top of page

Scienza, Filosofia e poetica di Gianfranco Isetta

  • 12 minuti fa
  • Tempo di lettura: 15 min

 


SCIENZA, FILOSOFIA E POETICA

dove si dialoga su Parmenide, Lucrezio e Severino



 

Come materia siamo una delle tante forme della natura, siamo qualcosa solo in relazione con gli altri essenti. E con la poesia c'è la possibilità di descrivere le cose attraverso la capacità delle parole, di metterne in luce in un istante, attraverso intuizioni improvvise come un salto quantico. Un istante della nostra esistenza che può essere contemporaneamente verità e bellezza.

Nella scrittura, filosofia e poetica si possono unire, in modo accessibile, sia alla mente che al cuore attraverso immagini potenti e un linguaggio essenziale ma incisivo, per scavare nell’animo umano e nel mistero dell’esistenza.

Mi permetto di citare un mio testo Sono stato soffio dove c’è l’idea di una riflessione delicata e velata d’ironia sul senso dell’esistenza e sull’impronta che lasciamo nel tempo.

Se qualche volta / sono stato è una interrogazione sulla presenza, in una dimensione sospesa tra l’essere e il dissolversi, come se la memoria di sé dipenda dallo sguardo altrui più che da una convinzione interiore.

Tornando al tema del corpo come forma di materia: La fisica non è un ornamento metaforico, ma una vera e propria base filosofica.

Riprendendo Lucrezio: noi siamo cose della natura, in commistione con essa.

La fisica quantistica ci ha aiutato a comprendere che il vuoto non esiste essendo pieno di particelle in continuo movimento che si scontrano, si autodistruggono e ne creano altre. E noi siamo fatti di particelle.

In sostanza la materia/energia è l’unica forza vitale e forse eterna.

Il corpo umano non è il contenitore di un’anima separata ma è esso stesso materia in stato di eccitazione e trasformazione continua. Un aggregato temporaneo di energia, soggetto a salti discontinui tra stati, appunto salti quantici.

Ancora su un testo dove il tempo soffia sui corpi e un velo di patina si avvolge in se stesso e ricade sugli occhi, il corpo cioè non subisce passivamente il passare del tempo, ma ne è attraversato, È come una soglia: non è il soggetto che percepisce il tempo, ma il luogo in cui il tempo si deposita e si rivela. La patina che ricade sugli occhi è quasi una sedimentazione materica dell’esperienza (Merleau Ponty : il corpo soggetto della percezione, non strumento della stessa.

Allora il Salto quantico, sul piano filosofico, diventa metafora di trasformazioni improvvise o cambiamenti radicali nella percezione della realtà.

E si può esplorare la natura dei cambiamenti, dell’evoluzione e delle percezioni umane anche attraverso il linguaggio poetico che spesso può sembrare visionario o surreale.

Il corpo fisicamente non invecchia in modo lineare: vive di discontinuità, malattie, innamoramenti, lutti; cioè eventi che lo cambiano in modo discreto, non continuo e graduale. Come gli elettroni che saltano da un livello energetico all’altro senza passare per gradini intermedi.

Qui torna in campo la poetica dentro una crisi più ampia: quella della tradizione occidentale. Citando Emanuele Severino: una tradizione che per millenni ha cercato di rispondere all’angoscia del nulla attraverso l’eterno e l’assoluto. Quella che lo stesso Severino chiama follia dell’Occidente. La fisica quantistica, con le sue leggi statistico-probabilistiche, la sua idea di indeterminatezza, il suo vuoto pieno di vibrazioni energetiche- mette in crisi sia il razionalismo determinista sia ogni forma di dogmatismo trascendente.

Il corpo materiale non è una prigione dell’anima (come nel platonismo e nel pensiero cristiano), ma è l’unica forma concreta di esistenza: materia che si organizza, salta, si trasforma, poi si disperde – senza la presenza di un fuori metafisico che possa garantirne la permanenza.

Tornando a Severino: ogni ente è eterno nel suo essere-stato. Il corpo che è esistito non può non essere esistito. Invece il salto quantico di cui parlo si potrebbe interpretare come il contrario e il complemento: la fisica mostra discontinuità nella materia e non l’eternità del fatto compiuto. Il corpo è temporaneo come configurazione, ma è eterno come evento accaduto. Riconosco l’angoscia all’origine della paura del dolore e della morte come perno della tradizione occidentale. Il corpo invecchia, si trasforma, muore.

