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#pietredifiume - Dicembre 2023

Di pesi e misure, ovvero come si sceglie di vedere.

Cristina Daglio




Per le #pietredifiume di dicembre si è deciso che riportassi in questo spazio un post uscito nella mattina del 2 dicembre sul mio profilo facebook. Si tratta di una riflessione che parte da un “caso” che montava in quel periodo ma che voleva, e vuole ancora, proporre una chiave di lettura un po’ fuori dal coro e che si pone a latere rispetto alla questione in sé, la osserva.

Ne rende anche una descrizione che parte però non dal pregiudizio ma dalla materia stessa dei dati (un po’ metodo scientifico applicato al settore e alla società che ruota intorno a esso)

Citando nel post un’altra riflessione apparse sempre sul social il 5 ottobre mi è sembrato opportuno riportare anche quel contributo: lo trovate alla fine dei commenti.

 


Avvertenza: non ho modificato nulla rispetto agli originali se non inserendo i link a ciò che cito.

 

 

-Post lungo, non richiesto e potenzialmente irritante-


Seguo da tanti anni, un po’ per lavoro, più per passione, i vari apporti critici più o meno estesi, spunti o saggi, che si pongono domande sul fare nella cultura/letteratura/produzione libraria. Diciamo anche che seguo le persone e quindi i pensieri delle persone che scelgo di seguire, di altre francamente leggo, ma a meno di illuminazioni trovo che non apportino nulla al pensiero comune (in genere tendono a voler semplicemente portare acqua al proprio mulino autocitando le proprie pubblicazioni o solo quelle che richiamano un loro lavoro e così via) ciò che leggo resta solo una successione di lemmi.

Tra le persone che seguo ci sono anche gruppi che cercano di fare dibattito o di creare luoghi e tempi di ascolto e riflessione.

Diciamo anche che ciclicamente vengono affrontati temi come i premi e le antologie in maniera più o meno polemica, più o meno approfondita.

Capita anche che più di una persona poi abbia uno scambio con me su ciò che esce, su ciò che viene scritto, su ciò che si ascolta e su ciò che si vede.

Banalmente, però, ultimamente credo che occorra ricordarsi di guardare le cose per ciò che sono.

Prendo spunto dall’uscita del volume di Poesia Crocetti Editore (a riguardo la prima chat nella quale mi confronto con qualcuno è di martedì 31 ottobre)


Dalla definizione contenuta in Treccani:

“Antologia:

[dal gr. ἀνϑολογία, propr. «raccolta di fiori», comp. di ἄνϑος «fiore» e -λογία dal tema di λέγω «scegliere»]. – Raccolta di passi in prosa o in versi di varî autori (solitamente di quelli ritenuti più significativi) di una letteratura, di un’epoca, di un genere o di un gusto particolare, o anche scelta di pagine di un solo autore.”


Ogni volume che si definisce antologia quindi è frutto di una scelta che può essere condivisa o meno, criticata e quindi giudicata (anche qui da definizione), ma talvolta ci si ferma lì e non si va avanti nell’osservazione.

Voglio dire: ogni volta che escono volumi più o meno importanti la prima cosa che si vede è una reazione (rettiliana?) alla presenza o all’assenza di qualcuno. Alla luce della definizione di antologia questo è un atteggiamento puerile o quantomeno non meditato. La seconda è quella di definire quel libro una operazione commerciale. La terza, quando c’è, è un lavoro un po’ più lungo, di lettura e di riflessione seria (vedi il caso dell’antologia il Saggiatore nei contributi raccolti da AlmaPoesia ["Poesie dell’Italia contemporanea" a cura di Tommaso Di Dio: interventi critici (almapoesia.it)] oppure la riflessione sulla Bianca su L'anello critico 2022 [L'anello critico 2022 - CartaCanta Editore - Casa Editrice Forlì]).

È ovvio che tutto ciò che viene prodotto per essere venduto ha un costo e un valore e una ricaduta commerciale: io stessa come editrice ho prodotto antologie negli anni, per alcune sono stata fortemente criticata, ma sono fedele allo spirito con cui vennero costruite e credo nel valore che esse hanno avuto e che molte ancora hanno (alcune mappature restano le uniche in quel determinato tema di interesse, due esempi su tutti la Poesia in Rete e la Poesia Civile nel movimento del Realismo Terminale). Ne produrrò altre? Sicuramente.

