Dario Talarico sull'antologia Distanze obliterate

AA.VV., Distanze obliterate. Generazioni di Poesie sulla Rete (a cura di Alma Poesia), puntoacapo 2021, pp. 243, euro 25.


Il blog Alma Poesia, una delle realtà più giovani e ambiziose del panorama italiano, ha da poco festeggiato un anno di vita, dando alle stampe la sua prima antologia tematica intitolata Distanze obliterate. Generazioni di Poesie sulla Rete (puntoacapo, 2021).

Questo volume si presenta sin dal titolo non solo come una raccolta di vari autori, ma come un progetto di studio vero e proprio, che a partire dalla pluralità e dall’inquadramento generazionale, si prefissa di tracciare un percorso, aprendo un dibattito proficuo sulla relazione Poesia-Rete. L’antologia si divide in due macro-sezioni: la prima (I testi degli omaggi), raggruppa i nomi di autori che su invito hanno omaggiato i loro componimenti; la seconda (I testi della Call), riporta, invece, le poesie degli autori che hanno deciso di aderire all’iniziativa, superando le selezioni della redazione di Alma Poesia.

Ed è proprio questa seconda sezione, la più corposa, la più aderente forse, a rappresentare in maniera più nitida il nucleo di ricerca di questo libro. I testi della Call, infatti, distribuisce gli autori per fascia anagrafica (1940-1959, 1960-1969, 1970-1979, 1980-1989, 1990-2000), proponendo interessanti spunti di riflessione su come le varie generazioni poetiche vedono, vivono e si misurano con la Rete. Infatti, se si prendono le poesie anche al di là e prima della loro riuscita letteraria, al di là e dopo il camuffamento dell’artificio artistico, e le si legge anzitutto come prodotto dell’essere umano, con il suo personale contesto anagrafico e personale, in un dato contesto storico-ambientale, queste non possono fare a meno di essere porose e di farsi portavoce, di rivelarsi anzitutto come testimonianze, e persino sintomo di un certo sentire di ben determinati spaccati generazionali.

Prima di analizzare le divergenze di visione tra queste fasce di età, è però interessante anche sottolineare alcune peculiarità che, seppure non in maniera omogena, si ripresentano trasversalmente in tutto il testo, attraversando un ventaglio d’anni di più di mezzo secolo. Questi temi ricorrenti sono uno stato di malessere diffuso, talora vacuo, talora specifico e ben identificato nei confronti della Rete; un non molto prevedibile rapporto tra Rete e morte; e un invece più prevedibile e serrato binomio rete-lockdown, a denunciare da un lato l’attualità dei componimenti presenti, dall’altro a confermare quanto, in un modo o nell’altro, questo ultimo anno di emergenza socio-sanitaria abbia condizionato e intensificato la connettività e il nostro contraddittorio e vulnerabile bisogno di essa.

Il ventennio 1940-1959 si lascia caratterizzare anzitutto da un senso di consapevole anacronismo, di spaesamento e spargimento («mi costringo poeta per non sparpagliarmi» (G. Vetromile)), che si traduce in uno schermo che è muro, in una incomunicabilità che è lontananza, lontananza dal veloce, dall’intangibile, dalla immaterialità. Qui la Rete spesso non viene affrontata frontalmente, nella sua essenza, ma l’idiosincrasia impatta un passo prima, abolendo o confondendo le differenze tra ciò che è Web e ciò che invece è la strumentazione che lo rende possibile (tastiere, mouse, schermi, file, ecc.). Ma se la proposizione 5.6 di Wittgenstein è corretta e se più a fondo ancora lo sono anche le ipotesi di Sapir-Whorf, questo spaesamento, questa difficoltà di abitare è sin dal principio e inequivocabilmente anche una impossibilità di linguaggio, una non familiarità, una non naturalezza nella parola, con la sola consolazione, forse, che «se non esiste il vuoto, esiste almeno il niente» (G. Turco).

La classe 1960-1969, la più idealista, è stilisticamente quella più ardita nelle sperimentazioni, e contenutisticamente la più sentenziosa nei confronti del Web. La scrittura arriva talora a farsi automatismo meccanizzato, la sintassi si contorce; qui è il «Paese/ delle nonmeraviglie», un luogo «così lontano dal vero/ da sembrare reale» (B. Mezzone), e il monitor diviene un oggetto noto e al contempo misterioso, impenetrabile, «una faccia di pietra – un monolito senz’anima» (E. Roversi). Sotto questo sguardo critico e dissacrante, l’andamento odierno delle cose si fa «grido isterico/ di milioni di pulci/ attaccate alla mammella di un like» (B. Bellanova), e lo stesso sistema di alimentazione e gratificazione dei social viene smascherato come bisogno e nutrimento, e più a ancora come svezzamento e imprinting. Ma c’è anche chi, con amarezza, deve rendersi conto che «nulla è cambiato» e che «forse la vera sfida, a ben vedere,/ non è non ammalarsi/ è guarire» (I. Mugnaini).

Tanto da arrivare a mutuare il celebre enunciato di Descartes («siamo ovunque, interconnessi,/ e dunque siamo» (B. Calcinelli), gli autori 1970-1979 mostrano sicuramente una familiarità ancora maggiore con la cosa-Web, anche se tutt’altro che pacificata. Sanno che il Web esiste, e che bisogna farci i conti, sanno che la Rete è, eppure che non è reale. Prosegue e si rafforza qui il senso di alienazione («siamo, soprattutto quando non siamo» (R. Chiapparoli)) e frammentazione («vado ovunque, solo che/ lo faccio a pezzi» (A. Piccoli)), di non coincidenza tra reale e virtuale. Nella ricerca inesausta di trasparenza, gli autori si ritrovano invece in «una solitudine nuova/ senza più tempo né storia» (V. Costenaro). «Il giusto riparo? Sparire» (A. Piscazzi).