Ora per Severino ogni ente, in quanto tale, non può né nascere né morire: è sempre stato e sempre sarà. L’esatto opposto del concetto del divenire come passaggio dall’essere al non essere e viceversa. Il corpo che muore non diventa nulla, e questo è il punto fondante dell’errore occidentale. L’idea che si nasca e si muoia, cioè si esca dal nulla per poi ritornarci, Il divenire del corpo, la sua trasformazione apparente, è spiegata non come annullamento ma come variazione dell’apparire. Il divenire è un comparire e uno scomparire dell’immutabile. Ogni attimo o cosa sono eterni che appaiono e scompaiono entrando e uscendo dall’apparire. Il corpo in ogni suo istante è indistruttibile nell’essere.

Confesso di essere stato attratto per lungo tempo da questa impostazione, e in parte continua a convincermi per alcuni aspetti, anch’io parto dall’intuizione sulla eternità della materia ma la fondo sulla fisica, non sulla logica dell’essere.

La fisica quantistica, come ho già affermato, ci ha aiutato a capire che il vuoto non esiste e che è la materia/energia l’unica forza vitale e forse eterna.

Le particelle non sono eterne, ma si autodistruggono e ne creano altre, c’è quindi discontinuità, vero annientamento e creazione a livello locale. Non è garantita l’indistruttibilità dell’ente, perché rimane l’energia che non si annulla mai ma si trasforma senza creare il nulla assoluto. Il corpo è quindi materia che salta, che è discontinua, probabilistica, mai determinata con precisione. Con Severino il corpo è una configurazione eterna che appare e scompare nell’orizzonte dell’essere senza cessare di essere ciò che é. La morte invece è trasformazione della materia : dispersione non sparizione.

Anch’io faccio riferimento a Parmenide, alla sua famosa formulazione l’essere è, il non-essere non è, ma va tradotto nella lingua della termodinamica e della meccanica quantistica: la famosa formulazione; l’energia non si crea né si distrugge, si trasforma. Un Parmenide materialista, dove l’eterno non è l’idea ma la legge di conservazione.

Occorre carcare una poesia che abiti in questo spazio tra i due poli: il corpo appare eterno nella memoria, ma è anche fatto di materia che salta, si disperde, si riconfigura.

Con Severino anch’io, pur non negando il divenire, rifiuto l’idea che il divenire sia il nulla.

Con Parmenide il divenire (passaggio dall'essere al non essere) è impossibile, quindi illusorio. La molteplicità delle cose che nascono e muoiono appartiene alla doxa, l'opinione dei mortali. La verità (aletheia) che rivela all'uomo ciò che i sensi non possono vedere è che l'essere è uno, immobile, eterno e senza lacune. Certo il corpo umano è un problema perché sembra nascere, cambiare, morire – ma questa è solo apparenza- non può esserci qualcosa che possa cessare di essere.

Con Severino non solo l'essere in generale è eterno, ma ogni singolo ente è eterno, ogni cosa che incontriamo in natura: un corpo, un tavolo, una foglia che cade non si possono annullare perché significherebbe che l'essere diventa non essere, violando il principio di contraddizione.

Il divenire apparente – il corpo che invecchia – è un comparire e scomparire nell'orizzonte dell'apparire, non un annullamento reale.

La foglia caduta non è diventata nulla: continua ad essere , eterna, fuori dall'orizzonte del nostro apparire attuale.

Tutto ciò ha grandi conseguenze nel rapporto con la poesia, che non può essere pensata come qualcosa di surreale o metafisico, ma che solo attraverso le immagini può tentare di cogliere questa realtà. In qualche modo cercando di naturalizzare il pensiero parmenideo nel linguaggio della materia e dell'energia.

Il principio di conservazione dell'energia è il Parmenide della fisica: nulla si crea, dal nulla, e nulla si annulla nel nulla. La materia energia si trasforma, si redistribuisce , cambia stato ma non scompare. Il corpo che muore disperde la sua energia e la sua materie in forme diverse: è divenire reale, non illusoriio, senza arrivare al nulla assoluto, che peraltro non esiste. E qui inizia ad entrare in gioco Lucrezio, che tratterò in seguito.

