Mauro Ferrari, Prose brevi di Antonio Stilita

L’URLO E IL SILENZIO


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L’urlo e il silenzio: una congiunzione che, come un ponte, ha il duplice scopo di separare e unire: come immaginare uno senza l’altro? L’urlo dell’omicida e il silenzio dell’ucciso; ma anche, specularmente, l’urlo della vittima e il silenzio del carnefice – incappucciato.


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Suono, rumore, urlo, canto, musica; vi si contrappone il solo silenzio. Troppe parole mancanti, come se questa sola bastasse per opporsi a tutti i modi in cui l’Essere segnala la propria presenza: da un lato del muro, i segni; di là, l’assenza. Il non.


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Dove è l’urlo, dove il silenzio? Quale ci fascia, il nero caos dei suoni (plurali) o il bianco vuoto del silenzio (singolare)? Di qua o di là del muro? Liberi o prigionieri?


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La differenza sostanziale fra urlo e silenzio: l’intenzione. L’urlo, si sprigioni dallo spasimo del dolore o dalla gioia, dal contrarsi di un corpo condannato o da una danza folle sulla spiaggia, non presuppone volontà; non è coscienza di voler infrangere il silenzio. Il silenzio invece è coscienza di voler infrangere il muro del suono per essere liberi. scelta di non parlare, non urlare, non cantare. Si deve parlare; si sceglie di tacere così come si sceglie di addormentarsi ma non si è liberi di svegliarsi.


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Wittgenstein: Di ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere.

Eschilo: Il racconto è dolore. Ma anche il silenzio è dolore.

Yeats: La sua mente si muove sul silenzio.


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Ma c’è anche il silenzio di coloro che s’incamminarono alle docce, ormai spremuto tutto l’urlo e ammutolita ogni volontà di resistere; il silenzio di chi, contratto nel proprio uovo di dolore, non trovò la forza d’urlare, e le ombre proiettate sulla pietra prima d’emettere un solo suono. E la lingua assente di quanti hanno varcato la soglia, e il denso indicibile delle anime che non accostano il pellegrino giunto da un altro mondo: tacciono perché sono loro che hanno in mano, per sempre, ciò di cui non si può parlare, che è sempre morte.

Scelte o necessità? E come potrei scrivere se l’avessi già capito?




IL NASTRO DI MOEBIUS




1. Il poeta è il primo orecchio al proprio dire, nel sacri/ficio, farsi sacro della propria energheia a un Tempo che lo considera un “inaudito messaggero”: inaudito e improbabile, proprio perché intransitivo nel suo comunicare.


2. La creazione è sacri-ficio, seppellimento in vita per una resurrezione "a nuove e oscure richieste"; detenzione dei significati in attesa di un senso.


3. La poesia non è comunicazione: è riconoscimento di un’alterità fra se stessi e il prodotto della propria energheia, dell’abisso fra se stessi e gli altri, a cui affacciarsi in cerca di parole; o da cui riemergere in cerca d’aria.


4. Scrivere è decifrare la distanza fra la parola, se stessi e il mondo, e commisurare lo iato alla novità del proprio dire, allo stupore che ciò che si è fatto genera in noi creature del buio e del silenzio, incapaci di trovare via di accesso o d’uscita.


5. Io non è un altro: ciò che preme dentro e parla “con la voce ignota di una vita estranea” è la parte di sé che riconosce la propria identità come divenire, che non si sente nel proprio tempo ma sa di appartenere a un tempo che "cresce dentro".


6. Il seppellimento dei morti è l’eliminazione del significato. Perché l’inappartenenza è il marchio della morte, come la parola (continua ri-significazione) è il marchio della vita.


7. La contraddizione fra sentimento della poesia (l’urgenza della creazione) e poesia del sentimento nasce dal non poter parlare altro che noi stessi in un tempo che nega noi stessi: essere cioè condannati a riproporci come fulcro instabile di una duplice esperienza di bilanciamento che ha sui piatti il reale e l’ideale, il pensare e l’agire.


