Carlo Di Legge su "I patemi della ragione. Corso di Filosofia Morale" di A. Massullo a cura di E. Silvestrini
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Filosofia e poesia, patemi della ragione e ragione nei patemi
Secondo me, noi non abbiamo alcun sentiero
e dobbiamo, ogni volta, aprirci la strada a fatica
attraverso l’intreccio dei rami
(195)
In questo ultimo corso di lezioni prima di lasciare la docenza e la “Federico II” Aldo Masullo parte dai Greci per attraversare il moderno e il pensiero di Husserl, pervenendo a quel che gli sta a cuore, l’aspetto “patico” nella ragione. Quest’ultima parte presenta importanti aperture alla poesia: del rapporto tra filosofia e poesia si sono occupati in molti, almeno a partire da Platone, e questa è la visione del maestro.
Il vero “piano fenomenologico”, leggiamo, è lo spostamento della “domanda sull’essere” non più per intendere l’essere indeterminato di Parmenide “ma il senso che di volta in volta noi diamo alle cose, il senso stesso che diamo alla domanda sull’essere” (36) come si precisa all’ingresso nel pensiero moderno con Descartes. Ma il “passaggio, dal fatto reale (che in Descartes è l’essere del cogito: un “fatto”) alla possibilità universale e necessaria del fatto” (106) è il lavoro della fenomenologia.
Chi intende rivedere e precisare i passaggi che nel pensiero hanno portato alla fenomenologia di Husserl, ripensandoli e rivedendoli come Masullo propone, legga la prima parte. Ma quel che più importa i discorsi su pensiero e poesia è il contenuto della seconda.
L’approccio alla dimensione patica della ragione, oggetto della seconda parte del lavoro e titolo del libro, viene iniziato a partire dal concetto di Erlebnis, che traduciamo di solito con esperienza vissuta: “Il vissuto, l’Erlebnis, non è solo un evento psichico poiché si differenzia da tutti gli altri in quanto caratterizzato dalla sua esposizione al presentarsi di qualcosa. Ѐ dunque coscienza di qualcosa” (109).[1] Un importante passaggio è nella domanda: indagando l’Erlebnis intenzionale, la fenomenologia deve arrestarsi alla “intenzionalità nella sua purezza, escludendo la fattualità oppure … deve interessarsi anche agli Erlebnisse fattuali e non portatori di intenzionalità ma che, tuttavia, costituiscono la trama dell’umanità degli esseri umani?” (116: cors. sempre nel testo). Secondo questa distinzione qui da Masullo proposta tra senso e significato, i significati riguardano “le oggettività nella loro universalità” mentre nella seconda dimensione, quella non-intenzionale, si parla di “senso … legato alla nostra situazione unica, individuale, irripetibile”. Significato per la dimensione apodittica, che è quella del pensiero teoretico; senso per la prospettiva “patica”: “Alla dimensione trascendentale, che è propria della fenomenologia, si contrappone la dimensione patica, che è propria di un’indagine fattuale” (ivi). Ma in che senso?
Siamo soliti attribuire la poesia alla sfera “solo” affettiva, quindi non razionale, dell’essere umano, il che è vero solo in parte, ed è vero l’opposto, che alla dimensione teoretica “appartenga” quella emotiva, nel senso che la modalità teoretica è interessata dall’altra più di quanto non sospettiamo. Qui credo che Masullo apra tra l’altro alla poesia, dapprima (seguo l’andamento delle sue lezioni, come nel libro) ondeggiando tra la permanenza d’una dimensione ancora teoretica pur nei fenomeni definiti “patici” e la modalità che egli dirà “della ragione”, o nel senso di Vico, mi pare, del verosimile e del “ragionevole”, facendo ricorso a esempi poetici, e non per caso.
