L’uomo che fissava il muro - Massimo Triolo
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Si chiamava Ettore Malsani. Nessuno se lo ricordava, se non per l’occasionale saluto nell’androne del palazzo o per l’abitudine ossessiva di passare ogni mattina, alla stessa ora, sotto il portico della fermata dell’autobus, sempre con la stessa giacca beige stinta, il passo misurato, l’aria né triste né felice. Solo neutra. Un uomo piccolo, dai gesti minimi. Viveva solo, in un bilocale ordinato come un archivio, lavorava in un ufficio contabile da ventisei anni, e pranzava ogni giorno con un panino e un mandarino. Nulla di più, nulla di meno.
Poi, un giorno d’inverno – un giorno qualunque, apparentemente, anche se il vento aveva un ringhio malvagio e le nuvole parevano neri sudari presaghi – si svegliò e notò una macchia d’acqua sul soffitto. Era poco più grande di una moneta. Ma c’era. Non l’aveva mai vista prima. Guardandola, gli venne da chiedersi: Perché proprio lì? Perché adesso? E che forma è questa? Sembrava un’ala, o forse un occhio. Lo fissava?
Da quel momento, qualcosa dentro di lui cominciò a incrinarsi in silenzio.
Nei giorni successivi iniziò a interrogarsi su tutto: sulla forma delle nuvole, sulla disposizione dei tavoli nel bar sotto casa, sul numero dispari dei gradini nel suo palazzo. Ogni cosa, anche la più ordinaria, diventava subito enigma. “Perché la luce entra da destra? Perché il tempo passa?” Si appuntava le domande su foglietti che poi lasciava sul comodino, sul lavello, nella tasca della giacca. Decine, centinaia.
Ma non arrivavano mai risposte. Solo domande che generavano altre domande. Un esercizio teoretico che lo divorava.
Nel giro di due settimane smise di andare al lavoro. Cominciò a camminare per la città seguendo percorsi irregolari, improvvisi. Contando le mattonelle e stando bene attento a non calpestare gli orli, cifrando rebus immaginari e trovando pieghe nascoste in ogni fatto, pur minimo, persona o cosa; tutte cose che lo portavano a estenuanti esercizi di dubbio e domanda. Si produceva in calcoli astrusi, univa cose e concetti apparentemente eterogenei, saltabeccava con la mente da un concetto all’altro e tutto gli pareva un’unica ragnatela di significati.
Lo si vedeva attraversare le strisce pedonali all’infinito, avanti e indietro. Oppure fissare i tombini, o vetrine spente. A un certo punto si mise a scrivere parole su fogli bianchi che poi masticava lentamente, come ostie. Gli occhi sempre più aperti, come se vedesse dietro le cose.
Una mattina, dopo aver tentato di parlare con una statua al parco per ore, fu trovato tremante su una panchina. Non parlava più. Portato d’urgenza al centro di salute mentale, fu ricoverato.
Il dottor Pisani, lo psichiatra del reparto, lo accolse con calma professionale.
«Come ti chiami?»
Silenzio.
«Sai dove ti trovi?»
Niente.
«Ti va di parlarmi di quello che è successo?»
Lo sguardo, fisso, andava oltre il medico, oltre la parete, oltre tutto.
Fu messo nella stanza 3B, la più neutra. Bianca. Letto, comodino, un armadio chiuso, e un muro nudo. Niente quadri, niente finestre. Lì, Ettore si sedette su una sedia e non si mosse più.
Giorno dopo giorno, fissava quel muro.
Le infermiere provavano a parlargli, i medici a stimolarlo, i volontari a coinvolgerlo in piccoli esercizi. Ma niente. Non un gesto, non una parola. Neppure uno scatto. Solo il suo sguardo, teso, perso.
Alcuni pensavano che vedesse qualcosa. Altri dicevano che fosse completamente vuoto dentro. Un medico suggerì che forse aveva visto il vero volto del nulla, e non era più riuscito a tornare indietro.
Qualcuno, passando davanti alla stanza, si fermava in silenzio. Per qualche istante, guardava anche lui quel muro. Ma non ci vedeva niente, se non la vernice bianca un po' gialligna e qualche crepa appena percettibile.
Ettore invece, pareva immerso. Forse stava ancora cercando la risposta a tutte le domande. O forse, semplicemente, l’aveva trovata.
E non gli restava che fissarla.



















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