Non credo però che il dire che un’opera come quella appena uscita sia solo un’operazione commerciale sia intelligente, anzi.

Credo, invece, e torno all'esempio dell'antologia "Dammi un verso anima mia", che vada presa per quello che è e che vada guardata per ciò che ci indica.

Premetto che non ho il volume (anzi comunico a chi dovesse farmi qualche regalo inaspettato che questo libro sarebbe gradito), ma dopo il post Andrea Temporelli [https://www.facebook.com/100063503946435/posts/pfbid02ovgFVEFy9QTABDXW56RHi3Yf2Lg8aYMcnhC6Nf5FgYsT1DwV2zPNwxqN8zdqqLWCl/?d=n&mibextid=WC7FNe] ho chiesto a lui di inviarmi qualche foto degli interni.

Parto dal fuori: la cura è di Davide Brullo e di Nicola Crocetti. Io trovo splendido che Crocetti possa permettersi di curare delle raccolte (di qualche giorno fa la notizia della raccolta curata da lui e Lamarque). E lo è forse di più da quando il marchio non è più indipendente perché sottolinea che comunque all’interno di questa nuova gestione, lui, Crocetti, l’uomo che ha portato la letteratura greca contemporanea in Italia, può e vuole ancora ritagliarsi degli spazi nel quale affermare il suo ruolo culturale.

Non ci è andata giù la raccolta con Jovanotti? Pazienza, ma anche quella poteva avere un senso, se non altro per sentire parlare di poesia in contesti non ristretti. (questo si aggancia anche a ciò che scrissi in riferimento al Premio Strega in occasione della premiazione).

Questo nuovo lavoro ha a mio parere una grande potenzialità: ci invita a guardare in maniera diversa la composizione delle antologie. I testi sono divisi solo per periodo storico e presentati uno di seguito all’altro come a comporre un continum, un poema unico che si snoda tra le voci di chi in quel momento stava scrivendo, ponendo se vogliamo “l’universale” del titolo perché fa pensare di vedere tutto insieme sullo stesso piano, come un sentire che percorre chi legge indipendentemente da chi scrive. Non ci siamo sempre riempiti la bocca dicendo che la poesia è una e che i poeti sono tanti?

Trovo che questa sia la cosa interessante di un’opera così.

Sicuramente più interessante del toto nomi (che poi pensateci bene: è così importante essere in una antologia ora? Non è forse meglio essere in una antologia tra cent’anni? Non è forse ora di concepire le revisioni, o, come piace a chi tenta di fare marketing delle proprie produzioni, re-visioni, come un qualcosa non sull’oggi ma su quello che è stato, ponendo quindi spazio tra sé e ciò che si analizza?) e ancora di più della comparazione che di solito si fa con altre antologie. Forse anche su questo c’è da riflettere: un’opera così in sequenza scongiura l’effetto di creare paragoni. Siamo così abituati a fare critica comparando i versi a quelli di un Maestro o dell’altro che forse non ci poniamo il problema della voce autentica.

Sulla scrittura “a citazione” vi rimando a un post di qualche giorno fa di Gian Ruggero Manzoni [https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=pfbid0zPW4AeL5BSaPzmfr1GnAJZrwFYRQ3WDEfwdh7aLJXSwthVujjSgEZ7NsXfWSdtTl&id=1300765965&mibextid=WC7FNe], aggiungendovi anche questa domanda: ma siamo sicuri che chi scrive e parla sempre per citazioni oltre a prendere per i fondelli chi lo ascolta (o a testare la preparazione) in realtà semplicemente non sappia chi sia lui? Non abbia in realtà nulla di originale da trasmettere ma solo esperienze dell’attraverso e non del vivere?


Quindi se anche solo una di queste domande non è scontata o ingenua, l’antologia ha fatto il suo.




I commenti più significativi e articolati raccolti sui social o giunti tramite email:



Rossano Pestarino: Come dici bene, tutto, ma in particolare quella battuta, però molto seria: non sarebbe meglio essere nelle antologie fra cento anni? Troppi dimenticano quello che diceva Seneca di sé e degli scrittori in genere: posterorum negotium agimus.


Sergio Daniele Donati: Io penso che pretendere da un'antologia di non escludere nessuno significa ignorare la differenza tra antologia e enciclopedia.