Qui c'è una discontinuità. Il salto quantico non è graduale, l'elettrone non percorre lo spazio tra un livello energetico e l'altro, vi appare (immagine in poesia). E questo è in contrasto con Parmenide attraverso la frattura dell'essere.

Il corpo, dunque, come configurazione provvisoria di materia-energia eterna.

La doxa diventa una condizione umana, mi scuso se cito ancora il testo del mio libro Salti quantici : Il tempo soffia sui corpi e un velo di patina ricade sugli occhi .

Questio velo è quasi la doxa parmenidea: la percezione ordinaria che vede il cambiamento, l'invecchiamento, la morte come eventi reali e definitivi.

La poesia non smentisce questo velo – lo abita. Non dice che il corpo è eterno (con Severino), né che il cambiamento è pura illusione (Parmenide) dice che dentro il divenire, dentro la discontinuità e la dispersione, c'è qualcosa che si espone quando riconosce il vento, cioè quando accetta la propria natura di materia mobile, non di sostanza fissa.


Ecco il testo:



Guardando

verso un interno

di strana bellezza

compaiono oggetti

che si disperdono

 

e ruotano in salti

di eccitante bellezza

dietro il disordine

delle apparenze

 

c’è questo tempo

che soffia sui corpi

un velo di patina

si avvolge in sé stesso

e ricade sugli occhi

 

riconoscendo vento

la chiarezza si espone

 

In Parmenide parla la verità che rivela all'uomo ciò che i sensi non possono vedere. In Severino parla il pensiero che deduce l'eternità per via logica contro l'evidenza apparente.

Io vorrei parlare col corpo stesso, materia che riflette sulla propria condizione , appunto di materia, dall'interno. Non c'è trascendenza che garantisce l'essere c'è immanenza che osserva il proprio salto. Non si smentisce il divenire con l'eternità, ma si resta nel divenire sapendo che la materia non conosce il nulla, solo la trasformazione. Una fisica che non chiede alla logica di salvare il corpo ma lascia che sia la materia stessa a dichiarare la propria capacità di continuare a protrarsi nel tempo.

Ed eccoci a Lucrezio che parte da Democrito e Epicuro: tutto ciò che esiste è composto di atomi, che sono eterni, indivisibili, indistruttibili.

I corpi, incluso il corpo umano, sono aggregati temporanei di atomi che si combinano, durano nel tempo, poi si disperdono. L'idea fondamentale del Libro I: nulla nasce dal nulla e nulla si annulla nel nulla.

Gli atomi che compongono un corpo oggi erano, prima, parte di rocce, piante, altri animali, ma anche respiri, suoni, odori. Dopo la morte torneranno ad essere altro.

La morte, per Lucrezio, non è annientamento è una specie di restituzione: gli atomi ritornano al ciclo della materia. Il corpo individuale cessa, ma la materia che lo costituiva è eterna.

È esplicito in questo contesto il valore di relazione che lega tutti gli elementi aggregati di atomi, con conseguenze sul piano individuale e collettivo molto contemporanee. Un concetto di RELAZIONE con gli altri esseri intesi in senso lato, comprendendo cioè le cose, gli altri esseri viventi e inanimati, trasferendo ad essi la dignità e la libertà di esistere, in quanto pensati e in relazione tra di loro e con noi stessi.

Perché tutte le cose sono un unico, dalle pietre, agli alberi, ai respiri, al manifestarsi dei sensi e accoglierle in questa luce consente di vedere la realtà con altri occhi.

Noi siamo cose della natura, uniti ad essa da una profonda commistione, concetto che va anche ben oltre la pur generosa idea ecologista d'oggi.

Questa è il centro della poetica corporea di Lucrezio, da me assolutamente condivisa.

C'è consonanza col poeta latino su almeno tre punti:

la materia come unica realtà non c'è separazione tra anima immortale (comunque la si definisca) e corpo. L'anima stessa è fatta di atomi sottili, e quando il corpo si dissolve, anche l'anima si disperde. Il soggetto non sopravvive.

Per me l'eternità si fonda sulla materia-energia, non su una sostanza spirituale o su una logica severiniana, forse permane un pensiero vagante prodotto dai vari corpi nel corso della storia e che si produrrà in futuro.

