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Dario Capello su "Filari" di Andrea Tosi

  • 30 apr
  • Tempo di lettura: 2 min

 

 

 

Andrea Tosi, Filari, peQuod, 2026
Andrea Tosi, Filari, peQuod, 2026

 

 

                    

     Una delle poesie più belle di tutta la raccolta, a mio parere, è quella, tra le ultime, che ha per oggetto una baita di montagna “fedele alla caduta” o forse obbediente al “bisogno / di sentirsi in bilico”. L'immagine, la figura del “bilico” diventa così l'emblema, la metafora centrale attorno a cui ruota tutto il libro. C'è un lessico infittito di allarme, in questi pochi versi. Ne riporto alcuni in ordine di comparizione: strapiombo, ceduta, allarmi, dirupo, incalzata, bilico, cadeva... Come dire che il poeta vive sospeso tra due abissi (...nel linguaggio di Pascal). È nella zona di precario equilibrio, nella zona del trapezista, che si attesta e si configura l'urgenza di queste poesie di Tosi. Nell'imminenza del crollo, dove tutto è ma tutto potrebbe non essere. In questa zona di sospensione, peraltro ricca di tremiti, il reale, di volta in volta, vira dall' “unico niente” al “miraggio / della vita completa”.  L'unico niente è  accezione quasi leopardiana, in tutta la sua rischiosa fascinazione, che nella poesia (“Teatro”) diventa oggetto di speculazione filosofica, ravvivata da quella decisiva risonanza, da quella rima di “niente” con “mente”, ripresa in ribattuta nell'ultima poesia della raccolta.

 

Il correlativo oggettivo, o il segno di questa situazione allarmata di precarietà diventa poi il vento. Quanto vento incombe a scompaginare i pensieri troppo lineari e dunque a innervare, accendendoli, i versi di Tosi! Ed è un vento che “non ha voce” ma disorienta, “cambia le cose”, “rivolta / il controsenso nel palmo”. Non certo per caso  “Giro di vento” è il titolo della prima, e più corposa, sezione del libro. Fin da subito l'ordine prevedibile dei “Filari” viene investito da un turbine, dal vento che rovescia le prospettive di questo “diario poetico di apparizioni ed assenze”, come è ben definito il libro nella prefazione di Antonio Fiori.

 

Un'altra poesia che si avverte particolarmente “sentita” è quella dal titolo Beatitudini.   È una poesia di inquietudine, certo, ma ravvivata e sostenuta da un accorato pathos cristiano, come rivela peraltro il titolo. Qui Tosi si dispone alla ricerca di quel “sole / di un altro significato”, indagando le crepe del senso e le memorie del vissuto personale (“era bello ascoltare quel verde / del mondo”) approda a un senso presagito più alto.

 

Dal punto di vista formale, la parola di Tosi pare scandita con precisione. A volte ellittica, con qualche bella e disinvolta accensione espressionistica, ma sempre nella scia di un fiato d'anima. Anche il paesaggio naturale sembra creato dal vibrare delle parole, tanto che trapassa fin da subito in paesaggio interiore.

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