Bartolomeo Bellanova su "La linea spezzata" di Fabrizio Lombardo
- 15 mag
- Tempo di lettura: 3 min

Sono diverse le linee spezzate che ritroviamo nella raccolta di Fabrizio Lombardo, in cui l’autore distilla con l’occhio dell’oggi il percorso della propria vita dall’adolescenza all’attualità, procedendo in questo cammino senza creare miti o facili nostalgie, con una scrittura precisa e puntuale per sottrazioni del superfluo. La lettura dei versi mi evoca l’immagine classica delle Moire greche: Cloto fila il filo della vita, Lachesi lo misura e Atropo lo recide, anche se nulla di classico si ritrova nella raccolta, né nel linguaggio, né nella forma, né nelle metafore dell’autore.
C’è in questi scritti la vita tessuta nel suo dispiegarsi, a volte doloroso e incerto, e l’attimo misterioso che taglia il filo sottile delle storie umane e della Storia, quella di un’epoca fatta di slanci, errori, contraddizioni e illusioni, che ha segnato uno spartiacque nella vita del Paese e dell’autore, prima del mefitico riflusso individualista e neo liberista degli anni ottanta.
La prima sezione “Fine settanta” ci riporta agli anni della contestazione attraversata di riflesso (Fabrizio nasce nel 1968) attraverso esperienze vissute insieme al padre (“il corteo in via dell’Indipendenza, le bandiere, i lacrimogeni / che arrivavano e mio padre che mi urlava di correre…”) o folgorazioni di memorie personali e famigliari (“la ricordo con i capelli scuri, ricci, passare da casa nostra / la domenica, mentre l’odore dell’arrosto e di patate al forno / si sentiva dalla terrazza. mi chiedo se avesse / la P38 nascosta nella giacca…”).
La seconda “Ionio” attraversa con la precisione del dolore di un figlio, la malattia e la morte del padre nei suoi attimi più intimi (“Ora provo a parlarti, nel coma epatico, ma non ascolti / Resta la scheggia di luce di un addio che cade nel silenzio…”).
Nella terza sezione “Strategie di fuga” il poeta affronta l’invecchiamento delle passioni, delle idee, le perdite, in un tempo che divora inesorabile ogni manifestazione psicofisica dell’uomo (“Cerchiamo altre strade, altre via di fuga, un soffio / di tempesta, un accidente, un urto tra noi e il mondo. / È come scappare stando fermi/ come farci male / senza capire il motivo, senza dare tempo / al fiato che manca di ritrovare l’aria…”).
I “Ritratti” della quarta sezione sono scatti vividi che emergono dalla realtà che viviamo quotidianamente fatta di solitudini, precariato, smarrimento (“ha gettato la sfortuna per strada. decine di gratta e vinci / lasciati sull’asfalto si muovono nel vento, tra l’erba umida / e il canale. il paese ha adottato un sistema democratico / usa e getta, di scegliere l’illusione prima della fine del mese”).
Il titolo della quinta sezione “Dimenticami” introduce chiaramente alla lettura di testi nei quali il poeta prende per mano il bisturi della fine di una relazione (“Fatti da parte, lascia che il vento cambi la forma / del testo, che scombini il prato, prima del gelo…”) e la scarnificazione del malessere conseguente (“Colpiscimi là dove si genera la parola. Porta / silenzio, danno e ferita”).
“L’atlante dei giorni”, sezione che chiude la raccolta percorre il male di vivere che ci attanaglia come individui e come specie (“Non sappiamo dove saremo il giorno della nostra morte. / Facciamo ricerche di mercato, diagrammi, / piani quinquennali e grafici. Stimiamo gli indici, / le incidenze, i costi e teniamo a distanza la vita”). In questo testo l’incipit lascia presagire uno svolgimento “filosofico”, ma da subito, Fabrizio, con un potente salto di area semantica ci “abbassa” al linguaggio economico finanziario per poi ritornare nella chiusa alla riflessione esistenziale sulla vita mai pienamente vissuta.
L’ultimo testo della raccolta pare aprire uno spiraglio di luce, o quanto meno, una pacificazione con sé stesso dell’autore che trova “nel niente e il poco” risorse da valorizzare nel quotidiano ingaggio della lotta contro la ferocia dell’esistenza, quando gli ideali “alti” e gli affetti di una vita si sono dileguati e polverizzati e a nulla vale lo struggimento o il rimpianto: “…preparati ad ammettere e fallire / perché il niente e il poco si possono raccogliere, alla fine”.
Bartolomeo Bellanova





















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