Mauro Ferrari, Il fulcro della bilancia (2)


Provo a entrare nel concreto. Se mi chiedessero un facile esempio di perfezione in poesia a confermare quanto detto sopra, citerei l’attacco di In Memory of Eva Gore-Booth and Con Markiewicz di William Butler Yeats, pubblicata in The Winding Stair (1933). Comincia così:


The light of evening, Lissadell,

Great windows open to the south,

Two girls in silk kimonos, both

beautiful, one a gazelle.


La luce della sera, Lissadell,

grandi finestre esposte a sud,

due ragazze in kimono di seta, entrambe

bellissime, una una gazzella.


Detto che Lissadell è una casa nobiliare abitata da una famiglia che Yeats conobbe bene, dove vissero le due ragazze protagoniste della poesia (storia interessantissima tra l’altro), annoto come nella mia traduzione si perda un po’ del ritmo e del gioco fonico, come l’allitterazione silK Kimonos e la quasi rima south / both; per fortuna però si preservano le /l/ del primo verso, l’allitterazione Both / Beautiful e, soprattutto, la rima Lissadell / gazelle; glisso sull’inevitabilità, temo, della ripetizione “una una”...

È un’apertura semplicissima, ma tutta giocata sullo sguardo cinematografico: la cinepresa apre sul cielo (il tempo e il luogo, o come dice Shakespeare “a name and a place”); poi inquadra il villaggio (la casa), quindi il dettaglio delle finestre; infine entra in casa per l’apparizione delle due ragazze in kimono (notiamo en passant la seta), e poi annota la bellezza delle due (aggiungendo un giudizio estetico, dopo l’oggettività imagista dell’attacco). Infine, chiude con un tocco che cinematografico non è, vale a dire il parallelo, creativo più che visuale, con la gazzella. La vista è introiettata.


Apro una breve riflessione su un dettaglio degno di nota che ri-conferma quanto voglio dire: la rima unisce un dato esterno, cioè Lissadell, con una realtà interiore, il parallelo con la gazzella. Nessuna cinepresa e nessun pittore potranno mai fornire questo riferimento, perché è specifico della letteratura (ed è ciò che intendeva Pound in Imagismo: il poeta non descrive ma “presenta”, e quando parlava di “linguaggio investito in sommo grado di significato” (Come leggere). C’è però un altro punto interessante riguardante questa rima: quanto è spontanea, inevitabile intendo, e quanto è invece indotta dalla suggestione sonora? Sono convinto che se la casa fosse stata a... Rossinver, il poeta avrebbe magari usato “panther”... perché il suono (e il ritmo) influiscono sul pensiero, come sa qualunque buon poeta: per quanto il poeta abbia una idea chiara di cosa vuole dire, il pensiero poetico procede anche per associazioni, salti, fascinazioni foniche. Ed è uno dei motivi per cui si dice spesso che il poeta “non sa dove una certa poesia andrà a parare”: non è quindi una prova di irrazionalità (basta con l’irrazionalità della poesia!), ma di assoluta razionalità: è la materia fonica che agisce e pressa il significato, la forma dell’espressione che agisce sulla forma del contenuto, o anche il caso che si intromette nella necessità.

Dice Charles Tomlinson: Le possibilità della rima sono quelle dell’incontro: / fortuite nel trovarsi, ma una volta trovate, vincolanti” (The Chances of Rhyme, 1969). O pensiamo alla rima “vita” / “vietnamita” in Raboni...1

Quello che più mi interessa, alla fine, è dare un primo esempio spero concreto di come un dato esterno, oggettivo, venga introiettato creativamente (la “coloritura dell’immaginazione” di cui parla Wordsworth, citato sopra) tramite il linguaggio, dando corpo a un prodotto artistico che ha le sue specificità, e che connette una realtà esterna con la nostra capacità (e volontà) di connettere al fine di comprendere meglio il mondo. Perché la poesia è un atto razionale di apertura e conoscenza.



Note


1. Annotavo in una riflessione (ora in Civiltà della poesia, puntoacapo 2008): “Quella rima, vita / vietnamita, mi ha colpito non tanto per la sua relativa audacia semantica, quanto perché mi spingeva a domandarmi: «ma se l’infermiera, invece che vietnamita, fosse stata americana o, violando anche la metrica, rumena, e se quindi quella rima con vita fosse stata impossibile, cosa sarebbe successo?» Ovvio, Raboni non avrebbe sfruttato la rima e avrebbe dovuto cambiare tutto il verso, che è regolare e necessita di nove sillabe, oltre alla rima; forse avrebbe riscritto tutta la strofa e forse tutta la poesia, visto che anche la seconda strofa, in questo quasi-sonetto, mantiene le stesse rime. Forse, mi sono detto, la stessa parola vita era comparsa cercando una rima con vietnamita... insomma, cassando una sola parola, del tutto inutile nel testo, si badi, tutta la poesia si scioglieva piano piano.



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