio come

si era fatto da sempre per morire, e con il taglio

di una luce più sottile nella luce

sparivano, i profili,

le mani… E adesso questo

vuoto di strade sotto il bianco

che non abbaglia più nessuno, ormai,

e il silenzio colorato dei festoni

posati dalle mani dei papà…

Persino internet morto, lampeggia

webpage not found su tutti i monitor.

 

Tutto il mondo sfuggito finalmente alla rete

come la palla di un bambino cieco

che la segue col viso, corre cauto,

le lunghe dita avanti,

dove sente il rimbalzo, nell’angolo.

 

 

*

 

Chi si vede nello specchio pulito

dell’onestà, invecchiato,

(ma con che cuore), amaro, la ruga

d’espressione, quella del mite

sorridere, (della rassegnazione), che gli stringe

alle tempie, tra le mani

che non tremano ancora (ma le vene

corrono di un verde sempre più veloce),

 

con che cuore, la storia, negli occhi,

delle débâcle, anzi delle battaglie

non combattute (per delicatezza,

per tenerezza; per pietà e urbana

viltà): i campi intatti, asciutti

di sangui giovani, incalpestati

i sentieri delle imboscate, sciabole

con le else d’oro ignare

della vampa brunita del sole.

 

 

 

Da I pesci remo, Ancona, Italic, 2019.

 

 

Unico proprietario

 

 

Oggetto come nuovo. Conservate

le alucce originali, i nottolini,

superiori e inferiori; intatte

le pellicine, i dentini

di pipistrello; smalti originali

non scalfiti né rigati; legacci

soffici e vaporosi; come nuovi

anche gli scovolini.

È stato solo mio. Io, solo suo.

Perfetta la corona. Funzionamento perfetto – soltanto

una piccola (ininfluente) sfasatura, non percepibile

ai sensi umani. Manca

certificato. Regalo pettinini.

Fisso ore pasti.

         Oppure

quando vi va, anche di notte, la notte

che non ha cuore, tanto

non dormirò, lo so.

Non dormirò. Aspetterò. Seduto.

 

 

Implosioni di pianeti

 

Sono lettere sigillate l’attimo prima,

sedie amorosamente

avvicinate ai tavoli – rimane la traccia

della luce che c’era quel dì,

fotografata immobile

negli occhi di chi ha visto.

 

Senza odore, senza dolore, i dileguati,

l’attimo prima, il vortice

esplode nelle orecchie, il cielo diurno rimanda

l’ultimo calore, l’ultimo

bagliore, l’ombra

delle creature lunga nella fuga.

 

*

 

Sulla terra beato chi gli basta nascere una volta soltanto.

A tempo debito cammina e parla,

nella bocca e nel cuore cambia i denti, cresce

nel diapason unisono del corpo e dello spirito.

 

 

I combattenti

 

 

I combattenti combattono per tutti:

per chi non lo sa, per chi finge di non saperlo

che c’è la guerra, sanguinosa, mai dichiarata,

le vite che volano via

annientate, soffiate

nel pieno rispetto dei patti e delle leggi.

 

Il nemico vigliacco cambia forma ogni giorno,

spara dagli angoli, dai tetti dove non ti aspetti di trovarlo;

sta acquattato nel cuore, nelle parole dei più cari,

degli insospettabili.

Cambia pensiero, è il pensiero la bomba

che peggio dilania: scatta a sorpresa,

è in perenne mutazione, come i virus

quando nel sangue cominciano a proliferare gli anticorpi,

l’attimo dopo

inoculato il siero.

 

 

 

I giorni chiari

 

 

E tornerà la notte

sulle strade vicinali.

 

Spaccati a sassate i lampioni,

tornerà la notte nera sugli sterrati

che collegano gli orti

e sui cavalcavia.

 

Torneranno le stelle, le lucciole,

gli occhi gialli dei gatti. Aspetteremo

i giorni chiari che faceva la luna

per camminare. La mattina

saremo stanchi sulle strade bianche di casa

 

 

 

Un dio grande

 

 

Non è per giorni o anni che dobbiamo contare,

ma le cantine saranno terrazzi

alti sotto le stelle,

il volo a piombo delle scale che scendono ai parcheggi

diventerà spina dorsale dei palazzi,

le diritte strade della terra

si annoderanno in un groviglio nero, dal fondo

il mare sveglierà le sue creature,

divorerà la spiaggia tutt’intorno al mondo,

 

un dio grande, di cui nessuno ha mai saputo parlare,

senza clamore o tremore,

senza gloria trionfante, militante

nella vittoria del suo non esistere,

verrà, incoronerà

le vite stanche e pure

di chi avrà meritato

la sua perfetta morte:

 

chi non avrà creduto sarà forte,

forte per sempre, in pace.

 

 

Da Espera, Genova, Il Canneto Editore, 2023.

 

 

*

 

Eppure io lo so che l’ho visto.

Non ricordo né dove né quando

ma l’ho visto. Ci ero dentro,

appeso dentro il vuoto.

