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Carlo Di Legge su "L'oceano rivoltato" di Vincenzo Crosio

  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min
Vincenzo Crosio L’oceano rivoltato Terra d’ulivi edizioni, Lecce, 2026
Vincenzo Crosio L’oceano rivoltato Terra d’ulivi edizioni, Lecce, 2026



Nota di lettura: L’effetto-Crosio (quel che credevate di sapere ma non sapevate e altro, che non sospettavate).

                                                               … tutti coloro che verranno avranno di Ulisse

                                                                la matrice                                      185

 



Il libro consiste di una breve nota introduttiva dell’autore – che conviene leggere, come pure va fatto, per la stessa ragione, con l’utile glossario minimo alla fine: si tratta di un ricamo di nozioni comuni con riferimenti esoterici che non sono alla portata dei più, ma convengono alla ispirazione di Vincenzo Crosio, incrociati con geografie reali e altre immaginarie, di cielo terra e mare, con paesaggi del mondo e degli oltremondi con riferimenti autobiografici. Per intendere appieno necessita leggere, oltre il gran libro quindi, la prefazione e il glossarietto, più la biografia dell’autore alla fine.

Si tratta di poesia epica – che si dichiara contrapposta a quella “melica” – in 30 canti, per un lavoro intenso di circa trent’anni: cioè di una poesia nella modalità del racconto, con un suo incedere perlopiù ondoso, che fa arrivare a tratti scintille di luce, con alternanze di versi lunghi o lunghissimi e versi molto brevi; perché il poema epico è “attualissimo nel raccontare la tragedia del mondo contemporaneo anche in proiezione di mondi virtuali e planetari che coinvolgono l’uomo in una odissea appena cominciata… una antichità di ritorno che implica un lavoro enorme di antropologia ed etnolinguistica” (8). Un compito, anche nell’ottimismo professato e continuo, che mi pare di comprendere.

Crosio mostra, a chi lo conosca, luce intellettuale senza prevaricazioni verso altri ed esperienza di vita del tutto singolare, dovuta ai viaggi in nave compiuti per lavoro nei mari del mondo, intervallati dalla conoscenza dei maestri di pensiero del secolo scorso, in particolare i francesi, ottenuta attraverso la personale frequenza delle loro lezioni. Ma si nota – e peraltro è dichiarata all’inizio – anche la sua conoscenza della mitologia antica, dico al singolare ma non s’intenda solo quella dei Greci, perché vengono visitate le altre tra cui quelle nordiche, la sumerica e l’indovedica – e della storia della filosofia. Inoltre egli menziona continuamente le scienze, dalla biologia alla fisica, alla matematica e alla filologia, mostrando consapevolezza dei loro differenti status di scientificità. Eco pressoché continua del suo passato – marinaio per poter vivere – sono la figura di Ulisse, ricorrente, dalle prime pagine, e il titolo del poema. Ulisse è il suo eroe.

Il motivo del titolo è alle pp.  49-50, allorché, pur dichiarando che infine il riferimento è il poema lucreziano, Crosio ce lo offre in versi, in chiusura del Canto IV:

… sicché per allora sembrò migliore l’intenzione

di rinominarlo col nome di L’oceano rivoltato

in modo ch’apparisse chiara non solo l’intuizione

ma il grado e il come si deve rinovellar in mondo

in modo che ricostruita

l’area del linguaggio appaia

il chiarore dell’alba mattutina.

 

Si tratta dunque di rinovellar il mondo, curando la lingua, come fece Lucrezio, e così regge il paragone delle lingue con l’oceano.

 

Oceano ma rivoltato. E con l’acqua, la figura del vento: “Mutevole com’è, il vento spazza l’aria e l’ambiente, così i suoi divini cavalieri nomadi” (291). Una forza, quella del vento, che appare quella “dei poemi nordici” (291) ma anche  nel De rerum natura (ivi). Ѐ anche una dichiarazione di poetica dell’autore, attualizzando al Novecento “la decostruzione costante del costruito” con cenno al decostruzionismo di Derrida e degli statunitensi e “la conoscenza attraverso le immagini-idee” (ivi).

Appare centrale l’indagine in versi delle culture e delle prospettive degli uomini nel tempo: “tutti i canti che vanno dal XX al XXX (sono) una cybernavigazione interna ed esterna all’organizzazione delle biostrutture semantiche ma, in fin dei conti, “Tutto il poema è questo” (289).

