Mauro Ferrari su "'Ndrangheta" di Alfredo Panetta
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In poesia è sempre pericoloso appiccicare o peggio creare etichette: fra tutte, una delle più diffuse (e pericolose) è quella di “poesia civile”. Certamente, però, almeno le due più recenti raccolte di Alfredo Panetta, voce ormai ampliamente riconosciuta nel panorama nazionale, possono sopportare senza danni questa etichetta.
Panetta scrive nel dialetto calabrese della Locride, con suoni, immagini e accenti che restituiscono forza primigenia e originalissima a una poesia in cui il “colore locale”, giustamente stigma di tanta versificazione dialettale, prende proprio dall’impegno civile una ragione profonda. Lo sappiamo, la poesia male si presta a lanciare messaggi, in quanto il suo quid risiede proprio nel livello metalinguistico, nella capacità di trasformare la sostanza del contenuto in bellezza di stile, cioè in originalità di soluzioni espressive: vi è però una profonda coerenza nel fatto che Panetta parli (e il termine, da usare con cautela in poesia, mi pare qui azzeccato) di ‘ndrangheta, il male certo non oscuro della sua terra, nello stesso dialetto dei criminali e delle loro vittime: è questa scelta che dà forza e coerenza alla sua raccolta ‘Ndrangheta, così intessuta di sdegno, pietas e anima del territorio in cui si parla il dialetto del poeta, delle vittime e dei carnefici.
Quasi tutte le poesie che compongono la raccolta (dotata di una autorevole prefazione a opera di Antonella Anedda e una centrata postfazione di Don Luigi Ciotti) presentano in dedica il nome di una vittima; sulla loro vicenda tragica, il poeta spende parole mai retoriche, che scavano nelle radici del male al di là della pura contingenza che li ha travolti, cercando di restituire loro statura umana prima che eroica:
È la tua voce che dal basso
ancora rinasce
(Acqua di fiumara, A Rocco Gatto, p. 31)
A volte è loro concessa direttamente la parola, in una sorta di Spoon River resa ancora più drammatica dallo sfondo violento:
Mai riconobbi la corrente perversa
Che spinge in un angolo i buoni.
(Una giovane serpe, a Maria Cocetta Cacciola, p. 61)
Saranno le sobrie note di chiusura a dare i dettagli degli eventi, perché quello che interessa il poeta Panetta è soprattutto dare forma al complesso intreccio fra la persistenza del male – con i suoi valori atavici e la modernità efficiente dei suoi nuovi metodi – e la parola poetica che dà un nome e un luogo alle vittime, le quali non rappresentano soltanto eroi che si sono opposti coscientemente al male, ma anche – e questo è persino più sconcertante – vittime “casuali” e “danni collaterali”.
Quello che emerge dalla “ricognizione poetica” di Panetta in una lingua altamente espressiva (anche nella splendida e indispensabile auto-traduzione) è l’anima di una terra violentata: non è tanto la rabbia, che condurrebbe la poesia a debordare nell’invettiva esplicita e nello sfogo retorico, quanto il contrasto stridente fra la caparbia resistenza di chi ha pagato il proprio coraggio (“Perché serve una vocazione / a resistere”, p. 27) e la disperata presa di coscienza che “lo spreco resta, lo spreco resta e uccide” (William Empson): spreco di vite, di energie e di futuro che potrebbe sfociare in rassegnazione e persino disimpegno (“E chi li fotte questi? // Che hanno imparato l’alfabeto dell’astuzia”, p. 155).
È in questo iato tanto difficile da cicatrizzare che il poeta (l’uomo che esprime nelle forme della poesia lo sdegno dell’innocenza) deve inserire una nota di speranza, che giunge nel testo immediatamente successivo al precedente, così disperato nella sua nettezza), in chiusura della lunga serie di ritratti umani: “avvicinarsi finalmente al mare” e “perdersi in quell’azzurro” non è per nulla un finale retorico, ma lo stimolo a ritrovare, sulla spinta del passato di una terra che è stata madre di civiltà, nuove energie per opporsi al male.





















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