Elio Grasso: Molto condivisibili i tuoi ragionamenti. Ogni antologia ha un suo sguardo, da che mondo è mondo, e la prima cosa che fa il popolo dei "poeti" (con molte virgolette) è scannerizzare la presenza e l'assenza di qualcuno, soprattutto di chi in quel momento sta scorrendo l'indice. Invece di vedere bene chi ha compilato l'antologia, la sua storia letteraria nel tempo, quali poetiche gli interessano più di altre, e così via. In ogni modo le diatribe fra scrittori di diverse fazioni sono vecchie come la Bibbia. Basta andarsi a vedere gli archivi le bibliografie i carteggi.


Bruno Di Pietro: Dunque. 1- Sulla commercialità non mi scandalizzo per niente. Così come non mi scandalizza il cinepanettone. Certo è che andrò a vedere un altro film. 2- Diverso è però il discorso sulla "mercificazione" ma qui l'analisi andrebbe per le lunghe quanto al rapporto fra il capitale e il mercato. Da fare in altra sede 3- Ho detto altrove che la manìa di antologizzare e antologizzarsi, che in questo periodo storico sembra prevalere su tutto, corrisponde a un diffuso sentimento (o presentimento) di "morte incombente" e quindi al desiderio di molti di essere "ricordati" prima che sia necessario esserlo. Io preferirei essere ricordato post-mortem (spero non per la poesia soltanto) 4- Le antologie esistono da sempre. Esistono buone antologie (poche) ne esistono di pessime (tantissime). Ma dici il vero quando rivendichi a chi sceglie il merito e la facoltà di scegliere. Ferma la facoltà di chi legge di criticare le scelte. 5- Ci sono poi antologie che determinano percorsi storici importanti. E le scelte lì a volte non sono solo estetiche. Ti faccio solo il caso della Cucchi - Giovanardi (il Meridiano) in cui Gatto non è fra i Maestri - anzi non c'è proprio - e altri fra "gli appartati". Qui il discorso è di politica culturale. E la cosa è serissima. 6- La antologia di Crocetti & Brullo non ce l'ho e non la comprerò perché ho tanti di quei libri dalla grecità in poi che non mi direbbe credo niente di nuovo. Certo se non c'è Leonida di Taranto () mi arrabbio di brutto. 7- Il tuo è un punto di vista corretto ma va detto che rappresenti quella piccola - media industria (nel caso editoriale) che è sempre stata la migliore qualità del Paese. E che oggi è massacrata economicamente. Ma questo è un altro discorso. Grazie per la riflessione.


Maura Baldini: La tua analisi tocca un punto fondamentale: questa antologia cerca l’universalità nel viaggio fra epoche e culture, e soprattutto nell' esplorazione di poeti sconosciuti (o quasi).

Il libro non include apparati critici, decolla dalla consuetudine dell’antologia classica. È proprio un’altra cosa. È un canto ininterrotto nel tempo, come hai notato tu, una trama di relazioni fra testi, culture e autori. Ma chi se ne accorge? Per farlo, occorrono amore per la poesia, assenza di pregiudizi, abbandono del narcisismo e attenzione nella lettura.


Gabriella Grasso: Riflessioni che condivido, anche perché io ho un debole per le belle antologie, quelle che hanno una ratio e un progetto a monte (anche scolastiche, penso ad esempio alle belle antologie degli anni Settanta come 'Problemi' o quella curata da Natalia Ginzburg e Dinda Gallo, intitolata 'Vita') e che mi hanno permesso di incontrare voci che poi, volendo, ho potuto conoscere più approfonditamente in un secondo momento. Se c'è un lasso temporale tra curatori e antologizzati è meglio, per tanti motivi. Essere inclusi o meno in antologie non è una questione che mi interessa e sinceramente mi sembra ridicola. L' antologia è una proposta, non è la costruzione di un canone; quello si delinea in tempi più lunghi e, in un' epoca come la nostra, è diventato un concetto problematico e 'liquido', persino nell' opportunità della sua- eventuale - formulazione


Tiziano Broggiato: L'unica antologia che salverei tra quelle uscite nell'ultimo quinquennio è Braci. La poesia italiana contemporanea di Arnaldo Colasanti dove la ragione ( l'intelligenza) critica gronda da ogni pagina. Per il resto chi si inventa critico può curare e far pubblicare un'antologia secondo i suoi gusti, ma il prodotto rimane ineluttabilmente lacunoso e inappagante.


