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Patrizia Sardisco su "L'ombra dell'infanzia" di Silvia Rosa

  • 15 mag
  • Tempo di lettura: 8 min

 

Le parole per dire, per interrogare. Leggendo L’ombra dell’infanzia di Silvia Rosa.



 

 

 “... la donna più semplice che racconta la sua giornata con le parole più semplici, più vere, più vicine alla sua vita è una donna che fa un discorso rivoluzionario.  (…) Penso che la migliore arma delle donne sia di dire la verità delle loro vite, la verità dei loro corpi.”

Marie Cardinal

 

 

Leggendo L’ombra dell'infanzia mi sono venute in mente queste parole di Marie Cardinal (insieme al suo titolo forse più noto, Le parole per dirlo) perché penso che davvero quest’ultimo libro che Silvia Rosa ha pubblicato per i tipi della casa editrice peQuod – scritto con parole semplici e vere – faccia un discorso rivoluzionario, e che la parola di verità dell’autrice sia davvero un’arma: un’arma capace di praticare squarci nel silenzio colpevole, sovvertendo l’ordine posticcio sotto cui cova l’orrore.

L'ombra dell'infanzia è un libro coraggioso e sfidante, impegnativo per tema ed efficace sul piano dello stile. Esso infatti assume a proprio oggetto l'orrore più indicibile, se – come io credo –  conveniamo sul fatto che, tra tutte le forme di violenza di cui l'essere umano è ahinoi capace, quella sui bambini, e in particolare l'abuso sessuale, è la più sconvolgente e inaccettabile, quella che più di ogni altra desta sdegno, rivolta, repulsione. E quella che forse più ci interroga in quanto esseri umani.

Silvia Rosa affronta senza rete e senza imbracature quest'orrore, e candida la propria poesia a farsene sonda e tersa testimonianza da un vertice osservativo plurimo, dolorosamente frantumato. Le poesie di questo suo ultimo libro ricompongono infatti il perimetro di un romanzo familiare, sfidano la precisione di un manuale diagnostico, ironicamente prescrivono un protocollo clinico del dolore: cantano l'orrore e il controdolore, il danno e le strategie di resilienza e riparazione, la resa e l'ipercontrollo, offendo in versi una serie di “indicazioni” nelle quali sono riconoscibili i modelli comportamentali e i meccanismi di difesa tipici, ricorrenti nelle vittime di abuso, in modo esplicito, questi ultimi, nella sezione dal titolo Decalogo di sopravvivenza per bambine sotto scacco, ma implicitamente rinvenibili lungo tutto il libro, e per mimesi direi nella stessa razionalizzazione iperbolica, spinozianamente geometrica, che dà libero accesso, all'interno del testo poetico, all'elenco numerato, al testo regolativo, al testo nel testo, in una sorta di scatola cinese (leggevo e pensavo a questo gioco di mise en abyme, a questo incastro di scatole cinesi e pochi testi dopo incontro l’immagine della matriosca…), una costruzione che mette in scena la stratificazione certosina della ferita reiterata e delle faticose, innumeri strategie di protezione, il sovrapporsi della lordura e del lavacro, della colpa e dell’espiazione, dell’accusa e dell’autoaccusa, e della strenua, solitaria autodifesa di una bambina solissima che si sforzava di essere docile (pag. 22).

Tanta complessità – di tema, di tessitura – impone di andare per gradi e con cautela, nel tentativo di operare una disamina che non ne tradisca lo spessore appiattendola, né d’altra parte se ne lasci travolgere, ricordando che quello che abbiamo tra le mani non è un saggio ma un libro di  poesia, il che vuol dire anche accettare che si tratta di un libro che una volta chiuso può lasciare nel lettore l’impressione che sia più ricco di ogni sua possibile sistematizzazione analitica, per quella capacità che proprio la poesia possiede, e che Silvia Rosa con perizia maneggia, di condensare la materia, di operare una ricomposizione di frammenti a volte minutissimi in una forma che non soltanto è originale ma che resta dinamica, non fissata, come una sorta di mosaico liquido che continuamente si riposiziona, che si riscrive sotto i nostri occhi a ogni lettura.

Pensiamo al tema, in questo senso.