Ogni Erlebnis, che s’è definito alla maniera di Husserl come “il vissuto”, se inteso in filosofia, “anche quando è di carattere emotivo, ha rilevanza solo in quanto è portatore di intenzione… come rivolgersi all’oggetto” (118)[2]. “Da ciò si ricava la tesi della struttura intenzionale non solo della rappresentazione come tale, ma anche dell’affettività” (ivi).
Qui l’indagine di Masullo si sposta al pensiero di Heidegger, a supporto di quel che Masullo vuol dire. Colpo di scena: nel raffronto con alcuni passaggi heideggeriani sull’affettività, in particolare sulla nausea (con riferimento a Sartre) e l’angoscia, di questi modi del sentire, nella descrizione di essi, “si nota l’impersonalità” (123; 128 sgg.). Questa è una precisa differenza dal pensiero di Husserl[3] perché impersonalità è mancanza del riferirsi a, della intentio che è una condicio sine qua non del pensiero di Husserl: la fenomenologia non ha più competenze dove manca l’intenzionalità. Si domanda allora “possiamo limitare la vita della soggettività solo a Erlebnisse intenzionali, … o vi è alla radice stessa della soggettività la dimensione affettiva radicalmente diversa?” (123). Se si scopre una dimensione diversa delle situazioni emotive, in cui l’intenzionalità e quindi l’ambito strettamente teoretico cessa, allora si può andare oltre, per trovarsi “di fronte a un modo diverso di esercitare la comprensione della nostra soggettività” (ivi).
Siamo al punto, e ognuno valuti come questo discorso sia vicino a una teoria della poesia. Si può pensare un Erlebnis “puramente affettivo” cioè libero dalla nozione di esperienza “intesa come un apparire che è il risultato di un gioco di strutture formali”? (133). Intanto, esperienza è nell’accezione kantiano-husserliana il comprendere, strutturato nelle forme trascendentali o condizioni del comprendere, l’essere quindi “portatori di una sapienza” (135). Ma quando diciamo Erlebnis, che traduciamo esperienza vissuta, diciamo esperienza solo e senz’altro in questo senso di esperienza consapevole? No, risponde Masullo: ci sono attraversamenti come il sogno, che sono Erlebnis ma non diventano esperienza (136); vi sono vicende vissute dal soggetto senza dar luogo a comprensione (138) come la depressione, lo scacco o l’euforia. “Si tratta di condizioni di pathos… che non sono meramente empiriche, ma che sono suscettibili della nostra considerazione filosofica” (140), sebbene si debbano ammettere sconfitte della ragione (ivi). Aggiungerei che, almeno in certi tipi di poesia, sono altresì suscettibili di comprensione poetica, in cui modalità scritturale e del ragionamento sono (anzi possono essere!) differenti. Si pensi, dice Masullo, a quando ci si sente sul punto di svenire: sono questi “pathos, affectus, privi di qualsiasi intenzionalità, possiamo chiamarli … situazioni patiche…” (145); meglio, si pensi a esperienze di scacco, euforia, depressione. Aristotele diceva logos enylos, il pensiero è incarnato.
