La parola e l’effimero - PARTE I
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Tra significante e significato

ABSTRACT:
Abbiamo dinanzi a noi due possibili strade nella ricerca analitica attorno alla potenzialità della parola ed alla sua massimizzazione in poesia. Restare in una prigionia, relegante al fissismo dell’enunciato o all’ibridismo dell’atto di proferimento, oppure guardare al discorso, che implica una riflessione attorno alla stato continuamente mutevole della lingua e ad una storicizzazione che tenga conto del percorso di un intero sistema linguistico e non della solitudine di termini che si susseguono atavicamente. Questa strada, naturalmente, non è priva di difficoltà. È genealogicamente complessa: perché non vi sono testimonianze di una lingua originaria (di una lingua pre-linguistica) se non attraverso inferenze che si reggono su esperienze contemporanee di linguaggio e, quindi, su strutturazioni contemporanee di una lingua. È strutturalmente esposta al difficile rapporto tra materia e significato, che invalida il prediligere sia una dimensione rigorosamente convenzionale (trovare un volto specifico ad un significato definito), sia una dimensione di completa indipendenza (il significante implica il suo significato ed il significato implica il suo significante). È arbitraria, a fronte di un’arbitrarietà permeante sia la materia della parola sia il significato della parola. Per un moto comunitario, infatti, un suono è stato categorizzato come componente materiale. Per una dossica strutturazione epistemica e percettiva, che è alla base di ogni atto conoscitivo, non si dispone mai di un significato già pre-esistente, indipendente dall’individuo. In questo scenario, la poesia svolge un ruolo climatico, che approfondiremo negli articoli successivi.
LEGENDA:
Significante: materia della parola: suo suono e sua resa grafica.
Significato: concetto della parola: sua componente epistemica e percettiva.
Sincronia: linguistica per lo stato di una lingua in uno specifico contesto spazio-temporale-culturale.
Diacronia: linguistica storica: confronto tra le forme di termini definiti da uno specifico stato di una lingua.
Aleteheia: verità intuitiva.
A-letheia: verità ermeneutica.
Noesis: conoscenza intuitiva.
Doxa: conoscenza fenomenologica.
La lingua è la prigionia. Il linguaggio è la facoltà di imprigionare. L’espressione è l’atto di carcerazione.
Potrebbe essere questo l’esito di una ricerca segnica atavica o iper-subliminale attorno a lingua, linguaggio ed espressione [1]. La lingua, dunque, intesa come il patrimonio di significanti-significati [2] acquisiti rispetto ad una specifica versione della realtà. Il linguaggio, quindi, inteso come la facoltà passiva di applicare, secondo le coordinate imposte, il significante-significato al giusto momento e nell’esatto stato di cose. L’espressione, di conseguenza, intesa come alienazione meccanica esecutoria del registro fonico-lessicale ricevuto: quasi l’affermazione perpetua e ricorsiva della passività. Ma anche la predestinazione nella nominazione e nello stesso atto di linguaggio: perché il linguaggio, in fondo, è esso stesso gravido di una potenzialità generatrice che gli appartiene; se – ovviamente – si ipostatizza il linguaggio.
La lingua è la prigionia. Il linguaggio è la facoltà di imprigionare. L’espressione è l’atto di carcerazione.
Potrebbe essere questo l’esito di una ricerca segnica iper-arbitraria attorno a lingua, linguaggio ed espressione. La lingua, dunque, intesa come il formalismo di un sentire personalissimo del corpo di ciascuna parola e del suo riferimento percettivo, cucendo esattamente addosso ad un unico individuo parlante il momento esatto della stagnazione momentanea del concepimento [3]. Il linguaggio, quindi, inteso come la capacità più alta di manovrare il suono ed il significato nell’articolazione esecutoria personale e nella radicalizzazione ipostatica del percepito personale: l’elevazione a massimo grado dello stile espressivo. L’espressione, di conseguenza, intesa come radicalità della parole, della performatività assoluta ed incontrastata che leviga, ferrigna, la saldatura tra parlante e parlato e la necessità-sufficienza del parlante nel parlare a se stesso: lo scenario mitico dell’uomo solo che parla per sé nel suo mondo.