8. Essere sull’orlo del baratro da cui si attende il sorgere della nuova parola e sapere che la convocazione del discorso passerà comunque attraverso la nostra carne e il nostro tempo.


9. La sensazione di aver lavorato fino a questo punto per quello che potrai fare a partire da domani.


10 Il senso della tradizione per uno scrittore è la perpetuazione di una parola ereditata.


11. Sprofondare al fondo della corrente e lasciarsi levigare; diventare così terso da mostrare come un ciottolo, in controluce, ciò che preme.


12. Il poeta è il punto di rottura da cui fuoriesce il magma del linguaggio, il punto imprevedibile in cui l’imperfezione del cristallo innesca la rottura.


13. L’imperfezione come perfezione umana.


14. Cos’è costruire se non annullare, con intento e metodo, la possibilità che altre forme si sviluppino?



15. Assenza evocata, paesaggio di cose da rapportare alla nostra interiorità; attraverso la forma.


16. Nominare le cose: andar loro incontro nel territorio del silenzio, fra il considerevole e il considerato per stringere un patto. Essere da queste nominato.


17. L’incontro impossibile con le cose: con l’attenzione rivolta al “punto matematico” in cui avviene lo scambio, che è sempre visione.


18. Ricevere un nome da ciò che si è nominato, vedersi nicchia scavata dalla massa del non detto.




ALTRI FRAMMENTI



I


Non conosco nomi per questo tramonto ventoso: dovrebbe essercene uno tanto appropriato che chiunque possa capire e dire “Ecco, ho visto anch’io e conosco quel nome, quel tramonto e quel vento.”



II


Case sventrate mutano ogni giorno; gli spazi aperti decadono a “paesaggio moralizzato” o “natura morta con osservatore”. I cumuli di terra sono coperti da mattoni, sacchi di cemento, assi e badili posati con logica apparente, ma è difficile capire se qualcosa venga costruito o meno. Dov’è l’abisso fra un bombardamento e una ricostruzione se non ne colgo che un attimo, un’immagine senza direzione, la direzione ma non il senso?

Il filo può condurre fuori alla salvezza, o di fronte ancora e sempre al minotauro; oppure perdersi nel labirinto e non portare in alcun luogo: l’uomo che torna dai mostri segue un filo che una mano fiduciosa ha creato senza posa, perché nessuno osasse tranciarlo.

E qualche muro s’alza, lentissimamente, costruzioni astratte compaiono improvvise alla mia vista, ma altro sembra disgregarsi e tornare al caos. Questa villetta ha una balconata nuova che si protende come un’escrescenza dal pianterreno, eppure la poca erba del prato che ieri mi era apparsa un trionfo è stata ingoiata da zolle immacolate, quasi per contrappasso. Tegole e attrezzi sono ammassati al pianterreno, ieri deserto; parti del muro sono state sventrate da poco per incardinare porte e finestre, che compariranno chissà quando, fra un attimo o mai. Cosa viene mai costruito, da chi e a quale fine? E dov’è l’uscita dal labirinto?



III


Ma raggiunto il valico, con i prati d’erba radissima che a stento venava la roccia oltre il bagliore dei licheni, apparvero i cumuli di pietre che i viaggiatori avevano eretto nel tempo; senza un progetto evidente, ma in una forma finale che non può essere che quella tozza piramide troneggiante bianca sul verde logoro: forma che ogni aggiunta ha contribuito a creare, annullando la possibilità di altre, che pian piano svaniscono agli occhi.

Si raccoglie una pietra e ci si avvicina con rispetto, cercando d’innalzare un poco la pila. Colpisce la cieca inutilità del gesto, che ha il solo scopo di dire (a chi?) “Anch’io sono stato qua, ho dato il mio apporto” (a cosa?); perché si può solo aggiungere una pietra, bianca, che completi l’opera per quell’istante. Un dono del proprio lavoro, il sacrificio, dove respirano solo i licheni; un atto di testimonianza – io sono stato qui – che per i prossimi visitatori significherà “Qualcuno è stato qui, ha parlato alle pietre, e queste gli hanno risposto, riaccompagnandolo a valle col proprio candore.”








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