Dario Capello su "Prima dell'estate e del tuono" di Luca Pizzolitto
- 5 giorni fa
- Tempo di lettura: 3 min

LA TRASPARENZA E L'OSTACOLO
Può sorprendere, ma non più di tanto, constatare che nel distico iniziale, nei primi due versi di tutta la raccolta di Pizzolitto compaiano i topoi, o i motivi che strutturano gran parte del libro:
Del fuoco conservi antica memoria,
la misura del passo prima della caduta
[...]
dove le parole chiave per il discorso che sto per fare sono “fuoco” e “caduta”.
Qui la parola poetica sembra essere emersa da una pressione particolare, dopo aver superato la prova del fuoco. O forse, meglio, ancora nel vivo della prova. Fuoco, fiamma, febbre interiore, ardore (Arde il cielo, e altrove Brucia l'inverno). Simboli dello Spirito. Da ogni parte, da ogni dove si sente la potenza di un ardore, di un soffio incandescente che trascina i pensieri. Si avverte qualcosa che sta per entrare in combustione, sta per essere sperimentato.
E altro grande tema è quello della “caduta”, con tutte le implicazioni, anche metafische, che da qui diramano. Brucia il segno del cielo prima della caduta.
La divinità, il senso del divino è sempre presente e incalzante, non ha neppure troppo bisogno di essere nominato, al di là di qualche cadenza ripresa dall'Antico e dal Nuovo Testamento. La tensione al divino sembra immersa nell'aria che circola in queste poesie. come un richiamo. E proprio questa tensione sostiene e innerva la personale lotta con l'Angelo di Luca Pizzolitto. La sua propria scala di Giacobbe indica certamente una via per la risalita, verso l'Eden perduto, verso la “trasparenza”, ma non nasconde “l'ostacolo”, lo spigolo, il contraccolpo delle cose del mondo. Ne deriva una sensazione diffusa di “souffrance” (vorrei dire: quasi leopardiana), qualcosa di più profondo di uno stato d'animo soggettivo.
Una grande energia percorre questi versi, carica di pensiero e di pathos. entrambi, pensiero e pathos, giustamente calibrati, risonanti tra loro. Urge nella poesia di Pizzolitto il bisogno di una parola nuda, asciutta e insieme sovraccarica, portata a una temperatura elevata. Una parola-evento. Nero su bianco. L'effetto conclusivo è quello di una poesia da “giorno del giudizio”. Ogni giorno, qui, è giorno del giudizio.
Dal punto di vista tecnico-formale a questo risultato Pizzolitto arriva attraverso alcuni procedimenti. La punteggiatura è quasi assente... seguendo una linea, un canone ben storicizzato che parte da Mallarmé e attraversa Ungaretti. Anche assente o quasi l'uso del pronome “io”, come a voler attraversare il limite identitario, la soggettività, e aprirsi a un ideale impersonale, o sovra personale. Ancòra, il senso e la strutturazione del ritmo, un ritmo interno in gran parte affidato all'arte del “levare”, alla calibratura delle pause, alla cura dell'andare a capo. Infine, l'uso sapiente della sentenza perentoria, illuminante e sovente enigmatica. Come enigma da non risolvere.
*
Del fuoco conservi antica memoria,
la misura del passo prima della caduta
il ramo ritorto la spina del pruno
la veste gualcita del tempo
dalle lampare la luce scolora il buio
muore la grazia nell’afa di luglio
madre di ogni rimpianto,
salvezza dei corpi santissimi dei naufragati.
*
Carta da parati brevi distanze
promesse celate nel sogno
qui dove strada vuol dire esilio
le sigarette lasciate a metà
l’aquilone a terra le nude stanze
la necessità di infinito.
*
Perché santo è bruciare senza sapere,
santo il riposo nella tua lontananza –
schianta la sera le vene gonfie del fiume
il tuo viso alla sorgente, geografia della mia sete.
Ho steso fili da stanza a stanza.
E danzo di nuovo, e danzo ancora.





















Commenti