Costruire su macerie: Filippo Ticozzi
- 13 minuti fa
- Tempo di lettura: 3 min

Sappiamo che la Poesia è per definizione indefinibile, cioè non distinguibile per temi o stili. Tuttavia, la pratica quotidiana, che è sempre un confronto diretto con il Canone (concetto sfuggente e controverso ma inevitabile in qualunque discorso critico), è giocata sulla tensione tra l’esigenza di riconoscibilità di un testo come Poesia e l’indispensabile ricerca personale, cioè la necessità di trovare la propria voce all’interno di questo territorio difficilmente mappabile.
Quale è, secondo te, il punto di equilibrio fra queste diverse esigenze, che possiamo forse definire Tradizione e Innovazione?
Non possono che compenetrarsi. Una non può esistere senza l’altra. Occorre confrontarsi con il presente, con la sua lingua, per me è fondamentale. Trovare segni nel mondo che si vive, tracce, crepe. Il linguaggio poetico può farne aperture importanti, indagare ciò che non si può pronunciare. Da sempre la poesia si confonde con l’indicibile: molte fonti affermano che la sacerdotessa di Delfi bofonchiava i suoi indovinelli in esametri dattilici. Non si può perciò fare a meno di stare sulla lunga tradizione titanica della letteratura per scrivere del presente, delle sue mancanze e dei suoi grandissimi enigmi. Un presente che spesso si nega pretende una poesia che ne ritmi il mistero, e che può germogliare solamente dalla profonda conoscenza di ciò che è stato fatto e tentato.
La nascita di ogni verso per me nasconde un abisso. È sempre un tentativo di creare uno squilibrio, di prendere a sassate un confine. Quel confine ha avuto tanti nomi, ma cosa c’è oltre mai l’abbiamo saputo. Ci vuole una retorica per poter conferire una forma alla reticenza di questa frontiera. Tale retorica, costruita nel tempo, è la poesia.
Quale è, nella tua esperienza, il senso e la specificità del fare poesia oggi?
Io non credo nel valore salvifico o culturale della poesia. Penso che sia un modo per camminare all’inferno da vivi. Chi ne ha voglia? Ma è necessario se i pensieri si inaspriscono e la vita chiede dazio. A tutti capita. C’è chi lo accetta e chi no. La poesia... È qualcosa che si perde nelle strade, nell’aria. Chi legge poesia contemporanea? Credo pochissimi. Eppure, continua ad esistere, a perseverare, a crescere. È qualcosa di immanente, come i colori, come il respiro. Non sparirà mai e sarà sempre una boa in mezzo al mare. Anzi un dragamine.
In quale modo pensi che il tuo lavoro si inserisca in questo ambito, alla luce delle tue più recenti pubblicazioni?
Sono un esordiente, non riesco ancora a pensare di avere un posto da qualche parte. Credo che questo primo lavoro sia un esercizio di conoscenza, una prima catabasi dalla quale sono tornato con parole nuove. Spero continui questa ricerca.
Puoi presentare un testo che ti pare rappresentativo della tua poetica e spiegare brevemente perché?
All'Agip gli specchi spaccano le
immagini in pezzi assemblati male nel
rassettare a caso della natura.
La pompa stantuffa un seme ingordo,
la benzina porta vigore a
questa gittata d'asfalto
che sembra portare
presto al nero il buio.
Bello che la patina del sogno nasca da un vetro rotto.
le mani squamate dal rodere del tempo
appoggiano il velluto macchiato
del sedile (mia madre si dice non potesse
avere figli) sangue a sangue
il lamento in fondo alla campagna accecata
dal sole quasi
non vedo, il controcampo di un passaggio di scocca:
l'auto che mi porterà via tra poco, ombra
senza appetiti, senza argomenti.
Questo è un testo inedito parte di una sorta di poemetto, in fieri, che dice di un viaggio allucinato; si chiamerà Qualcosa sul ciglio della strada. In questa raccolta cerco di andare avanti, di fare un passo in più nella mia direzione. Da un lato permane la visione della poesia come catabasi, dall’altro cerco un’idea unitaria da sviluppare nei testi- cosa per me inedita. Anche formalmente inseguo un nuovo rapporto con il verso, che dialoga apertamente con lo spazio bianco della pagina, che è uno spazio reale e mentale. Questa raccolta è un tragitto in auto che non porta da nessuna parte. Invece scende, verso l’ingorgo delle idee e della volontà, incontrando l’apatia come forma di vita, come ribellione spirituale. Il protagonista reitera un atto indicibile e violento, contrappuntato dalle molte patologie fisiche che lo affliggono, vero e proprio coro organico. Vuole stanare qualcosa di non lontano ma inafferrabile. “Affinché il mostro progredisca al di là del livello propriamente raggiunto, in primo luogo deve evitare di cadere al di qua di esso, e questo gli è possibile soltanto reiterando i suoi atti nell’assoluta apatia.” (P. Klossowski, Sade prossimo mio, SE, p.36).





















Commenti