Poi, c’è il discorso [4]. Il discorso, che è soglia. Il discorso che, non “democristianamente”, àncora l’enunciato alla parole: l’enunciazione; insomma. L’enunciazione che passa in rassegna la grandiosità architettonica dell’enunciato, dis-arroccando la ragione formale dell’esatta questione di verità, del fonema ricevuto cordialmente in eredità, del significato rispetto ad un mondo ben elencato nelle sue fattispecie e ben saldato nel panorama collettivo di valorialità. L’enunciazione che scodinzola, poco convinta, dinanzi all’entropia positiva della lingua, delle etimologie sonanti, della radicalizzazione convinta nella riscrittura complessiva di una lingua. Perché si è, in fondo, reversibilmente umani. Perché si è, in fondo, infinitamente ritentivi.
Perché anche il baluardo della distinzione co-attiva tra significante e significato è risolutivo fino ad un certo punto. È risolutivo in quanto, certamente, introduce l’apporto necessario dell’arbitrarietà [5]. Arbitrarietà, tuttavia, da giustificare entro meccanismi esplicativi e causalistici, che rendano completamente il fenomeno linguaggio. Si tratta, cioè, di riconoscere, anzitutto, le due masse d’acqua informi, che cercano necessariamente una compenetrazione ardita e risolutiva. Così il suono (il fonema) non è più ingiustificato. Rientra, piuttosto, in quel denso lavoro che sta nella modulazione originaria – l’individuo che, in un preciso momento, smette le carni del comunicatore “dionisiaco” per educare lo stesso proferimento in formazioni di suono chiare e dettagliate, passando dal personalissimo vibrato al vibrato riconosciuto – per se stesso e per differenza – come latore di una certa identità. È una questione anche di ricorsività, passante forse per un maternese [6] più ampio. Un maternese genealogico, al quale – tuttavia – manca il prima. Manca l’analisi originaria del passaggio dal suono disarticolato al suono articolato specificamente. Si arriverebbe, in tal senso, alla diacronia originaria: insondabile, perché chiamata a testimoniare su stessa. Quasi come museo ancestrale.
Allora ci si accontenta delle diacronie successive. Le diacronie [7] che mitigano l’arbitrarietà o generano problematicità genealogiche. Se, infatti, è l’individuo, nella sua singolarità, a poter modificare il fonema, tramite un fono viziato (volutamente o non volutamente), il vizio fonico diviene fonema solo a seguito di un’accettazione comunitaria. Allora è una macchinazione costruttiva: un’azione artigianale. Se, invece, vi fosse una predestinazione genetica al pronunciare specifici suoni e non altri? Se la muscolatura proferente abilitasse dei suoni e ne bloccasse altri? Sarebbe uno scenario patologico [8]. Sarebbe anche la traccia filogenetica del rinnovamento auto-rivolto della lingua. Un’afasia selettiva per specifici suoni, dati da un’a-priorità filogenetica: un filo-genetico culturale [9]. Quasi il registro già riempito delle sonorità disponibili, divenute lo spettro per la relazione con qualsiasi lingua.
Si scopre, poi, che la lingua abbia una sua sincronia [10]. Che la lingua – anzi – abbia soprattutto una sincronia, essa sola veramente concepita e presa in analisi dai parlanti. Perché è più semplice, se si esclude la ricezione ancestrale, l’analisi verticale di una lingua: come le unità linguistiche facciano e compongano puzzle intrigati e consequenziali, rispetto ai quali – se fortunati – si riesce a scorgere il grezzo. È l’esercizio più diretto di una storicizzazione della lingua. La vera sfida sta, tuttavia, nell’interrogarsi attorno a quella lingua: a quella lingua reale avente parlanti che la manomettono continuamente. Per retorica. Per esigenze espressive. Per economia comunicativa. Per strampalate motivazioni, divenute poi ordinarie.
