Giacomo Bellitto, Track 2

Tracce

Track 2: Riflessioni slacciate

Se vuoi capire come pensa una persona,

osserva come scrive.

Puoi scrivere solo ciò che sei

e leggere solo ciò che ti hanno obbligato a essere.

Ciò che è scritto, è scritto adesso.

La stessa cosa che oggi è poesia

domani sarà smart literature,

dopo domani sarà mutazione genetica di un tweet,

e poi ancora un post troppo lungo o troppo corto,

la degenerazione di una chat tra adolescenti,

troppa prosa, troppo verso,

comunque non capita,

e poi ancora esempio di Art Brut per dislessici:

gente che non sa leggere neanche nel proprio.

I generi si mischiano e i format si riproducono tra loro:

i tweet si accoppiano coi post di Facebook, i whatsapp e tutti insieme con le storie di Instagram.

Appena scritta, questa riga è comprensibile,

ma presto non più:

riguarderà abitudini scomparse,

oggetto di ricerca archeologica

su un device non ancora inventato.

Il concetto di contemporaneità è sempre più ridotto.

Di contemporanei ce ne saranno sempre meno.

La tecnologia prepara ostacoli

per separare generazioni contigue:

ciò che ieri era un fiume tra due specie nella foresta,

domani sarà, per dividere padri e figli,

qualcosa simile a un cellulare.

Già successo, risuccederà,

amplificando la già

imperfetta comunicabilità tra le generazioni.

La nostra capacità di comprenderci è determinata da un fattore di compressione tecnologico:

i contemporanei si individuano per epoche di compressione tecnologica.

Ogni applicazione che ci passa nel cellulare è un contenitore che fornisce regole di prassi linguistica e di forma all’espressione della parola. È un fatto che la maggior parte di ciò che viene letto e scritto transita in questi canali, asfaltando lontanissimi insegnamenti scolastici, le abitudini del buon libro, del diario personale, l’uso di carta e penna. Le persone scrivono e leggono così. D’altronde, va considerato che questi contenitori hanno successo perché confezionati per assecondare, sempre più, le pressioni in direzione della facilità e convenienza di scrittura. Esistono e sono quello che sono, perché rispondono alle esigenze che stavano già nascoste nel nostro bisogno di comunicare. Non c’è degenerazione: è quella forma che il linguaggio aveva già dentro, e che le nostre necessità più crude hanno ricavato da ciò che credevamo, fino a poco fa, un modello accettabile di trasmissione dei contenuti. La nostra epoca l’ha scavata nella scrittura precedente, lasciando cadere l’eccesso. È accaduto non diversamente da come si modificano le specie o da come l’acqua prende cadendo la forma della goccia per assecondare l’aria ed essere più veloce. È rimasta l’evidente esigenza di comunicare più efficacemente. Questo il dato di fatto. Tutto purché comunicare.

La scrittura è una forma che cambia

come goccia cadendo

attraverso la necessità di mantenere un contatto.

La poesia transita in prosa e viceversa,

tutto comunque per destinatari

che non ci sono

e che comunque non sono più, da molto tempo,

pronti per iperboli tecniche dell’ottocento

per cui non esistono orecchie di lettore.

Se stai scrivendo col vocabolario più ricercato e corretto che hai a disposizione, usando artifici e metriche raffinate, meriti un encomio. Dovresti essere stipendiato, perché stai salvando la lingua dall’oblio, costringi la parola in un’arte nobile: sei quello che per capacità e formazione io non potrò mai essere. E lo dico con sincero rammarico e umiltà. La vita mi ha fatto cascare troppo lontano. Proverò in tutti i modi a capirci qualcosa. Promesso! A volte però, si finisce per rivolgersi a una cerchia ristretta di persone, nel peggiore dei casi al collega di dipartimento, altro eroe di quest’epoca votata all’ignoranza come valore estetico. Il pubblico è ristrettissimo. Consapevolmente: spesso si rimane lì. Ma vivo nel dubbio. Si riconosce come poesia solo ciò che in un qualche modo aderisce a certi modelli? È tutto qui? È strettamente necessario fare idolatria del canone?

Senza pretesa di originalità:

le forme scritte sono tutte in transito l’una verso l’altra e si mescolano.

Ma la loro capacità di modificarsi e adattarsi non varia alla stessa velocità di quella del pubblico di comprendere e leggere. La seconda, a mio parere, corre molto più velocemente della prima in direzione di una semplificazione e riduzione essenziale. Scrittura e lettura sono disallineate. Si va verso la possibilità di poter leggere solo contenuti minimali per estensione e struttura. Arrivo al dunque. Se un terzo della popolazione non riesce a comprendere un breve testo scritto nella propria lingua, cosa vuol dire scrivere poesia oggi? Per chi stiamo scrivendo? Intendiamoci: non ho risposte e non desidero una semplificazione grottesca e disintegrativa della frase e del testo. Ma rimane la domanda, anche questa non originale e molto più antica di me: per chi scrivi?

La maestra un giorno chiese

per chi scrive il poeta.

Risposi:

per se stesso!

Disse che sbagliavo:

il poeta scrive per gli altri.

