Costruire su macerie - Marco Ercolani
- 2 giorni fa
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Sappiamo che la Poesia è per definizione indefinibile, cioè non distinguibile per temi o stili. Tuttavia, la pratica quotidiana, che è sempre un confronto diretto con il Canone (concetto sfuggente e controverso ma inevitabile in qualunque discorso critico), è giocata sulla tensione tra l’esigenza di riconoscibilità di un testo come Poesia e l’indispensabile ricerca personale, cioè la necessità di trovare la propria voce all’interno di questo territorio difficilmente mappabile.
Quale è, secondo te, il punto di equilibrio fra queste diverse esigenze, che possiamo forse definire Tradizione e Innovazione?
L’esigenza di riconoscibilità è necessaria. Occorre che il lettore percepisca la voce sincera del poeta, ed esattamente quella voce. Non si può scrivendo divulgare la propria voce per renderla comprensibile, ma si può modularla come una sequenza musicale. In poesia l’innovazione è una tradizione che si arricchisce di pensieri nuovi, originali.
Quale è, nella tua esperienza, il senso e la specificità del fare poesia oggi?
Non vedo né un senso unico né una specificità precisa. L’idea inconciliata della poesia ricerca il “compossibile”: una scrittura, in versi e in prosa che scavi all’interno del canone poetico contemporaneo una via che comprenda il dicibile del senso e l’indicibile del suono.
In quale modo pensi che il tuo lavoro si inserisca in questo ambito, alla luce delle tue più recenti pubblicazioni?
Tento, in questi anni, di trovare una maggiore libertà di espressione. La mia scrittura in prosa, legata al taccuino e al frammento, ora si orienta verso una scrittura in versi, dai timbri narrativi.
Puoi presentare un testo che ti pare rappresentativo della tua poetica e spiegare brevemente perché?
Non tornare e la grazia.
Navi naufragate, armi a picco, fine.
Ma io torno dove non e logico approdare.
Antro sacro, fitto di ombre, sulla volta sirene e ciclopi.
Non restano del mio viaggio che voci, ossa, rovine.
Un fumo di nave, un’ansia di remi, il vento sui sassi.
Non diventerò il re che i nemici aspettano.
Non sarò il morto predestinato del regno di Itaca.
Approdo nell’antro.
Muschi anfore ulivi telai di pietra manti purpurei,
le due porte, Borea umana, Noto divina,
e lei mi guarda, nata ora, dall’aria
solo nostra, ovunque
odore di ulivi e di miele,
la accarezzo dove leggo
la sua estasi.
La mia scrittura in versi, nell’ultimo libro Non tornare è la grazia (Puntoacapo 2026) nasce una ipnosi vigile, non nel sogno ma non nel semi-sonno. Quando erompe, la trascrivo in parole e solo dopo trovo un senso, una sintassi, una logica. Prima mi pervade il tema e poi mi accingo a variarlo, creando le scene. Il processo è musicale, sequenza dopo sequenza. Io non amo i singoli versi ma il tessuto in cui la musica dei versi si dipana. In questo caso, il tema del “non tornare”: la sosta, il dissolversi, l’attesa. Il mio Ulisse non dice che non tornerà. Ma non sa quando: perché a non tornare, a non essere definiti in un mito preciso si guadagnano ricchezze, pensieri, metafore, speranze. Un’assenza colma di parole.



















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