Resta il cortocircuito sincronico primario, che non è a-sistemico. Definisce, piuttosto, il sistema lingua per se stesso. Quel cortocircuito rispetto ad un sistema orizzontale, in cui sono possibili, in uno specifico stato, anche margini di errore, che non generino tuttavia confusione. La Babele primigenia è certamente eziologica. Eppure una Babele intrinseca è requisito necessario e sufficiente di una lingua affinché il segno denoti e connoti effettivamente qualcosa; affinché quel segno sia questo e non altro e l’altro sia altro e non questo. È, in fondo, l’eccezione che conferma la regola: la concessione, purché non costituisca altro. Purché non sia traccia di altro.
Il mistero ordinario della mutabilità interna di una lingua risiede proprio in questo delicatissimo scheletro, che non accetta di essere smentito. Perché è una questione di accettazione dei suoni. È una questione di articolazione del significante, che si apre al significato ed è aperto dal significato. Di quel significante non improvviso.
Attraversando, si arriva al significato. Il suono smette di essere suono convenzionale, diventando significante, quando incontra il significato e forma la materialità del mondo semantico, dopo essere divenuto una delle due facce indistinguibili di un foglio bianco. Strana sorte tocca, infatti, alla relazione percettiva ed espressiva dell’individuo col mondo!
Quanto sarebbe stata comoda la modalità metafisica delle idee. Quanto sarebbe stato comodo un iper-uranio, un terzo mondo, un logos, al quale dover individuare solo una tangibilità: un momento di afferramento e di consegna. Invece, si assiste ad una transizione epocale. La carovana delle essenzialità scopre la sua a-posteriorità ed il trapasso dall’unitaria fonte di articolazione delle cose nella loro realtà si trasforma in un giochino alla diaspora. Cambia la metafisica dell’individuo: aletheia ed a-letheia; noesis e doxa. Il mondo semantico diventa il luogo strutturale della costrizione, perché l’emancipazione – ancora retroattiva – della verità è il gioco dell’insuccesso. Con essa, la lingua diventa il teatro sistematico del successo debole. L’individuo ha, in fondo, per limiti il suo linguaggio. Perché la lingua è il complesso delle percettività di una comunità e l’ipostatizzazione delle significazioni (l’orientamento di senso rispetto al mondo circostante) non riconsegna il mondo esattamente, riconsegna il mondo che appare. Perché la capacità di articolare le stesse condizioni pratiche di senso ha per maglie quella lingua, quel suo intenso sistema che traccia la linea, separando l’accettabile dal non accettabile.
È, ancora una volta, una questione di sincronia e diacronia. Variando la relazione degli individui col mondo, variano non solo i riferimenti. Varia il presentarsi stesso dei riferimenti. Il modo complesso di produrre un’immagine mentale e, anche più propriamente, di concepire qualcosa in uno specifico modo. Varia il modo di assegnare identità. Varia l’archeologia del mondo tangibile e non. Le mitologie, dunque. Le mitologie, che non solo fondano una cultura, che non solo rispondo alla domanda originaria; ma fanno originare quella stessa domanda e la collocano in uno specifico stato. Non c’è, allora, un residuo che non sia germinale. Non c’è possibilità di non formulare quei significati e di accoglierli in un’intuizione superiore, della stessa natura di quegli stessi significati. È sempre un’accettazione mitigata, intenzionata.
Si tratta di sincronia in quanto molteplice è il termine ed il suo significato. Se è vero, infatti, che si presuppone una composizione atomistica dei significati, per non cadere contraddetti nell’olismo linguistico [11]. È altrettanto vero che lo specifico significato di quel termine – il suo uso in ogni qui ed in ogni ora – è definibile solo dalla relazione che esso può assumere in virtù del significato specificato degli altri termini, costituendo un tutt’uno con lo stato di cose rappresentato o da rappresentare. Quasi come la mappa impellente di una scrittura vivente.
