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Alcune tra le molte suggestioni di pensiero nella poesia di Octavio Paz di Carlo di Legge

  • 27 mar
  • Tempo di lettura: 5 min


Come molti ormai sanno, il tempo non esiste o almeno “non è” come crediamo – lo ha spiegato tra gli altri il noto fisico italiano Carlo Rovelli, nel suo modo in genere molto persuasivo[1]. Ma ho trovato che, se il tempo non esiste fosse un titolo, esso sarebbe molto adeguato anche ai versi di Octavio Paz, forse con un’aggiunta come “un tappeto di immagini tra Oriente e Occidente”, se mi si passa questa usata e discutibile distinzione.

In un cuore (uno dei tanti e diversi) dell’America di lingua spagnola che è il Messico, eppure in una visione che abbraccia l’intero pianeta, a partire da e includendo quelle antiche civiltà, come quella dei popoli Maya e Olmechi, Aztechi e Toltechi, s’intravede (ma come comprenderla?) questa trama di poesia che attraversa gli oceani, specialmente il Pacifico per via dei particolari legami della vita e della poesia di Paz alla Cina e all’India.

Chi legge la poesia di Paz in lingua spagnola avverte un’atmosfera sospesa, che evoca più di quanto dice, sebbene lo dica in modo già straordinario.

Per cominciare: evocando suggestioni e fantasmi di pensiero e di poesia come “eterno è colui che vive nel presente” (Wittgenstein), questo titolo fittizio che ho usato, il tempo non esiste, potrei ripensarlo in tale contesto anche e non solo riformulando che “solo il presente è”. Trovo che questa versione del tempo si addica molto a uno degli elementi che mi offre il prezioso, labirintico repertorio tracciato da Paz, pregno di quelle atmosfere che restituiscono in versi il tema del tempo immobile. I riferimenti espliciti sono disseminati ovunque: a mero titolo di esempio nei versi “sobre el eje inmovil del tiempo…”[2]; oppure “aqui, en la inmovilidad” e “la fuerza, hija de la inmovilidad”[3]; “(E)ste es el cielo mas inmovil”[4]. Ovvero, il tempo si arresta nell’attimo: “queda la noche detenida”, “la vida gira en ese instante,/y el tiempo es una muerte de los tiempos (…) y el alma se suspende en el vacío”[5]. Oppure si ponga mente ai temi della caduta e vanità del tempo, p. e. in Silencio[6].

Questo del tempo immobile, ovvero inesistente rispetto al senso comune della successione e delle cronologie, o tema dell’eterno presente, è uno dei momenti che si possono proporre per caratterizzare il pensiero in poesia dell’autore messicano, in connessione con altre tesi di pensiero presenti e insistite nei suoi versi.

Come quella dell’inesistenza, della illusorietà dell’io: già a partire dal titolo del testo citato, Condicion de nube, la sua posizione si fa esplicita. Sotto questo titolo si trova Destino de poeta[7] –  dove vale l’immagine della luce: “Tambien la luz en si misma se pierde”[8]. Siamo tali che “entre un abrir los ojos nos morimos”[9], e da tutto il contesto si deducono la volatilità e vacuità dell’io e la quasi identità tra vita e morte.

Se illusori sono l’io e la percezione di senso comune della temporalità, il terzo punto che intendo menzionare qui, in questa specie di breve nota che sarebbe suscettibile di sviluppi molto più vasti tenendo presente la già molto estesa bibliografia sull’autore, è la visione d’amore in Paz, che egli celebra a suo modo, come in un sogno, sebbene vi sia molto forte la sensualità – amore che è quasi segno di res universale e pervasiva, di una sostanza del mondo con carattere tale che nell’istante della gioia, rivolgendosi all’amata, si può dire “en un amor más vasto te sepulto”[10]. E nel Grande Trattato, commento al cinese Libro dei mutamenti o I Ching, si legge, almeno in traduzione, che solo la saggezza che “abbraccia tutte le cose … è capace di esercitare amore”[11].

