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#pietredifiume - Gennaio 2024

Memoria, ritmo, ordine:

la dialettica tra poesia e tempo in Pietre di passo

Sergio Bertolino

 

 

 



Ph. Luca Pizzolitto

 


 

 

Impalpabile è il tempo, eppure

lascia segni indelebili e latenti

 

sulla carne viva del debole

che a turno fu ciascuno di noi.

 

Inutile è il ricordo se il dolore

non lo eleviamo a perpetua sapienza

 

senza che si divida il tuo dal mio

e non cessi tra le amnesie del tempo.

 

Cos’è questo tempo amnesico e sfuggente? È possibile percepire il tempo escludendo la dimensione del ricordo? In Pietre di passo (puntoacapo, 2023) – libro che conferma ulteriormente la natura filosofica della sua poesia – Angelo Andreotti scrive: «ricordi da serbare / affinché la vita non resti anonima». È la presa di coscienza che vedere non basta; qui si tratta di rivedere e riconoscere la durata. Nello sguardo attuale le tracce degli occhi passati, nostri, degli altri («La terra conserva memorie / che gli alberi a volte raccontano // e il vento raccoglie e consegna / da un albero all’altro»)… In effetti vale la stessa cosa per la lingua, sempre attraversata, in dialogo – che lo si voglia o meno – con le lingue precedenti e con la Lingua che lacanianamente ci parla («Apprendi da capo la lingua / che dal silenzio ha tratto tutti i nomi / pronunciali di nuovo»; versi che rimandano al Rilke del Libro d’ore: «E deve imparare dalle cose, / iniziare da capo come un bimbo / perché esse, care a Dio, / non l’hanno mai abbandonato. / Deve imparare nuovamente a cadere, / riposare paziente nel suo peso / chi osò sfidare gli uccelli al volo»).   

Occorre però fermarsi e fissare a lungo (e mi chiedo se ancora ne siamo capaci), nutrire quell’attenzione che per Simone Weil è la vera facoltà creatrice, mettere a fuoco un punto che poi, nell’acme, illumini dovunque. Paradossalmente, in un mondo dominato dall’immagine, abbiamo perduto una certa qualità dello sguardo.

Inevitabile, in fin dei conti, se non facciamo che correre: i pensieri devono essere rapidi, le scelte immediate… I processi interiori si semplificano. E invece la poesia esige lentezza, scavo, chiede la calma dell’occhio e dell’orecchio, profondità nel dettaglio, letture e riletture che mai ne esauriscono la forza.   

Nel saggio Crisi del tempo e poesia come farmaco («Avamposto», serie I, n. 3, giugno 2023), Andreotti approfondisce quest’ossessione umana per il tempo, sottolineando che «è a partire dalla seconda rivoluzione industriale (1870-1914) che progressivamente è stata impressa un’accelerazione tale che ci risulta difficile tenergli dietro […]. Da qui la crisi dei valori e di tutto ciò che, per esser ben compiuto e intensamente vissuto, vuole tempo e fatica a trovarne, in una società totalmente impostata sulla produttività e sulla velocità».

Così come in Pietre di passo, con toni pacati e la consueta eleganza, l’autore ferrarese denuncia la propria delusione rispetto alla realtà contemporanea, e la sensazione che manchi qualcosa di essenziale. Vibra un’immensa nostalgia:

 

L’orologio non batte più le ore

ma nelle stanze continua ostinato

il secco tic tac dei secondi

come se il tempo avesse dove andare.

 

È uno stato che riguarda ciascuno di noi. Giorno e notte colpiti da una raffica di istanti insignificanti poiché slegati tra loro, ci accorgiamo che il presente, per dirla con Byung-Chul Han (filosofo apprezzato e studiato da Andreotti), «si riduce alla punta visibile dell’attualità. Non dura più». Ne deriva un vuoto mortifero e a prima vista incolmabile, almeno fin quando il tempo non si articolerà – questa è la speranza – secondo un ritmo preciso (ritmo inteso aristotelicamente come una «configurazione dei movimenti ordinati nella durata»).

La parola chiave è ritmo. «Al tempo – afferma Han – manca un ritmo che gli dia ordine».

Ecco il perché della poesia. La «poesia come farmaco», ritmazione – e perciò significazione – dell’ombra, del mistero che non siamo più capaci di abitare, che mangia il «cibo oscuro delle origini» per trarne fuori – ogni volta «da capo» – i nomi («Non tutto ciò che è in chiaro è sicuro. // Ciò che è in piena luce talvolta / nasconde un’insidia imprevista // […] parole mendaci che mostrano / una cosa per nasconderne un’altra»).

Andreotti esprime il concetto esplicitamente nel suo saggio: «La pausa, l’indugio, la misura, il ritmo» – strumenti indispensabili al poeta – offrono «l’ordine e l’arginamento di cui il tempo pare aver bisogno». È un invito al cammino (mai alla corsa) e alla sosta, ad assumere un atteggiamento meno egoico e vorace, più disposto all’ascolto dei tempi diversi che incarniamo, o meglio, del tempo dell’Altro che è un tempo concertato, comunitario, che non si lascia accelerare, cavare gli occhi, annichilire:

 

Parole calme vorremmo, spaziose

da farci star dentro il celeste

di un cielo pronto ad aprire i confini

da farci star dentro la vita

tutti i suoi passi, che giusti o sbagliati

gioiosi o noiosi, pentiti o mancati

fin qui ci han portati e ancora

ci incamminano tra imbrogli e sbrogli

tra incontri e abbandoni, abbagli

pasticci e felici intuizioni

che insieme danno ritmo a questa vita.

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