C’era l’aria che viene di marzo,

il profumo dei fiori, gli azzurri

dei cieli. Tranquilla la strada

sotto i passi di tutti, ma tutti

eravamo sospesi in quel nulla

di colori leggeri, smarriti.

Alti alti, la testa in un pallone

che girava e girava.

Chi muoveva le braccia, credeva

stupidamente di volare, tersi

tutti negli occhi di calda meraviglia.

E le voci, e le grida a chiamarsi,

narici dilatate, come il cuore,

affaticato dal peso dell’aria

tutta nuova e diversa.

Vertigini allegre. E i pensieri

sottosopra, gli stomaci, le mani

che tremavano un po’.

Vestiti tutti stracci,

ci si alzavano addosso, come fossimo

tutti nudi nell’acqua corrente.

 

 

*

 

Se tutto dovesse finire,

magari presto, inaspettatamente, se dovesse

andarsene il respiro con il vento

che passa tra le piante un pomeriggio

di sole basso e mite,

perché quasi nessuno se ne accorga,

o abbia niente da ridire, o pensi

anche solo un minuto che forse

aveva un senso, quel colore di voce,

 

boh, niente, niente davvero, va bene così,

ora davvero non fa differenza,

la forma o la sostanza,

restare qui, partire,

lasciare impronte stanche

sulla polvere bianca delle strade,

la presenza, l’assenza,

tutto indistinto e bello,

e buono, bene così, la vita senza

respiro, tutto dura,

tutto rimane e verdeggia, la pura

coscienza non è niente

di niente, amen, addio.

 

 

*

 

Città che ti aspettano all’alba

fuori dalle stazioni,

straniero sempre, uno che non sa

la lingua, le abitudini, e domanda

sorridendo le strade, i posti, e poi

coi piedi nudi cammina cammina

sulla polvere fresca del giorno,

si fida della gente, dei sorrisi,

dei cenni delle teste,

diti puntati in mille direzioni,

i giri larghi che gli fanno fare

i cartelli, i cantieri, le interruzioni,

le deviazioni imprevedibili,

tutto quello che ci dissemina il destino

sul cammino per farci

riguadagnare il tempo

che stavamo per perdere per sempre.

 

 

*

 

Ho nel sonno un bel sogno

che riaffiora ogni tanto.

Tra le macerie brilla una moneta,

sul mare cammina un bambino

che mi ricorda qualcuno che non ero,

si sentono persone che conversano…

Non sono ormai più qui,

lo so, eppure non ci credo. Vedo

tante strade che tutte convergono

verso un solo orizzonte, e la luce

che si alza e si abbassa col respiro

del giorno, e le case

che si riposano come animali stanchi

perché siamo tutti fuori, per le vie.

E il silenzio è intatto nonostante

il rumore di fondo delle voci

e dei suoni della vita che va avanti:

e sei tanto stanco che cadi,

e sei tanto allegro che ridi,

e l’aria è tranquilla e bisbigliano

tutti gli uccelli tra i rami verdissimi,

e sei sveglio, e fa giorno alto e chiaro

e le stelle sono ancora nel cielo.

 

 

*

 

Aspetta e spera, ha raggiunto il livello di guardia

l’assurdità. Di tutto. Delle rose

che sbocciano d’inverno, delle stelle

australi e boreali,

del vento: delle cose

che furono belle. Dell’odio e dell’amore.

Delle parole e dei silenzi. Anche l’odio.

Anche l’odio era bello, era il mare,

che fa il matto e si placa,

prima devasta le coste e poi le bacia:

dal legno che restituisce

nasceranno fra le mani figure zoomorfe.

Era bello aspettare.

In spagnolo dicono sperare.

 

 

*

 

Non sono solo i poeti

a far parlare la vita.

La vita ha anche la voce

di cartelli, avvisi, manifesti

che tappezzano i muri di città.

Qui comprano auto usate,

di qualsiasi marca,

in qualsiasi stato,

«chilometrate, incidentate o fuse».

Perfetto endecasillabo.

Non c’è in tutto il De anima di Aristotele

una sequenza di participi così.

Che dicano il dolore e la stanchezza.

Che predichino l’essenza

non della vita ma di questa vita.

 

 

*

 

Sarà un po’ da oliare,

la porta del garage.

Si è messa a cigolare.

Tutte le volte, prima che si illumini

il vecchio neon, quel gemito dai cardini.

Come un sospiro umano: come gemono

le porte nel Castello

di Bartók. A volte di sollievo,

più spesso di disprezzo,

di ammutolita ira.

O forse di dolore.

Un vibrato di viole

quando accorda l’orchestra.

Là c’è il lago di lagrime.




Rossano Pestarino (Ovada, 1973) insegna Letteratura italiana presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Pavia. Si è occupato prevalentemente di argomenti relativi al Cinquecento e all’Ottocento. Ha pubblicato le sillogi poetiche Lune d’Honan (Manni, 2012), Lingua che non so (La Vita Felice, 2014), I pesci remo (Italic, 2019) e Espera (Il Canneto, 2023). Alcune sue poesie sono comparse in riviste on-line in traduzione inglese e catalana.

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