È però tra i 1980-1989 che, a mio parere, si raggiunge il maggior numero di sfumature del tema. In questo gruppo la Rete è il social, la chat, la messaggistica, il fake, la viralità, il Dark-Web, le banche dati, gli avatar, i selfies, la pornografia, il motore di ricerca. È come se questa categoria avesse vicinanza sufficiente con il suo oggetto da conoscerne e poterne analizzare le sfaccettature, ma al contempo anche quella distanza minima nel non essere dei nativi digitali, per avere la capacità d’analisi e la consapevolezza empirica di un mondo diverso, di un’alternativa vissuta e dunque non utopica a quella attuale. Qui, per la prima volta nell’opera, forse, come nota nell’introduzione Sara Serenelli, si abbozza una pars construens, un tentativo, per quanto inconcluso, di congiungimento, l’affanno di recuperare un senso. Il primo passo da compiere è allora quello dell’interiorizzazione e della messa a nudo, per ritrovare quell’umanità che forse ancora ci appartiene: «Il banco alimentare ha esaurito la carne./ Ho sorrisi, pose plastiche, entusiasmi facili./ Tutto a buon mercato. Manca la verità./ Ma a chi importa?// E allora pose, allusioni, battute, cuori,/ risate, pollici. Precipito nell’approvazione./ E nessuno che si accorga e domandi:/ “A quale tristezza sei votata al momento?”» (F. Buonomo). Ma questa interiorizzazione, se fallimentare, può anche estremizzarsi, a tal punto da divenire dissociazione: «Io vedo il mondo che mi guarda,/ rovesciarsi/ nelle mie ossa./ Posso raggiungermi» (I.E. Leo). Lo schermo, prima muro e poi faccia di pietra e monolito, si trasforma in mostro, dunque in un qualcosa di sollevabile, come se fosse un sipario o una maschera, fino al rovesciamento totale tra reale e digitale, nel quale il cielo stesso arriva a farsi «schermo morto» (A.V. Guarino). È proprio a partire da questo rovesciamento che mai come in questa sezione si hanno dei ribaltamenti concettuali. Da polvere di stelle, siamo ora «polveri di pixel» (F. Mancinelli), che (riecheggiando una nota massima di Karl Kraus) monologano bene fra loro (A.V. Guarino), con l’unica certezza, coniata dalla filosofia nietzschiana, che «se cerchi nel web/ il web cerca dentro di te» (F. Tripaldi).

L’ultima è la classe 1990-2000. Qui il virtuale non è solo frequentazione, ma fusione. Realtà e simulacro coincidono, come universo e cyberspazio, come sema e soma; il Web è un luogo abitato in cui muoversi e vivere, una natura vera e propria con le stesse meraviglie e le stesse insidie di una natura primigenia. L’immedesimazione anatomico-tecnologica è ormai quasi completa, l’essere umano è prossimo all’androide: «le carni si disfano […] in una continua elettrizzazione» (C. Turchi), «la notte» si sogna «facebook» (F. Ottonello), tutto è mercificabile, e il sesso e il corteggiamento non richiedono più un incontro in presenza (M. Todoverto). La Rete qui ha meno accezioni rispetto alla categoria precedente, e si concentra per lo più sugli smartphone e sui social, se non come beni di prima necessità, almeno come cose che è dato per scontato possedere. Pensando all’alternarsi delle stratificazioni di Florenskij, non sembrerà paradossale il fatto che il senso di distanza e smarrimento di questa classe trovi per sprofondamento un eguale soltanto nella categoria generazionale ad essa più lontana: quella del 1940-1959. Ciò che si configurava come nostalgia, senso di solitudine e spaesamento al nuovo, qui diviene spaesamento al e dal noto. Il 1990-2000 sembra approdare anzitempo al «solido nulla» leopardiano, ma senza un percorso, catapultandosi nei tempi velocizzati e dispersivi della Rete, dove in un lasso temporale brevissimo, si ha empiricamente e in un solo sguardo la visione dei cicli di nascita, crescita e morte (di una notizia, di un post, di una carriera, di un’esistenza), e dove ognuno si dimena e combatte, pur sapendo, con Warhol, di aver a disposizione solo «15 minuti di fama». Ora, pur di sopravvivere, si è disposti a virtualizzarsi e a ridisegnarsi (P.A. Zumbo), in una virtualità tentacolare e ripetitiva che per la prima volta, in un modo o nell’altro, si prospetta come rinascita, per quanto effimera, e come chirurgia plastica, come alternativa, come fuga e miglioria del reale. Eppure quel senso di malessere e di mancanza non si placa, anzi, si acuisce («non riesco più a trovarmi/ nei luoghi che mi sono cresciuti dentro» (M. Donati)).

Il darwinismo direbbe che sopravvivrà solo chi riuscirà ad adattarsi meglio al nuovo ambiente, ma alla luce delle parole di questi autori, se la Rete è nata per connetterci, perché ci fa sentire più soli? Il nuovo senso del termine sembra ancora troppo in debito con quello del precedente.

Dario Talarico



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