Il corpo come aggregato temporaneo una assemblea di atomi che si è formata per combinazioni e che si dissolverà. La bellezza e il dolore del corpo sono reali proprio perché temporanei: è la loro provvisorietà a renderli intensi.

Nella mia poesia il tempo che soffia sui corpi ha questa stessa qualità, non è un velo da attraversare verso l'eterno, è la condizione concreta dell'esistere materiale.

L'assenza del nulla assoluto d'accordo con Lucrezio nel rifiutare il nulla come destinazione ultima perché gli atomi non scompaiono e l'energia non si annulla. C'è continuità nella dispersione. In qualche modo si richiama il non-essere che non è di Parmenide ma attraverso una via diversa, Non la logica dell'essere, ma la legge fisica della conservazione.

Ma c'è un punto di distanza con Lucrezio. Lucrezio introduce il clinamen: la deviazione spontanea, imprevedibile degli atomi dalla loro traiettoria rettilinea. Senza di ciò gli atomi cadrebbero paralleli in eterno senza incontrarsi – non ci sarebbe nessun corpo, nessuna mente.

Il clinamen forse è la radice antica del salto quantico, che introduce anch'esso l'idea di discontinuità, imprevedibilità, deviazione nella materia.

Ma c'è una differenza fondamentale: il clinamen lucreziano è una micro deviazione che produce, per accumulo, il mondo macroscopico ordinato e continuo che percepiamo. Il salto quantico è discontinuità strutturale, non accidentale: l'elettrone non devia tra un livello e l'altro, vi appare direttamente. Non c'è traiettoria intermedia.

Lucrezio salva ancora la continuità alla scala macroscopica. La fisica quantistica la mette in discussione anche su quel piano.

Un altro punto di contatto con Lucrezio è il rapporto con la morte. Laddove il poeta latino scrive per liberare gli uomini dalla paura della morte, senza rassicurazioni di immortalità, ma mostrando che la morte non è nulla per chi muore ubi mors est, ego non sum; ubi ego sum, mors non est.

Quando c'è la morte non c'è più un soggetto che la soffra.

In parte concordo, ma nella mia poesia non cancello l'angoscia, cerco di abitarla. Ancora in Io sono stato soffio mi interrogo poeticamente sulla mia presenza come su qualcosa di incerto, dipendente dallo sguardo altrui. Non ho la serenità filosofica di Lucrezio. So di essere materia provvisoria e che questa consapevolezza non basta a togliere il perso del mio dissolvermi.

Io penso che qui la poesia fa qualcosa che la filosofia e la fisica non possono fare: porta il sapere materialista dentro la sensazione di morire senza che l'uno annulli l'altra.

In sintesi, sostengo una posizione interlocutoria su vari stadi con gli autori nominati:

sto con Lucrezio secondo cui il corpo è materia destinata a disperdersi, sapendo, con la fisica quantistica che questa dispersione avviene per salti discontinui e imprevedibili. Condivido con Severino che l'evento accaduto (il corpo che è stato) non può non essere stato, così come concordo con Parmenide che il nulla assoluto non esiste. Cerco però la forma giusta per stare dentro questa condizione e quella forma è il verso che, come il salto quantico, appare, brucia e scompare senza traiettoria intermedia.

 

Quest'ultima parte sfocia più direttamente nel tema della poesia, della mia poesia.

Ultima questione, sempre legata a Lucrezio: se tutto è materia in movimento secondo leggi fisiche, dove trova spazio la libertà umana? Il corpo che decide è anch'esso fatto di atomi, non può deviare dalla catena causale.

Lucrezio risponde col clinamen ma è una risposta filosoficamente fragile, e lui stesso lo sa. Introduce l'indeterminismo nella materia per salvare la libertà, ma non spiega come la deviazione atomica si traduca in scelta consapevole. Il salto dalla micro alla macro scala della volontà rimane un salto non giustificato.

 

A mio parere, questo problema si ritrova formulato nella fisica del Novecento. Il principio di indeterminazione di Heisenberg stabilisce che non è possibile conoscere simultaneamente con precisione arbitraria la posizione e la quantità di moto di una particella e non per limite degli strumenti di misura, ma come struttura della realtà stessa. Il salto quantico è la manifestazione più visibile di questo indeterminismo:

l'elettrone che transita da un livello energetico all'altro non percorre alcuna traiettoria appare nel nuovo stato con una probabilità calcolabile ma non con una certezza deterministica.

