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Giuseppe Zoppelli su "Dialics" di Giacomo Vit

  • 4 ore fa
  • Tempo di lettura: 9 min
Giacomo Vit, Dialics/Dialoghi, Il Convivio Editore, 2026
Giacomo Vit, Dialics/Dialoghi, Il Convivio Editore, 2026

 



Dopo l’uscita dell’opera omnia in friulano, Vous tal grumal di aria (2018), che riepilogava quarant’anni di militanza poetica in proprio, Giacomo Vit ha ripreso il suo cammino letterario, che in realtà non ha mai interrotto, con altre due tappe: la prima con A tàchin a trimà lis as nel ’21 e ora – trascorsi cinque anni – con questi Dialics/Dialoghi, pubblicati nel 2026 per i tipi del Convivio Editore di Tivoli. Opera composita, ma che – tessera dopo tessera, sezione dopo sezione – finisce per ricomporre un mosaico, per nulla compiacente, della società friulana odierna, sfigurata, sfregiata e scurtissada, e non solo, poiché a prevalere è l’orrore per il mondo contemporaneo. Il titolo sembra alludere, in continuità, con i dialoghi che l’io poetico aveva precedentemente intrattenuto con altri poeti friulani nell’ultima sezione, Ta l’ansemà da li’ fuèis motì/Nell’ansimare delle foglie mosse, di A tàchin a trimà lis as, in cui – appunto – dialogava, precisava allora, con «le figure e i versi di alcuni poeti friulani scomparsi, che nella loro produzione poetica diedero molto rilievo al tema della natura e del paesaggio»: Celso Cescutti (Argeo), Novella Cantarutti, Pier Paolo Pasolini, Riccardo Castellani, Federico Tavan, Amedeo Giacomini, Lionello Fioretti. Forse Dialics è proprio da leggersi come la seconda anta di un dittico.

In effetti, secondo dato di continuità, anche qui, in quest’ultima silloge, un posto prioritario hanno la natura e il paesaggio, così come, terzo dato, sul piano formale sempre più si accampa la dimensione corale (in cui i dialoghi si prolungano e trovano ulteriore eco), ovvero la presenza del coro che interloquisce con i vari personaggi, a volte sotto forma di opinione pubblica (a cominciare dagli stralci di giornale: si legga Final – còrus di fioi, di feminis, di omis, interpolato con le cronache del tempo, quasi una vox populi). In effetti, anche solo a livello titologico, numerose sono, in queste due ultime raccolte post opera omnia, le poesie che hanno nel titolo la voce coru (in A tàchin tutta la seconda sezione Corus ta la not dal on), così come termini, oltre allo stesso còrus, appartenenti alla medesima area semantica in Dialics: ciantada, ciants, vòus, canson, lamint, cuntraponts, letaris. La dimensione corale (e vocale e musicale) tende a desoggettivare il dettato poetico, in modo tale che l’io lirico – quando emerge direttamente – non risulti mai irrelato e decontestualizzato, che è poi anche un esamatoge per riequilibrarne il solipsismo, ormai non più monadico, monodico e monologico secondo tradizione petrarchesca, in sintonia con quella poesia odierna in cui egli compie un’apertura verso l’altro rendendosi disponibile, dialogico e inclusivo. Nel caso specifico di Vit si riduce qui a regista invisibile o a semplice istanza poetica, e solo nelle Letaris a un amigu sintàt sora ’na nula, che chiudono il libro, torna apertamente a palesarsi.