La Erlebnis non è senz’altro la Erfahrung, l’esperienza strutturata dagli apriori del conoscere, in questo senso che, seguendo Masullo, ho cercato di dire. Può accompagnare o meno, come dimensione affettiva, la dimensione intenzionale-teoretica che qui è anche detta semantica perché connessa ai significati della vita ma, se è pura irruzione senza intenzionalità, allora è puro vissuto. I patemi della ragione che danno titolo al libro sono quella dimensione dell’affettività in cui è percettibile il fallimento della dimensione semantico-intenzionale (147). Ѐ la stessa dimensione del sentirsi di Heidegger, introdotta dalla cenestesia (158), come soggettività senza forma, ed è – come situaziona patica – non localizzabile, è soggettività assoluta, limite della nostra esperienza vissuta. Qui si fa esplicito riferimento alla poesia, ritenuta necessaria per trasmettere il senso del patico: di fatti e dimensioni, cioè, incomunicabili dal punto di vista rappresentativo-teoretico-semantico, come avviene per la nostalgia nel brano ammaliante di Dante: “era già l’ora…” (160, 165), di quel sentirsi che non si trasmette se non in poesia. Ѐ come quell’eccesso nella poesia, dice Masullo, che non rientra nel cognitivo ma che si lascia avvertire, è non cognitivo, oltre il limite. Modo eminente di presentarsi della fattualità nel quotidiano è il tempo (165) detto anche (in omaggio a Giordano Bruno) la vicissitudine (167): aritmòs, ovvero ritmo prima che numero – per come viene tradotto Aristotele –, nostro vissuto e vita del cambiamento (168), avvertimento del cambiamento. Vissuto che posso cercare di comunicare ma “ognuno poi se la vede con se stesso” (171), cioè lo sente a suo modo di sentire [4]. Si tratta della dimensione dell’uomo in quanto esistenza (179: continuo uscire, star fuori da sé, suo vissuto di ogni sentimento come di ogni ragionamento, applicazione dell’intuizione di Heidegger (ex-sistere, 180), che viene inteso come ciò che questo uomo diviene (182) –, questo uomo, non l’uomo come animale pensante, coscienza del divenire empirico, vita vissuta, che Campanella definì sensus sui (183). Ognuno di noi in ogni momento è un vissuto, questo è esistenza di cui la cenestesi (definita come avvertimento/percezione del sé corporeo) è autoreferenzialità non specializzata (186). Come si avverte il tempo in senso patico, emozionale e non semantico? L’esempio addotto è l’avvertire la distanza dalla persona amata (197), caso in cui il tempo-aritmòs è il patire (in questo senso, la passione) della separazione. Tempo è relazione tra noi e le cose intorno (198). Si analizzano (199) alcuni patemi della ragione, in primis la nausea, poi sarà la volta dell’angoscia e della noia (232 sgg.; 241)[5]: puro esserci di fatto e privo di qualunque significato. Interessante che anche qui, allora, a conferma di quanto già si vedeva, Masullo pensi anche alla poesia come a una potenza, nella dimensione della lingua, che consente l’accesso alle regioni finora precluse al significato. Presenza non a sé stessi nell’uso consueto di consapevolezza ma di me stesso, in drammaticità (203). Non sono qui presente a me stesso nel senso usato, cioè consapevole: ma come nell’impersonale si sta. Si è come puro fatto, catastrofe, rottura dell’equilibrio e in tal senso vergogna della propria nudità.
Crisi profonda di un soggetto acculturato (209) e, quindi, venir meno della ragione ma pur sempre in qualche modo in presenza di ragione: senza la ragione il patema non sarebbe, per definizione, come si suol dire che un opposto presuppone l’opposto (non precisamente così, ma vale per analogia). Usiamo contrapporre la ragione alla sfera emozionale: non è così, la struttura stessa della ragione è mista alle emozioni, o anche viceversa. Piuttosto dovremmo vedere la vera differenza della ragione, così intesa, rispetto alla ragione pigra delle culture, delle etnie, delle religioni fanatiche (209). I patemi, gli “stati emozionali… limite” (199), sono della ragione in quanto non potrebbero venir considerati, come si sta facendo, “al di fuori della stessa razionalità che costituisce la nostra esistenza” (ivi). Anche questo casca bene a proposito della poesia, a meno che non si condivida, una visione della poesia che sarebbe al di fuori della ragione. E dove sarebbe? Nausea è “un vissuto limite” [6], “non è un’esperienza, ma un vissuto” (210), è “stare sulla frontiera tra natura e spirito” (225); l’angoscia, almeno in Heidegger, è anch’essa legata al “vissuto, estremo limite”, ma inteso in tal caso come “impossibilità di determinazione” (218). La nausea è emergere della “pura fattualità”, l’angoscia è comunque legata al “gioco della possibilità” (ivi) che, in Heidegger, come avvertire l’impossibilità della possibilità. Entrambe sono infine, ognuna a suo modo, al limite, ma restano “fatto di coscienza” (219), dunque in tal senso “due patemi che suppongono la ragione” (218). Ma le strutture stesse della coscienza, per come le analizza Heidegger, sono al fondo “elementi di paticità” o passioni – tra cui l’angoscia –, la caratterizzano, senza di queste “non si potrebbe neanche parlare di coscienza” (228), e per noi al di fuori di questa “c’è il nulla” (ivi) colto dalla “coscienza stessa, nei suoi momenti limite” (229) e tuttavia costitutivi di esistenza[7]. Hanno a che fare con la ragione, nell’essere umano, tanto la dimensione rappresentativa e semantica quanto quella patica, che anzi, secondo Heidegger, fonda l’esistenza. Ragione e dimensione affettiva non sono in opposizione ma “non si escludono affatto” (252).