Si tratta di diacronia in quanto differenziata è l’impellenza nella resa espressiva. Se è battuta, infatti, l’universalità del significato – la sua a-priorità autentica – e se è pienamente percettivo il motivo che fa esprimere qualcosa in quello specifico modo (se la parola diventa esito ultimo di una disposizione continua verso il mondo), il significato ha la scadenza delle ere percettive. Così il riferimento si irrobustisce e generalizza o il riferimento si assottiglia e si specifica rispetto ad un determinato stato di cose o rispetto ad uno specifico stato di una cosa, che può presentarsi diversamente in contesti diversi. È l’esigenza di un Adamo sempre rinominate: l’Adamo che deve riscrivere continuamente il suo spettro nominale, alfabetico. Perché la lingua non si dà una volta e per tutte. Perché il linguaggio è questa facoltà che fa accadere. Fa accadere, tuttavia, in maniera tangibile.
Per uno strano scherzo della storia, il linguaggio, facoltà d’assoluta elezione per l’essere umano, rende ponderabile l’indeterminato. Questa facoltà di disporre dei segni: indirizzare i suoni verso una specifica resa fonematica, ingaggiare un confronto serrato tra significati e situazioni reali, rimodulare l’intera struttura ricevuta affinché funga da mezzo per lo spazio comunicativo (affinché sostanzializzi l’agire comunicativo), disporre di una struttura sintattica che sia essa stessa significativa, errare nei limiti del possibile non volutamente, errare nei limiti del possibile per giungere ad una significazione possibile, istituire delle esistenze fittizie epistemiche, istituire elementi di socialità e di potere. Questa facoltà immensa è difficilmente inquadrabile analiticamente. Come per la diacronia ancestrale, è una questione di epistemologia in prima persona: una solida descrizione fenomenologica che lascia perennemente delle ritrosie. Laddove, dunque, non riesce l’afferramento auto-percettivo e riflessivo, resta il supporto teoretico o naturalistico, che tuttavia sembra solo lambire il sistema intricato dell’esperienza di linguaggio.
Quando si analizza lo spinoso rapporto tra significante e significato, per esempio, sarebbe assai semplice delegare al significante il ruolo di mero rivestimento materiale del significato. Per cui si tratterebbe di problematizzare attorno a dei riferimenti esistenti, i quali vengono nominati in maniera diversa a seconda della lingua di provenienza, delegando la questione ad una semplice ricerca di corrispondenze. Si tratterebbe, quindi, di ampliare lo spettro del significato a spettro esaustivo dei fenomeni di linguaggio. Eppure, qualcosa non torna.
L’esperienza di Jacques e Jack dinanzi ad una notizia in francese o dello scioglilingua “Trentatré trentini entrarono in Trento, tutti e trentatré trotterellando” [12], sono casi abbastanza emblematici di quanto la comprensione secondo il significato o l’articolazione secondo significato possa esercitare un ruolo determinante nella comprensione del messaggio, che pur è sensorialmente identico e in un caso e nell’altro. Lì dove, infatti, si ha una padronanza dei significati si comprende una notizia, si raccoglie comunque il significato di uno scioglilingua, ma soprattutto si cadenza l’ascolto e la lettura secondo i “gruppi di senso” che vengono a delinearsi; non tramite meri proferimenti sonori a-ritmici. Lì dove, invece, non si ha una padronanza dei significati, si è praticamente esposti all’assenza di una deformazione del suono e, oltre al blocco di comprensione che ne deriva, si determina l’inafferrabilità di un cadenzato ritmico e specifico per quella determinata espressione.
Così come la comprensione anche del significato di una singola parola fa eclissare completamente qualsiasi sostrato sintattico o grammaticale che organizzi in uno specifico modo il complesso dei significati, al quale ci si relaziona, e fa eclissare la stessa cattiva pronuncia di una parola (l’esatto proferimento del significante) [13]. Così come un soggetto afasico può coerentemente articolare un fonema solo se il fonema che gli si presenta o il complesso di fonemi che gli si presentano hanno un significato e, soprattutto, hanno un significato che questi già possiede.