Emblematica, da tutti questi punti di vista, la sezione d’apertura Ciantada par Bulo-Bulo (par vòus, còrus e machinis da darà): Bulo-Bullo è la vittima sacrificale per eccellenza, il vinto verghiano della macchina inarrestabile del progresso che travolge le singole vite lasciandole ai margini, vittima due volte perché il destino gli riserverà una fine beffarda. Dopo aver velleitariamente occupato con l’aratro e con i mezzi e gli strumenti agricoli il suo fondo, per evitare l’esproprio in vista della costruzione della superstrada che avrebbe portato alla località balneare friulana di Lignano Sabbiadoro, e dopo averlo liberato in cambio di un cospicuo compenso, qualche anno più tardi morirà investito, una domenica d’estate, proprio in quella superstrada trafficata dai bagnanti che si recavano o tornavano dal mare, vicino alle sue terre di un tempo. Quei terreni agricoli che, messi a coltura, avevano consentito a molte famiglie contadine della Bassa friulana di sopravvivere e che, da un giorno all’altro, si trovarono espropriate dei propri mezzi di sussistenza in nome del “progresso”, dell’asfalto e del turismo di massa, e magari di una speculazione edilizia e di una cementificazione che interessarono le stesse coste e le stesse località balneari. La cessione forzata dei fondi, nonostante il compenso, certificava in realtà l’avvenuta fine del loro “mondo”.

La sua tragica vicenda, che tuttavia rasenta l’umorismo pirandelliano, è tracciata da un intreccio di voci ad annullare il lirismo dell’io: prendono la parola il coro dei bambini, che lo canzonano; Bulo-Bullo stesso, spaesato, disorientato e – è proprio il caso di dire – déraciné,  ma pronto a resistere con le sue spuntate armi, tanto che il coro di bambini ancora una volta lo prenderà in giro, ricordandogli che la sua – in fondo – è una ridicola carnevalata di fronte ad un nemico, che un tempo si sarebbe detto di classe, infido e subdolo seduttore nella sua eleganza e nella sua “parlantina” da azzeccagarbugli; il coro di uomini, il coro femminile e, appunto, la vox populi dell’ultima poesia della sezione che raccoglie le voci di bambini, donne e uomini interpolate dalle parole della stampa locale. La seconda sezione, Ciants di na’ tiara scurtissada, rimanda, di nuovo, alla precedente raccolta, laddove protagonisti erano gli animali che subivano gi effetti e le violenze della Prima guerra mondiale, mentre qui, invece, il discorso poetico, come precisa l’autore, riguarda in primis le conseguenze della Grande Guerra sulla natura. In realtà preoccupazioni d’ordine ecologico erano già presenti nelle prime due sezioni di A tàchin, indipendentemente dalla guerra stessa, a proposito, ad esempio, degli incendi dolosi che riducono in cenere boschi e foreste.

 In Dialics tra gli elementi naturali che prendono la parola vi è anche il fiume Isonzo, già cantato ne I fiumi dal soldato Ungaretti nel Porto sepolto, poesia datata 16 agosto 2016: «Stamani mi sono disteso / in un’urna d’acqua / e come una reliquia / ho riposato // L’Isonzo scorrendo / mi levigava / come un suo sasso // […] // Questo è l’Isonzo / e qui meglio / mi sono riconosciuto / una docile fibra / dell’universo». Nella poesia di Vit il punto di vista è quello del fiume e non quello del fante che, in un  momento di pausa dagli orrori della guerra, riposa immerso nelle acque immemori: l’Isonzo antropomorfizzato vede giovani soldati infilzati dalle baionette contorcersi sul fondo e colorarsi le alghe fluenti di rosso sangue: l’acqua, che secondo la scienza non ha memoria, qui – invece – ricorda ancora, un secolo dopo, le esplosioni subite e porta testimonianza di «[…] ches bòmbis coladis tai […] flancs» (di «[…] quelle bombe cadute / sui […] fianchi») che hanno lasciato crateri e buche ancora visibili. E prendono la parola e hanno voce anche il bosco, che vede spezzati i suoi rami dalle cannonate; il cielo, tutto sbrecs, sfèsis, bus (strappi, fessure, buchi); la terra, che – a sua volta – disseminata di mine antiuomo – vede riempire le sue zolle di bras, giambìs, vìtis (braccia, gambe, vite); i crateri, formatisi sui campi dei contadini che, a loro volta, denunciano il passaggio sul frumento dei lanciafiamme; e infine la collina di marmo di Redipuglia con le sue innumerevoli tombe, che si duole di quelle senza nome.

