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L’ora dell’acqua bassa - Massimo Triolo

  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Opera a china di Massimo Triolo
Opera a china di Massimo Triolo

 

 




Il mare, quel mattino, era una pelle di vetro lattiginoso, stesa tra cielo e silenzio. Il vento, una carezza spossata, lo sfiorava appena – come se avesse dimenticato il gesto. Erano giunti all’alba, forse prima dell’alba vera. Il sole non era che un lume anemico dietro un velo di garza: esitava, come chi arriva a un addio senza averlo compreso del tutto. Camminavano lungo il margine del mondo, lui e lei, attraverso il profilo delle sabbie, senza toccarsi, senza fretta. Due ombre parallele, reduci da un tempo che non aveva più voce. Potevano essere chiunque. O nessuno.

Il passo sull’umido lasciava impronte che già svanivano – come le promesse dette a bassa voce.

«Siamo venuti per dirci qualcosa,» disse lei infine. La voce le si spezzò in gola come vetro sottile.«No» rispose lui. «Forse per ascoltare ciò che resta quando le parole tacciono.»

Lei si fermò. La sabbia, scura e fredda, le si appiccicava alle caviglie come pensieri rimasti indietro.«E se non c’è più nulla da dire? Se tutto ciò che rimane sono silenzi vestiti da cerimonia?»«Allora sarà il mare a parlare per noi.»

Le onde si avvicinavano lente, quasi con fatica. Non avevano fretta. Il loro moto era quello degli animali morenti: dignitoso, irriducibile. Ogni fruscio, un pensiero non voluto. Ogni ricciolo di schiuma, una memoria rigettata – una eco di qualcosa che aveva smesso di accadere.

«A volte ti amo come si ama l’inverno» disse lei, fissando il punto dove cielo e mare si dissolvono. «Non per ciò che porta, ma per ciò che toglie.»«Io non ti ho tolto nulla.»«No. Ma non hai trattenuto ciò che se ne andava.»

Un gabbiano squarciò il cielo con un grido acuto, vetroso. Una scheggia bianca in una tela lavata dal tempo.

Camminarono ancora. Ogni passo era un varco tra il prima e il dopo. Le conchiglie rotte sotto i piedi suonavano come vetri sacri – piccoli campanelli da requiem.

«Forse ci penseremo sempre così,» disse lui, «come si pensa a qualcosa che non è mai davvero accaduto.»«O come si pensa a un sogno sognato da altri.»

Si sedettero infine su una duna. Il vento li cingeva alle spalle, come una voce troppo antica per essere compresa. Il tempo si era contratto, ridotto a una stanza disabitata: lenzuola ancora calde, ma prive di forma, come un amore già svanito nel suo stesso nome.

Lei chiuse gli occhi. Lui la osservava come si guarda una rovina sacra – consapevole della bellezza, ma ignaro del culto.

«Che faremo?»«Forse vivremo. O forse lasceremo che la vita faccia da sola. Non so se c’è differenza.»«Tu ci credi?»«No. Ma ho imparato a dire le cose come se ci credessi. È un’arte anche questa.»

Un’onda più audace delle altre arrivò fino ai loro talloni. Era fredda, quasi viva. Portava con sé il sapore di qualcosa che non voleva finire.

«La senti?»«Sì. È una voce che viene da prima del linguaggio. O un ritorno che nessuno ha chiamato.»

Lei si alzò per prima. Lui seguì. Le orme che lasciavano dietro di sé si dissolvevano adagio, come frasi corrette troppe volte – finché nessuno ricordava più quale fosse l’originale.

Giunsero a un piccolo pontile, ossuto, scolorito, come un ricordo a cui nessuno chiede più niente.Sotto, l’acqua era bassa. Così bassa che si vedeva il fondo: nudo, inanimato. Nessun movimento. Nessuna vita. Solo il tempo, disteso come un cadavere.

Lei si voltò, lo fissò con uno sguardo che non cercava più risposta. Poi disse:

«Verrà un giorno in cui non ricorderò più la tua voce. Solo il tuo silenzio.»

Lui annuì. Non disse nulla. Guardava il mare. O forse il vuoto in cui tutto ritorna.

Il mare era lì: enorme, antico, corrusco. Un corpo d’acqua che era già metafora, già requiem, già preghiera.

Non per ciò che portava. Ma per ciò che aveva saputo lasciare andare.

 

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