Michele Carniel: Credo che viviamo un periodo dove l'editoria sia sotto, anzi immersa, nell'occhio del ciclone, a ragione o meno non spetta a me dirlo. Ma emerge una confusione di fondo e le antologia talvolta, invece di essere chiarificatrici per ciò che vorrebbero esprimere, spesso aumentano l'intensità della nebbia. Il tuo grande lavoro è sotto gli occhi di tutti, così come la lucidità con cui hai esposto il tuo parere in questo post. Io credo che sia da resettare il mondo poetico sotto l'aspetto critico, lo so non è facile, ma l'editoria può e deve fare quel qualcosa in più o quanto meno fare il primo passo, in una direzione ben precisa.


Rodolfo Vettorello: Produrre una Antologia, ad esempio di poesia contemporanea è una operazione complicata. Ricordo una considerazione ascoltata dalla viva voce di Francesco Napoli, un critico letterario di valore, consulente di varie case editrici e in particolare di Mondadori. Napoli, redattore di una importante antologia della Poesia Contemporanea di circa un decennio orsono affermò: creare una Antologia dei più significativi Poeti di un certo periodo, significa scegliere e quindi tralasciarne altri. Significa, a parte l'approvazione dei pochi presenti in Antologia, guadagnarsi l'inimicizia quando non l'odio degli esclusi che sono la maggioranza.


Cristina Daglio: per completezza inserisco anche il link a un saggio ampio sulle Antologie del Novecento sempre a cura di Andrea Temporelli uscito il 13 dicembre



Cristina Daglio: come anticipato in apertura qui il post del 5 ottobre 2023


-Post non richiesto, di opinione personale, passibile di polemica.-

Oggi è il grande giorno, verrà proclamato il primo Premio Strega Poesia. (oggi verrà proclamato anche il Nobel per la Letteratura, non sono date a caso)

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Ne scrivo ora a bocce ferme perché mi aveva un po’ turbata, irritata meglio, tutta quella serie di polemiche che uscirono quando pubblicarono i finalisti. Riprendo una parte di discorso di Gianfranco Lauretano che fece in occasione di diverse presentazioni de “L’Anello critico” CartaCanta. In parte si basa sulla lettura di “Caccia allo Strega” nottetempo di Gianluigi Simonetti, in parte alle riflessioni di teste pensanti.

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Indipendentemente dal genere letterario questo premio nacque per far vendere i libri, poi si è evoluto, è cambiato, tutte cose che col tempo capitano.

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Ma quest’anno è partito lo Strega Poesia e al di là dei nomi mi sembra importante sottolineare non deve esistere il “almeno hanno portato anche la poesia”, non è quello l’importante ma il fatto che oltre ai titoli si va a puntare il riflettore su tutto un comparto editoriale.

Potevano fare meglio, certo, tutti possono fare meglio qualcosa che già fanno, ma hanno tentato un approccio non scontato di aprire a un testo per sigla editoriale, poi hanno aggiunto altri titoli? Era nel bando, basta leggere.

Non si doveva usare il marchio per le comunicazioni? Era nel bando e nei documenti che si firmavano prima dell’invio.

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La cosa importante è che si va a identificare non solo i singoli autori, ma soprattutto le persone che hanno lavorato perché quell’autore sia lì.

Parlo della mia categoria, gli editori, ma anche e soprattutto di chi legge e cerca le scritture interessanti, di chi corregge, di chi impagina, di chi cura la promozione, chi la comunicazione, chi li presenta, chi li critica, chi ne scrive note e recensioni.

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Quindi cerchiamo una volta tanto di andare oltre la copertina patinata e godiamoci la diretta su Rai Cultura alle 19, guardiamo gli abiti di gala e cerchiamo di essere felici per questo pezzettino di cielo, sia mai che anziché diventare l’ennesimo carrozzone negli anni torni alla sua funzione originaria.

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E in bocca al lupo a tutti i finalisti, perché ognuno ha la sua opinione ma ciascuno di voi ha un motivo per essere lì e non è da solo: con voi ci sono tutte le persone che vi hanno permesso negli anni di diventare voi.

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