Homo sapiens occidentalis ha creato nel tempo una cosmogonia dicotomica che oppone uomo/natura, natura/cultura, animale uomo/animali non umani, adottando in generale un atteggiamento di superbia, di arroganza, di presunzione e di superiorità nei confronti della natura e degli altri esseri viventi, al punto di lasciare, con le sue dissennate attività antropiche, un’impronta geologica indelebile sul Pianeta, sfruttandone ab libitum le risorse e causando il climate change e il global warming. Nei versi del poeta, invece, il rapporto uomo/natura viene rovesciato: in questa seconda sezione, infatti, la natura – ferita, sfregiata e deturpata dall’uomo – guarda all’essere umano come ad una sua piccola parte, benché insidiosa e letale. I soldati vengono definiti ora furmiis grandononis cul ciapièl di fiar (“formiche enormi col cappello di ferro”), ora impiràs cuma trutis da la fossigna (“infilzati come trote dalla fiocina”), ora ominùs (“omini”): spogliati della loro presunta grandezza, a confronto di una natura – ci ricorda Telmo Pievani – che è “più grande di noi”, rivelano tutta la loro piccolezza e, in fondo, la loro miseria, anche morale e umana se “fratelli [… ] trasformano i fratelli in fantasmi di sangue”. La loro è una “storia sciagurata”, prede essi stessi di un travolgente “mulinello disperato della Storia” che giunge irredento sino all’oggi «[…] se dopu il doimil la vustra blava / a nasarà inciamò di fiar inruzinìt, / e dongia a un gargnel colàt par tiara / i ciatarèis ’na bomba mai sclopada» («[…] se dopo il duemila il vostro granoturco / emanerà un odore di ferro arrugginito, / e accanto a un granello caduto a terra / troverete una bomba inesplosa»). Quella bomba rimasta inesplosa, residuo bellico e memoria delle guerre mondiali, è lì a ricordarci i conflitti armati di oggi: quella bomba allunga la sua minacciosa ombra sul presente.

La terza parte della silloge rilegge la tradizione popolare della villotta alla luce del presente, da qui il titolo di Cuntraponts (“Contrappunti”), a testimoniare – da una parte – l’imprescindibile  legame con la cultura del passato e – dall’altra – la sua assunzione critica: anche questa, se vogliamo, una forma di dialogo, proprio come avviene con la tecnica compositiva musicale contrappuntistica in cui dialogano due diverse linee melodiche, come a dire che lo stesso presente è intimamente intrecciato con le sue premesse storiche, e non certo per amore nostalgico delle neiges d’antan. Anche qui, dunque, entrano in scena due voci, che – seppur contrastanti e apparentemente lontane nel tempo – finiscono per delineare un presente delusivo e brutale: la prima villotta, che – come vuole il genere – parla d’amore, un amore disposto al sacrificio e al dono di sé, si converte nella composizione di Vit in violenza familiare su una donna presa a pugni. La seconda innesta una storia di solitudine e di abbandono che si conclude con un suicidio per annegamento; la terza diventa fonte di ispirazione per una amara riflessione sulla disperazione dell’odierna gioventù, che pare senza futuro, presa tra uno stanco ripetersi delle manifestazioni, anche violente, di piazza, in cui si muovono cuma sarpins stracs, bandieris e peraulis (“come serpenti stanchi, bandiere e parole”), e la violenza repressiva della stessa polizia, che ti fa capì che l’unviar dal vivi a no ti lassa zì (“capire che l’inverno dell’esistenza non ti molla più”). La quarta e ultima villotta, che è un canto  malinconico rivolto ai Santi e al Signore perché ritorni il proprio amato dalla guerra, diventa lo spunto per un racconto del partigiano Antonio, che ricorda la lotta di liberazione dai nazifascisti; ma è anche la poesia che rende con più evidenza il legame tra l’ieri e l’oggi, il rapporto tra il passato e il presente, se Antonio, nella prima strofa è “appoggiato a un ramo di ricordi” e, nella seconda, “al ramo del presente”, di un presente che sembra sempre più scivolare verso le ombre del passato.