Risulta di evidente riferimento al Libro dei mutamenti la poesia Duración [12], in cui tale libro è citato nella stessa epigrafe: “Trueno y viento: duración – I Ching”. Qui i versi di Paz presentano un repertorio di simboli come la terra gialla (il colore giallo è per l’I Ching il simbolo della misura) –, il cielo nero, il gallo, l’acqua e il vento, il cavallo e il bosco, il fuoco, l’odore, il tuono, il lampo e gli uccelli: tutti, questi e altri, codificati nel tessuto dell’I Ching, simboli che stanno in continuo movimento nel senso che passano, trascorrono l’uno negli altri e viceversa. La realtà delle cose, come viene rappresentata nell’antico libro cinese, non sta mai ferma.

Viene da domandarsi se gran parte della poesia di Paz non sia stata pensata sotto la suggestione di una riscrittura di certi testi come quest’ultimo citato, che risente, com’è ovvio, dell’esperienza e della singolare visione del mondo dell’uomo poeta, ma che trova congenialità in quella simbologia, grazie anche alla permanenza di Paz, in qualità di diplomatico, in particolare in India.

Infine. Per (provvisoriamente) concludere, occorre dire che se la sintassi logica usata da Paz sembra perlopiù rispettare i canoni dell’ordinario, e quindi la sua “retorica” sembra volta a voler trasmettere significati precisi in modo persuasivo, quando invece poniamo mente alla semantica, vengono stravoltie i significati che siamo usi legare tra loro, quindi la nostra percezione ordinaria del mondo. Cito:

“Oigo tu latir en la sombra/…mujer dormida/…Anima mundi/madre de las razas errantes/de los soles y los hombres…/el presente es perpetuo/En el pico del mundo se acarician/Shiva y Pàrvati/cada caricia dura un siglo…”[13].

Nella donna addormentata, il battito dell’Anima del mondo, madre dei popoli e delle migrazioni, di umani e di luce – è vero solo il presente, in cui s’accarezzano senza tempo Shiva e Parvati. Antiche immagini della storia, del pensiero occidentale, delle ontoteologie induiste, vengono presentate insieme con suggest ione senza pari.

Paz era un uomo dotato in esame della realtà, uso cioè a rapporti con uomini politici di tutto il mondo, condotti in modo che ci si potesse intendere: uomo e professionista delle più alte relazioni tra stati, oltre che poeta di riconosciuta forza.

Ma nella vita quotidiana il poeta scopre nascondersi la trama occulta che, secondo una nota traduzione di Eraclito, è più forte di quella manifesta: vi si cela la trama dei simboli che gli antichi della Cina, la Nazione di Mezzo (è la Cina, in questo caso i Cinesi si definiscono così; egli lavorò anche come ambasciatore in Giappone), seppero leggere l’esserci come di un vincolo inestricabile, continuo, alla trama delle cose, per poter agire secondo un criterio, un ordine.  

Ciò potrebbe valere per l’esigenza presente, anche se su questi aspetti vi sarebbe molto di più da cercare e da dire.

 





 


[1] Mi riferisco alle pubblicazioni di C. Rovelli, 2014, 2018, ecc.

[2] Salamandra (1958-1961), Rotación, in Obra poetica, Galaxia Gutenberg/Circulo de Lectores, Barcelona 20143, p. 320.

[3] Raiz del hombre I (1935-1936), ivi, p. 29.

[4] Ibidem.

[5] Ivi, p.  30.

[6] Condición de nube (1944), in Op. cit., p. 49.

[7] Ivi, p. 48.

[8]  Ibidem.

[9] El pájaro, ivi, p. 49.

[10] Bajo tu clara sombra (1935-1938), in Op. cit., p. 34.

[11] Vaivén, in Salamandra, cit., p. 322.

[12] Duración, in Salamandra, in Op. cit., pp. 318-9.

[13] Viento entero, da Hacia el comienzo (1964-1968), in Op. cit., p. 409: “Sento il battito del tuo cuore nell’ombra/…donna addormentata/…Anima mundi/madre delle razze erranti/dei soli e degli uomini…/il presente è perpetuo/Al culmine del mondo si accarezzano/Shiva e Pàrvati/ogni carezza dura un secolo…” (trad. mia).

 

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