Era una persona molto sicura.

Oggi sarei più titubante a un’interrogazione del genere. Non so come e se si possa rispondere a una domanda così. Mi sento di sostenere, banalmente, che una poesia è un tentativo di comunicare qualcosa. Ma, se è così, deve essere inteso come pensiero dotato di un’intenzione rivolta verso un Altro e che cerca di essere riconosciuto come tale.

Da sempre, si può essere annoverati tra i poeti ripetendo, non avendole metabolizzate, le regole della tradizione e della Forma Stabile del Verso. Anche in assenza di argomenti reali. Come fosse un più o meno sofisticato gioco linguistico. E tutti a leggere a bocca aperta. Si può essere ottimi sarti di parole senza confezionare mai un abito nuovo. Dove sono gli argomenti oltre la maniera della parola, sempre meno immediata per l’orecchio del lettore? A volte rimangono irrintracciabili. Stai parlando di qualcosa? O stai ricamando poesia in centrotavola nuziali?

Ci si potrebbe chiedere se quindi stia proponendo di aprire le gabbie, perché tanto in poesia vale tutto, chiunque può scrivere, e pazienza il passato.

Il problema è atavico. Credo che le gabbie siano già aperte da un pezzo. Sono state aperte un’infinità di tempo fa. E non da me. Sono molti coloro i quali possono scrivere poesia in quella che riconosciamo una Forma Stabile. Ma si tratta di tecnica e maniera. Fortunatamente quelle si possono apprendere, certo, a patto di grande disciplina intellettuale. Ma i contenuti? Il qualcosa che hai da dire? La capacità di imprimere un tempo e un’intenzione a una parola, a un accapo? Quello dove lo impari? La Poesia può essere disgiunta da una certa formalità, o è l’insieme di forma e contenuto che la dà possibile? Il primo pensiero è che il presunto contenitore, alle condizioni di temperatura della nostra epoca, si stia rilassando alquanto, fino a confondersi con altro.

Facciamo finta – è solo un gioco non preoccupatevi – che tutto ciò abbia un’intenzione intelligente, che la poesia stia facendo il tentativo di sopravvivere a noi contemporanei. Come si sta comportando nel nostro presente?

Viviamo un tempo così veloce e anomalo che possiamo parlare di ciò che colloquialmente indichiamo come “presente” solo in senso paradossale. Il nostro è uno “smart time” in cui l’adesso è già uno strappo in avanti, una piccola fuga in ciò che non possiamo afferrare, i nostri giorni sono un “past-present” o un “non-future-present”. O comunque un “non-present-present”. Prego di cogliere ironia perplessa in ciò che dico, ma non solo. Forse, dopo i non-luoghi, ci siamo inventati anche i non-tempi. O almeno un non-presente, sembra. La realtà, ammesso che sia mai esistita, è comunque ormai plurale: fasci narrativi di post-realtà. L’identità, ammesso che sia mai esistita, è plurale: fasci di narrazioni post-identitarie.

Ripeto quindi, cosa sta facendo la poesia?

A parere mio, già da moltissimo, sta uscendo da un guscio, che forse le è stato imposto indebitamente da tempo immemorabile, e sta trasportando il suo contenuto, la sua “intenzione”, a zonzo per fasci di forme insolite.

Non è di oggi, ma oggi è sempre più chiaro. Per sopravvivere.

Per sopravvivere vuol dire: per poter essere scritta, per poter essere letta.

Cosa rimane?

Se non posso riconoscere cosa è poesia dal suo aspetto formale, da cosa posso allora?

Avanzo la possibilità che sia la poesia a farsi riconoscere, come un evento intenzionato. È la poesia che, se è buona poesia, si propone come situazione dotata dell’intenzione, in qualche modo impressa dall’autore, di voler comunicare qualcosa di speciale a un interlocutore. Per raggiungere questo scopo l’interlocutore deve essere in grado di rendersi conto che in quelle parole c’è la volontà di una trasmissione non ordinaria. La Poesia non è l’ordinario. Che possa esistere una cosa come “un’intenzione poetica” che si dia come primitiva della comunicazione? Bello… ma semplificherebbe tanto, troppo, tutto quanto. Quindi rimaniamo sempre nel campo del “non lo so”. Anche la magia andrebbe bene per quanto mi riguarda.

D’altronde ogni oggetto d’arte deve possedere, in quanto articolazione di una comunicazione efficace, l’intenzione di dire qualcosa a qualcuno. Quindi, il poeta deve imprimere alla sua opera un’intenzione che sia riconoscibile come tale: è l’unico modo in cui “un qualcosa” può essere preso in considerazione come legittimo partner di comunicazione speciale o di interrogazione eccezionale, degno di entrare a pieno diritto nei discorsi, nell’immaginario, nell’esperienza dell’altro attore dell’atto artistico. Forse è come nel “patto narrativo”: quando si entra in un museo o apriamo un libro, il nostro cervello assume questo sfondo, e anche un orinatoio diventa arte, e persino quello che scrivo io poesia. Un “patto poetico”? Forse si sta solo al gioco. Non so.



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