Quando avviene il salto non si può prevedere, solo la distribuzione statistica di molti salti è prevedibile e solo attraverso più misurazioni dell'evento.

Certo ci sono analogie col clinamen lucreziano, perché anche qui si introduce una discontinuità reale della materia e sempre ragionando su scala microscopica con effetti che si propagano su scala macroscopica. La differenza è che il clinamen è una ipotesi filosofica post-hoc, mentre il principio di indeterminazione di Heisenberg è un risultato sperimentale con una matematica precisa.

Certo il problema della libertà si ripropone anche con la meccanica quantistica, si è pensato che se il cervello contiene processi quantistici indeterministici, forse la volontà si inserisce lì, in quella incertezza strutturale.

Ma indeterminismo non equivale a libertà. Un evento casuale non è un evento libero è semplicemente non determinato. La scelta libera richiede qualcosa in più: un soggetto che delibera, che ha ragioni, che potrebbe agire in vario modo.

Il clinamen e il salto quantico offrono spazio per la contingenza, non contenuto per la libertà. Questo è il punto in cui la fisica incontra il proprio limite filosofico e dove la poesia fa un passo che la fisica non può fare.

Per me il clinamen è una condizione dell'esistere Il corpo non cade in traiettoria retta verso la morte: devia, salta, si sorprende. La vita vissuta è fatta di incontri imprevisti, trasformazioni improvvise, cambiamenti di stato che non seguono la retta del destino deterministico.

 

La stessa poesia, nella sua struttura, mima questa deviazione. Il verso non segue la prosa del ragionamento, devia, salta all'immagine inattesa Come il clinamen produce il mondo dall'allineamento impossibile degli atomi, il verso produce il senso dalla deviazione rispetto al discorso ordinario.

Riprendo la poesia già citata: in Salti quantici gli oggetti si disperdono e ruotano non cadono in linea retta. Il disordine delle apparenze non è caos da eliminare ma struttura da abitare. La chiarezza non precede il movimento: riconoscendo vento si espone, emerge dall'interno della turbolenza, non prima di essa.

In sostanza l'imprevedibile è la forma stessa dell'esistere, abitare la discontinuità è la condizione umana, La libertà abita la tensione tra caso e scelta.

Quindi non si risolve il problema della libertà, che non è garantita dalla struttura della materia , né dal determinismo (che la esclude) né dall'indeterminismo.

Forse la poesia può portare meglio della filosofia e della fisica la sensazione del salto, il momento in cui qualcosa si sposta senza traiettoria, senza causa sufficiente, senza tornare indietro. Il corpo che cambia, che si innamora, che perde qualcuno o che si ammala non percorre una retta, devia, come ho già detto.

In quella deviazione c'è qualcosa che assomiglia alla libertà anche se non lo è per definizione.

Quando scrivo parto da un clinamen vissuto in prima persona che non sa se è libertà o caso, ma so che è il luogo in cui l'esistenza si piega e diventa altra da ciò che era.



16 giugno 2026

 




NOTA AGGIUNTIVA

 

La realtà non è un insieme di cose solide e delimitate. Pietre, pianeti, corpi, oggetti,

e gli esseri umani, il mondo vegetale e animale, il mondo minerale.

Il corpo umano, un organismo fatto di parti, uno strumento biologico dotato di qualcosa in più, l’IO. Ci appare così sulla base dell’esperienza quotidiana.

Ma questa idea è messa in discussione dalla attuale rivoluzione scientifica che ha preso il via con gli inizi del Novecento. In sostanza la materia non è ciò che crediamo. (Niels Bohr e la scuola di Copenaghen)

Nella fisica classica, la realtà è costruita come una casa di mattoni. I mattoni sono le particelle: piccole entità solide, dotate di proprietà ben definite.

La fisica quantistica e, soprattutto, la teoria dei campi quantistici, hanno demolito questa casa pezzo dopo pezzo.

Oggi sappiamo che ciò che chiamiamo “particelle” — elettroni, quark, fotoni — non sono oggetti nel senso tradizionale. Sono eccitazioni locali di campi fondamentali che permeano l’intero universo. Il campo elettrone, il campo quark, il campo elettromagnetico: entità astratte, invisibili, onnipresenti. Quando un campo vibra in un certo modo, noi osserviamo una particella.