Tutto questo, a mio parere e come ho cercato di mettere in evidenza in corso d’esposizione, torna molto bene anche ai fini di una teoria che consideri la presenza, visibile anche nei momenti eccessivi della poesia, dei momenti-limite dell’esperienza vissuta, in qualche diversa proporzione di ciò che chiamiamo ragionevolezza e sfera emozionale: di ciò che, insieme, fa l’essere umano.
[1] Si parla, inizialmente, del pensiero di Husserl: un giusto inquadramento del pensiero di Husserl è indicato “tra il trascendentalismo kantiano e la nuova psicologia che, negli ultimi decenni dell’Ottocento, fioriva in Germania” (111), in particolare quella “di carattere filosofico” (ivi) di Brentano. Ma la singolarità dei fatti viene indagata nel pensiero nelle specie della universalità e necessità: i fatti dell’esperienza vengono restituiti in una dimensione oggettivante che perciò assume carattere apodittico (111, 113).
[2] Anche un sentimento, qualsiasi sentimento, è strettamente intrecciato con la rappresentazione” (121), fatta insieme di “rappresentazione dell’oggetto, della sua carica emotiva … e… accanto, la sensazione senza la quale l’oggetto non si potrebbe rappresentare” (ivi): nella gioia, “io non ho soltanto lo stimolo della cosa che produce il mio piacere, ma anche che questo piacere diventa come una proprietà dell’oggetto” (122).
[3] Sebbene si legga che nella Krisis , la sua opera finale, Husserl introduca una dimensione diversa rispetto al contesto teoretico del suo pensiero, e si riconosca, poi, che la fenomenologia della percezione di Merleau-Ponty a sua volta svolga una visione del pensiero incarnato nella percezione.
[4] Per dare un riferimento al concetto di paticità Masullo si rifà a Weizsächer, connesso a Heidegger (172 sgg.), biologo e neurologo tedesco con interessi filosofici che, tra anni Venti e Trenta della cultura tedesca, introdusse il concetto di patico. Per lui la domanda di fondo non è cosa l’uomo è ma cosa diviene (174).
[5] In precedenza (187) Masullo aveva considerato anche la compassione. Nausea è sensazione estrema, di limite, p.e. di fronte a un cadavere lacerato. Si sta nella pura contingenza.
[6] Se e-sistenza, afferma Masullo, è continuo uscire e coinvolgere l’altro, aprirsi di mondo, è un opposto della nausea che destituisce i significati (226). Ciò non toglie tutto il contesto di pensiero, all’interno del quale si prende in considerazione il vissuto della nausea.
[7] Il trascendentale in Heidegger – chiamato esistenziale – si fa di tipo “affettivo, patico” (ivi). Il valore dell’interpretazione sta nel tentativo di comprendere quel che ero – non come ero ma come lo comprendo (230-1): e in questo luogo sto, esisto, rispetto al precedente vissuto (riferimento al circolo ermeneutico, cfr. 231: esistere-interpretare-e così via). In Heidegger non usciamo mai dalla paticità per privilegiare l’episteme (231).





















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