Allo stesso modo, il fono – unità verbale pronunciata in uno specifico momento ed in uno specifico modo con una sola emissione di voce – o il grafo – la scrittura in uno specifico momento ed in uno specifico modo di un segno tramite una sola linea continua – sono determinanti per la comprensione stessa del significato. Una grafia illeggibile, una pronuncia non familiare, ostacolano tanto quanto il non possedimento di un significato e di significati non solo la comprensione, ma l’intero gioco linguistico e comunicativo. Soprattutto – ed è questo il punto centrale di ricaduta ultima di questa nuova serie di interventi analitici – il fono può avere di per sé una significazione. Anzi, è proprio nella significazione del fono che si stira al massimo livello la potenzialità di linguaggio e la libertà costruttiva di ciascuna espressione.
In questo contesto si inserisce, allora, l’eccezionalità dell’azione poetica: tarare una significazione proponibile già nei soli rapporti del significante e garantire, nell’assoluto del significante, un momento di significazione seppur non completo, comunque indicativo; aprirsi ad uno stravolgimento del sistema di significato attraverso delle ridefinizioni semantiche, che aprono al contatto diretto e costruttivo con la lingua e col linguaggio istituente. Si ritorna, dunque, al discorso. Al discorso come soglia. Al discorso come movimento potenziale.
Note:
[1] La suddivisione ricalca la distinzione proposta per la prima volta da Ferdinand de Saussure in langue, language e parole, con un’unica distinzione. Ho preferito, infatti, utilizzare espressione più che atto singolo di proferimento (il corrispettivo italiano riferibile alla nozione di parole, che ha in mente Saussure) per sottolineare la sistematicità dell’incrocio costruttivo tra formalizzazione della lingua e singolo atto di linguaggio di un individuo, per abbattere quella ipotetica distinzione tra il sistema semplice dei segni ed i segni applicati nello specifico contesto. (Cfr. F. De Saussure, Cours de linguistìque generàl, trad. it. Corso di linguistica generale, Il Saggiatore, 2024).
[2] Anche in questo caso è chiaro il riferimento a Ferdinand de Saussure. È sul piano sincronico, infatti, che si battezzano analiticamente le due componenti primarie del segno: il significante ed il significato. Così da iniziare una riflessione sistematica e scientifica, che superi di gran lunga la grossolana suddivisone tra suono e concetto. (Cfr. F. De Saussure, Cours de linguistìque generàl, trad. it. Corso di linguistica generale, Il Saggiatore, 2024).
[3] L’atto – cioè – singolo ed irreversibile di comunicazione, come generazione di un senso (costruzione segnica), che è valido anzitutto nella specifica circostanza in cui si origina: il proferimento, insomma.
[4] Teorizzato significativamente, per la prima volta in maniera strutturata, soprattutto nelle ricerche linguistiche e teoretiche della linguistica fenomenologica, portata avanti in maniera assai rivoluzionaria da Emile Benveniste (Cfr. E. Benveniste, Problèmes de linguistique générale, (1966-1974), trad. it. Problemi di linguistica generale, (1971 – 1985), Il Saggiatore; e Essere di parola. Semantica, soggettività, cultura, a cura di Paolo Fabbri, 2009, Mondadori), attorno ad una riprogrammazione complessiva della valenza percettiva nella transizione da enunciato ad atto di proferimento, passante per la ricostruzione di una referenzialità ed epistemicità pronominale (e non solo) calata nel contesto comunicativo pratico.
[5] Tema, questo, assolutamente centrale nella riflessione linguistica saussuriana. È, infatti, nella scoperta di una non sempre giustificata corrispondenza tra significante e significato e nella problematicità insita all’effettiva corrispondenza tra quel significato e quel significante, che Saussure realizza il passaggio epocale verso una vitalità sincronica della lingua, smantellando l’idea di una lingua già perfettamente costituita e di una lingua che è tale talvolta anche per fantasiosi motivi, come addirittura quelli evoluzionistici-geografici. (Cfr. F. De Saussure, Cours de linguistìque generàl, trad. it. Corso di linguistica generale, Il Saggiatore, 2024).