Come la superficie dell’oceano. Le onde non sono “cose” indipendenti: sono eventi temporanei, forme che emergono e scompaiono, pur essendo realissime. Nessuno direbbe che un’onda è fatta di una sostanza diversa dall’acqua del mare. Allo stesso modo, un elettrone non è qualcosa che “galleggia” nel campo: è il campo stesso che, per un istante, assume quella forma.

Negli anni Trenta Paul Dirac formalizzò questa visione con equazioni che ancora oggi sono tra le più belle della fisica.: la realtà fondamentale è un gioco di relazioni matematiche, non un inventario di oggetti.

Le particelle non sono cose: sono eventi.

Un elettrone non “esiste” come una biglia che attraversa lo spazio. Esiste quando interagisce, quando lascia una traccia in un rivelatore, quando scambia energia con un altro campo. Tra un’interazione e l’altra, la sua realtà è descritta da una funzione matematica, una possibilità distribuita, non da una traiettoria concreta.

Negli esperimenti condotti al CERN di Ginevra, il grande laboratorio europeo di fisica delle particelle. quando i protoni vengono fatti collidere, ciò che emerge non è un urto tra palline solide, ma una cascata di eventi: apparizioni fugaci di particelle che esistono per frazioni infinitesimali di secondo — a volte meno di un miliardesimo di miliardesimo di secondo — prima di dissolversi in altro.

Da questi eventi effimeri ricostruiamo la struttura profonda dell’universo.

Il bosone di Higgs, scoperto nel 2012, non era un nuovo mattone della materia; era la manifestazione di un campo che conferisce massa alle altre eccitazioni.

In altre parole, ciò che rende “pesanti” le cose non è una sostanza, ma un’interazione diffusa, un dialogo continuo con un campo invisibile. Se tutto è evento, fluttuazione, processo, perché il mondo ci appare così stabile? e non una nuvola di possibilità?

La stabilità che percepiamo è un effetto statistico, una sorta di tregua emergente dal caos microscopico. Un po’ come una folla vista da lontano: ogni individuo si muove in modo imprevedibile, ma il flusso complessivo appare ordinato.

La solidità non è una proprietà fondamentale, ma una relazione.

Un tavolo è “solido” perché le interazioni elettromagnetiche tra i campi che lo compongono e quelli del nostro corpo impediscono la compenetrazione.

La materia, a livello microscopico, è un brulichio incessante. Non quiete, ma agitazione permanente.

Per secoli abbiamo immaginato l’identità un’essenza che permane nel tempo. Ma questa immagine poggiava sull’idea che esistano “cose” che durano. Se la fisica ci dice che, a livello profondo, le cose non esistono, ma accadono, allora anche l’io deve essere ripensato.

Il filosofo William James parlava della coscienza come di un “flusso”: l’esperienza non è fatta di istanti solidificati, bensì di continuità dinamiche.

Se il corpo è una configurazione temporanea di campi, e il cervello un sistema di processi elettrochimici in costante rinnovamento, l’io non può essere una cosa che “abita” questo sistema. È piuttosto ciò che accade quando certi processi di informazione raggiungono una particolare coerenza.

La fisica dei campi ci consegna dunque un’immagine del reale radicalmente anti-intuitiva: il mondo non è fatto di cose, ma di accadimenti regolati da relazioni.

La permanenza è un’illusione utile, non una verità ultima. Dunque l’io non è un’eccezione miracolosa in un universo meccanico.

È un caso particolare della stessa logica: un processo emergente, una configurazione temporanea di informazione che si mantiene nel tempo grazie a un equilibrio dinamico. Dire che la materia “smette di essere fondamentale” non significa negarne l’esistenza.

Significa riconoscere che ciò che chiamiamo materia è una manifestazione, non il fondamento. E se il fondamento è fatto di campi, relazioni, informazione in movimento, allora la sopravvivenza dell’io non potrà più essere pensata come la conservazione di una cosa, ma come la trasformazione di un processo.

Commenti


Post in evidenza

Post recenti

Seguici

  • Facebook Basic Square
  • Twitter Basic Square
  • Google+ Basic Square
bottom of page