Esiti di poesia nelle pagine in moto ondoso vengono e vanno, come si conviene a un oceano, a una mole veramente inusuale di lavor. Il glossario finale del libro, di circa 30 pagine, può dare qualche idea delle letture critiche che ne fanno lo sfondo e che a volte risultano in primo piano. Quel che pure colpisce è la capacità di tracciare linee a connettere le cose nel tempo, secondo prospettive note ma spesso eccentriche: si veda p. e. il punto 10) (274-5), dove coabitano prospettive molto diverse. Nel libro sono insieme i fumetti e la filmografia phantasy, saghe celtiche e ciberscienze, Gaston Bachelard, il Timeo platonico e Porfirio, Tommaso d’Aquino, i simbolismi dell’alchimia e della kabbalah ebraica, l’angelologia islamica, Henry Corbin e i vangeli gnostici (294), la biofisica dello spazio, Lotman,  Joyce e la fisica quantistica, almeno per come appare in alcuni autori.

Da eco dantesche, nello spazio di sette versi, si passa ai cibernauti e ai viaggi intergalattici (46) perché tale è il proposito di procedere ricordando, e il passato in questo caso non è un fardello ma un motore, se s’intende lo spirito, una mente come quella dell’autore.                                                                                               

Sullo sfondo di questo libro, agiscono le letture dei miti e dei riti operate dalla psicologia analitica e in particolare l’epistemologia semantica (289), studiata da Crosio negli stage formativi dopo la laurea alla Federico II alla École Pratique des Hautes Études  connessa alla Sorbona a Parigi, con tesi conclusiva.

Dalle mille e una notte a Gengis Khan ai saperi contemporanei, dai poemi indovedici alle Genalogie di Caio Giulio Igino a Melville (sempre con una parte di identificazione: “Come ogni marinaio sa, il viaggio su nave non riguarda solo il mare… , 279), attraverso le geografie più disparate del pianeta, si traccia il filo, si tesse le reti della curiosità come dello stupore inesauribili (280) e ritorna la presenza del napoletano Giambattista Vico, con la metafisica fantastica: naturalmente (almeno 8, 44, 288, 290, 299), con Giacomo Leopardi e gli altri.

E poi le connessioni tra competenze matematiche (288)  e proposte musicali: trattandosi di parola poetica, orecchio anche al ritmo che accomuna parola e musica. Leggendo ci si addentra in un percorso non facile, viste le conoscenze e i tracciati tra culture diverse, che attraverso la rielaborazione del poeta danno luogo a un versificare – come ho detto – disuguale, libero, che può intendere pratiche inconsuete del dire cantando, per come vengono sentite (p. e. dell’ultimo libro si legge che è  «una rapsodia blues… una scrittura poetica e musicale» (299)  – di cui si rende meglio conto chi ha assistito a sue performance, intendendo la ratio di queste ultime.

Non sembra trattarsi di menzioni epidermiche, con toccata-e-fuga sul tema: si veda la nota sul libro iniziale della Bibbia, il “Genesi così come ci è pervenuto”(280) – giusta precisazione-limitazione, per chi ha letto qualcosa della storia, inevitabilmente tormentata, del Libro sacro agli Ebrei e, in versioni diverse, non soltanto. Il riferimento a Qumran (289) non è, in questo senso, casuale.

Chi legge avrà una serie di sorprese, che non mancheranno di “rivoltare” – nel senso di una rivoluzione – quel che, del suo presunto sapere, egli credeva essere nozioni salde e inattaccabili. Ѐ l’effetto-Crosio: dove usualmente non ci s’inoltra, pensando di sapere abbastanza, l’autore mostra di procedere con una certa mastery, e l’apparenza dimessa del suo esserci dovrebbe essere più correttamente intesa.

Un libro senza aggettivazioni, mosso dalla sete di sapere e dall’ambizione di comprendere e unire attraversandole le culture del pianeta, che quindi va letto e pensato con attenzione e come occasione di approfondimento, e che ci si augura venga rivisto e curato ulteriormente e di continuo, come certi nelle letterature, anche in sede tipografica, pur essendo il libro costato trent’anni di vita, come viene scritto al lettore: sono tanti e bisognava che ora l’opera vedesse la luce

 

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