[6] Interessante teoria di indirizzo comportamentista, che ipotizza un nucleo originario della lingua, rintracciabile in quella comunicazione universale che le madri intrattengono coi propri neonati. Una comunicazione, nel dettaglio, che si avvale di poche parole ripetute, articolate attraverso una specifica flessione vocale (non applicata nel parlato adulto) e a cui fanno seguito specifici comportamenti ostensivi (indicare cose) ed emotivi. In particolar modo, secondo Dean Falk sarebbe questo il nucleo nascente di ogni lingua. Un nucleo, quindi, reggentesi non sull’afferramento di un significato, ma, anzitutto, sulla specifica distinzione tra segni (sia verbali che corporei). (Cfr. D.Falk Lingua madre. Cure materne e origini del linguaggio, trad. it. di P. A. Dossena, Bollati Boringhieri, 2011). Teoria, questa, che risente profondamente del presupposto di una modificazione esterna su tabula rasa, propria dell’indirizzo psicologico comportamentista, a cui si contrappone, invece, l’altrettanto fondamentale grammatica generativa, che vede nei fondamentali lavori di Noam Chomsky il tentativo più alto di giustificare un a-priori naturalizzato del linguaggio.
[7] È sempre in F. De Saussure che si radicalizza la distinzione analitica di approccio e di contenuto tra sincronia e diacronia. La diacronia, infatti, rappresenta l’analisi verticale di una lingua. L’approccio risolutivo, quindi, alla storiografia di un segno nel suo passaggio da un momento linguistico all’altro. La stessa visuale analitica suppone sempre il raffronto tra una forma precedente ed un a successiva. Tenendo conto, tuttavia, che in Saussure la forma specifica di un segno non è mai totalmente slegata dal sistema linguistico di appartenenza, pur non essendo totalmente dipendente da esso: un nuova forma segnica, infatti, può sia registrare cambiamenti assolutamente arbitrari, sia cambiamenti parzialmente dovuti al sistema linguistico di appartenenza. (Cfr. F. De Saussure, Cours de linguistìque generàl, trad.it. Corso di linguistica generale, Il Saggiatore, 2024).
[8] È certamente il caso di specifiche patologie logopediche, correggibili rispetto al significante, ma non inficianti l’atto comunicativo, in quanto – in buona parte dei casi – non alterano la distinzione tra i segni e la loro specifica significatività. Esse sono reversibili, se adeguatamente trattate, e nel loro “avvertimento” dell’errore dimostrano chiaramente quanto il significante sia comunque determinante per la riuscita del segno.
[9] Sarebbe abbastanza paradossale ritenere, infatti, che specifici popoli siano naturalmente disposti alla pronuncia di specifici foni, mentre altri non lo siano. È, tuttavia, dimostrato dall’esperienza quotidiana come la pratica linguistica alleni alla pronuncia di tutti quei suoni propri della lingua madre parlata, rendendo problematica la pronuncia di fonemi che non appartengono alla lingua madre. Vedi, ad esempio, il th inglese in italiano (per esempio) e la r in cinese. Ciò che è nato, quindi, per un meccanismo di convenzionalità linguistica, diventa una “difficoltà” naturale generalizzata.
[10] E’ la sincronia il piano linguistico per eccellenza introdotto da F. De Saussure. La condizione, quindi, di poter analizzare lo specifico stato di una lingua: il complesso di condizioni, quindi, entro le quali i segni si relazionano e si determinano vicendevolmente, determinando forme, strutture ed equilibri interni. Lo sviluppo orizzontale, così ottenuto, è cruciale sia per analizzare l’esperienza di linguaggio che un parlante compie, sia per capire effettivamente cosa, durante un atto linguistico, il parlante tematizzi. Sono, infatti, le relazioni interne ad uno stato linguistico gli unici elementi di cui un parlante tiene realmente conto.