Anche la quarta sezione, dedicata al vino, riprende la forma del contrapont, a partire da una villotta e dai versi sul tema di Pasolini e di Giacomini, che funzionano – a loro volta – come voci dialoganti: anche qui ritorna prepotente l’attualità, “lo sporco che salta fuori dalla bottiglia del mondo”. La quinta e ultima sezione ha ancora sullo sfondo il Friuli che, da avamposto sul fronte orientale a difesa dei bastioni d’Occidente dal pericolo sovietico, si è trovato – dopo la caduta del Muro e la dissoluzione dell’URSS – a smobilitare, a tal punto spiazzato dalla nuova realtà geopolitica da dare vita ad un fenomeno militare e sociale peculiare: l’abbandono progressivo, in pochi anni, di oltre quattrocento caserme. Un tale abbandono diventa l’ulteriore occasione per una riflessione sull’uomo, sui destini dell’umanità e sulla storia, grazie – ancora una vota – all’intrecciarsi corale di più voci: ora la voce del vecchio alpino, ora quella del vento, ora quella delle viti. E sono queste ultime ad aprire ad una speranza e all’utopia di un mondo nuovo: «… nascerà presto un vino, sarà / un vino nuovo, col sapore di uomo vivo, / di mani vive che sanno vendemmiare / mondi diversi, e così, tutti i luoghi / che erano tane per le talpe della morte, / diverranno crocevia dove / soffieranno, / mai esausti, i venti / della pace».

Ma, all’interno del macrotesto, è solo una pausa momentanea, perché la sezione riprende, abbastanza inaspettatamente, con un nuovo capitolo, quello di Hänsel e Gretel in Friul: la fiaba, sempre attuale quando l’orrore si manifesta, diventa metafora delle brutture odierne, così i due protagonisti si trasformano in due piccoli immigrati clandestini in fuga, braccati sia dalla mafia dedita alla tratta dei nuovi schiavi sia dalla polizia di confine. Gretel è tutte le Gretel del mondo, come dicono i versi del poeta, tutte le bambine e tutte le donne, di ieri e di oggi, discriminate e perseguitate: «Me sòur, ebrea, singara, nera, / lesbica, disgrassiada» («Mia sorella, ebrea, zingara, negra, / lesbica, handicappata»). Il poeta chiama i lettori in correo, ci richiama alla nostra responsabilità, ci accusa di inanità, di indifferenza, di omissione di soccorso: «E sì ch’a si è movuda / intal bosc pì font / da la vustra mins! / E che nessun di vualtris / che in chel muciu di rudinadàs / a ghi vedi sbiciàt un got di pas?» («E sì che si è mossa / nel bosco più profondo / della vostra mente! / E che nessuno di voi / in quel mucchio di detriti / le abbia versato un bicchiere di pace?»).

In mezzo a tanta disumanità testimoni sono gli alberi, disponibili all’ascolto, sono essi a rendere testimonianza e giustizia ai due bambini e a tutti i bambini indifesi travolti dalla storia, dall’alto dei loro anni che sorpassano di gran lunga le brevi e insensate vite umane: «Nualtris ch’i vin pupilis di lenc, /nualtris ch’i vin vorèlis di mus’ciu / iu vin sintùs doi vuarfins s’ciavassà / la sgarpìa dal timp / e strambassi / ta lis trinceis da la vuera Granda, / ingatiassi tai reticolàs di Auschwitz, / butàssi zù da un palàs incendiàt / da l’Ucraina […]» («Noi che abbiamo pupille di legno, / noi che abbiamo orecchie di muschio / abbiamo percepito due orfani attraversare / la ragnatela del tempo e incespicare / nelle trincee della Grande guerra, / impigliarsi nei reticolati di Auschwitz, / lanciarsi dai palazzi incendiati / dell’Ucraina […]»). I bambini di ogni epoca storica martoriata dalla crudeltà e dalla sopraffazione attraversano il tempo come fantasmi, vittime designate della stessa violenza e delle stesse guerre che immancabilmente si ripetono nel tempo perché, a quanto pare, la storia non è per nulla magistra vitae.

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