[11] Richiamo la fondamentale tesi di Duhem-Quine che, se assai valida epistemologicamente e scientificamente (nessuna tesi scientifica può essere smentita, a seguito di osservazione, isolatamente, senza smentire tutte le tesi ad essa logicamente legate; la singola osservazione scientifica è determinata ed indirizzata dal complesso di teorie che ad essa fanno riferimento; nessuna conoscenza teorica può essere smentita isolatamente, senza smentire il complesso di conoscenze teoriche ad essa collegate), risulta assai problematica linguisticamente. La sua circolarità, per cui il significato di un segno dipende dal significato degli altri segni di quella lingua, risulta viziosa: se A dipende da B-C-D-E-F, è necessario che B-C-D-E-F abbiano un loro specifico significato per definire A e viceversa. (Cfr. C. Penco, Introduzione alla filosofia del linguaggio, Laterza, 2004).
[12] Sono questi (Jacques e Jack e lo scioglilingua) ambedue degli esempi “prestati” alla trattazione di questo articolo, in quanto fanno riferimento alle problematicità di comprensione semantica, pur non affrontandola direttamente. Il caso di Jacques e Jack (Cfr. P.F. Strawson, 1994) è posto come riprova di una più generale articolazione della fenomenicità del cognitivo, in quanto: a) Strawson riporta una non precisata comunanza nello stato sensoriale di questi due individui; b) E. Chudnoff (Cfr. E. Chudnoff, Cognitive phenomenology, Routledge, 2015) utilizza il primo caso come forma più semplice di contrasto (il contrasto puro) a riprova della tesi, centrale per la fenomenologia cognitiva chudnoffiana, dell’irriducibilità; c) stesso discorso può farsi per il caso dello scioglilingua, proposto sempre da E. Chudnoff, nella forma “dogs dogs dog dog dogs”, rispetto al quale un non inglese o un non conoscitore della lingua lo intenderà solo come una sequenza di termini assonanti, privi di uno specifico significato. La problematicità, che in questo articolo viene solo lambita e che nei contributi bibliografici appena citati non è volutamente affrontata, sta nella natura epistemica della comprensione semantica, rispetto alla quale risulta opportuna un’attenta analisi attorno alla configurazione che si voglia dare del sensoriale e del cognitivo, in virtù della configurazione che si dà alla percezione ed alla comprensione.
[13] Questo particolare scenario pone problematicamente l’intero impianto della grammatica generativa, dimostrando – credo – un limite procedurale inevitabile: la grammatica generativa è ottenuta tramite la riflessione su un parlante autoctono (madrelingua). La sintassi, infatti, è componente essenziale e risolutiva di molti processi di significazione. Si può dire, anzi, sia essa stessa a chiarificare sia uno specifico prospetto per il significante, sia, soprattutto, per il significato. E’ inevitabile infatti, che un parlante si esprima secondo uno specifico schema grammaticale e che quello schema grammaticale contribuisca a delineare esattamente lo stato di cose che si vuole esprimere. Tuttavia, nella risposta radicale al comportamentismo (anche al maternese , dunque) che essa vuole impostare, rimane ancorata ad una pretesa di fondo troppo impegnativa: immaginare che vi siano, infatti, dei costrutti grammaticali a-priori e, soprattutto, l’individuazione degli stessi in una grammatica universale e biologica, espressa tramite “alberi sintattici”, si scontra con casi di vita quotidiana in cui funziona una comunicazione erronea sintatticamente ed in cui parlanti non autoctoni di una lingua riescono a farsi comprendere pur senza un minimo costrutto sintattico di fondo e tramite espressioni singole (spurie sintatticamente) che hanno, tuttavia, un loro significato.
Giansalvo Pio Fortunato





















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