Il tema, si è detto, è l’abuso. Che però è oggetto composito, perché la violazione trascina con sé anche il tema del tradimento di un patto di fiducia: tradimento da parte di chi? Dell’Orco abusante (unico attore individuato nei testi sempre con lettera maiuscola), che qui coincide con la figura di un patrigno, ma il tradimento è anche quello di una madre (oggetto contundente) distratta e connivente, di un contesto familiare più largo (c’è il riferimento a una nonna), di un mondo scolastico superficiale e pago di una sorta di scientismo formale – penso con scoramento al testo in cui l’autrice mette in scena l’analisi delle dinamiche familiari condotte a scuola attraverso “l’osservazione” del disegno infantile, analisi che però si arresta sul piano epidermico di ciò che è conveniente vedere, scopertamente senza alcun interesse all’approfondimento, al punto da essere aggirabile, manipolabile persino da un bambino; penso in generale a un mondo adulto che fallisce il proprio compito di protezione e salvaguardia. Ma qui c’è, anche, il tradimento di Dio, qui sempre indicato con lettera minuscola, personaggio orbitante e assente come gli altri, biasimevole più di tutti se, nella sua onnipotenza, consente a tanto orrore.

Il tema è dunque l’abuso, ma è anche l’abbandono, è il tradimento, è il fallimento di una società che non sa proteggere i suoi componenti più fragili e inermi, di una divinità che si palesa non onnipotente, il tema è la ferita dei non amati, è l’invisibilità del dolore anche quando è ben visibile…

Il tema, ancora, è la colpevolizzazione della vittima: è il coro che si leva disinvolto e impietoso a intessere di larvato giudizio il suo stupore ipocrita.  I cinque testi, tremendi, a partire da pagina 26 sono preceduti da un titolo-domanda: Ma perché non hai detto nulla, bambina?,  domanda eteronoma rispetto all’io lirico, che infatti viene riportata in corsivo, come alludendo al coro di una vox populi, ma che, fatalmente, contemporaneamente, allude anche a una delle diverse componenti  in cui l’io lirico stesso appare parcellizzato, la parte che si autoaccusa, che cerca in sé la colpevolezza per quanto le accade, che crede di trovarla, e se ne fa convinta. Ciò che per inciso costituisce un delitto sul delitto, il capolavoro manipolatorio dell'abusante che storna da sé e trasferisce sulla vittima colpa e vergogna.

Ma il tema, finalmente, è anche il j’accuse di chi platonicamente ha saputo liberarsi dalle catene dei perché sterili come cantilene, dalle accuse che colpevolizzano la vittima, e uscire dall’ombra silenziata della caverna, e dire, e denunciare, e trovare le parole necessarie, le parole per dirlo. Le parole per interrogare.

Fin dal titolo, il libro infatti ci interroga, inquieta: l’ombra è un attributo dell’infanzia, come a dire una sorta di lato oscuro che sempre le è proprio, e che pertanto ne attenua la possibilità di una prensione intera? 

Oppure l’ombra è ciò che l’infanzia getta intorno a sé, e dunque sul presente, e dunque anche su chi legge, pennellando campiture di grigio, zone grigie di ambiguità in ciascuno di noi?

Oppure, ancora, il titolo allude a una stagione che tallona, ineliminabile, l’età adulta, divenendone l’ombra, una sorta di inquietante doppio, una presenza fantasmatica persecutoria con la quale costantemente fare i conti, con cui l’età adulta deve in qualche modo venire a patti?

E si potrebbe continuare, considerando ancora l’ombra qui come superstite di un’infanzia sfarinata, depauperata fino a un suo puro scheletro, ombra di sé stessa (noi siamo l’ombra dell’ombra di noi stesse, nel testo a pag. 60).

Ma questa, lo ripetiamo, è poesia e non saremo dunque costretti a scegliere, anzi: perché, lo sappiamo, la poesia nella polisemia fruttifica.

Passando al piano stilistico, mi piacerebbe ulteriormente proporre alcune osservazioni.

Riguardo alla lingua che l’autrice privilegia per L’ombra dell’infanzia, vorrei tornare su quelle parole semplici e vere di cui scrivevo sopra, richiamando Marie Cardinal, per sottolineare come la scelta del nitore del dettato di questa poesia possa essere letta come mimesi: nel senso che la trasparenza espressiva sembra affermare che quanto accade sul corpo, sulla psiche di un bambino, di una bambina abusati, non è mai davvero occultato, criptico, sommerso, ma è lampante, sotto gli occhi di tutti, con una chiarezza che colpevolmente il mondo che potrebbe/dovrebbe proteggerli, salvarli, si ostina a non vedere.

Riguardo alla struttura, il libro ha una dichiarata vocazione intertestuale, come suggerito dalla stessa autrice nella nota posta subito prima della bella e accurata Postfazione firmata da Franca Alaimo, nota in cui Silvia Rosa sottolinea il proprio debito intellettuale con diversi contributi sull’argomento e, in particolare, nei confronti di un recente, illuminante memoir della scrittrice Neige Sinno che è stato per lei fonte di ispirazione e sponda dialogante.

Ma tutta l’architettura de L’ombra dell’infanzia, insieme alla sua compattezza stilistica, autorizza a leggere il libro anche da una prospettiva macrotestuale, individuando connessioni tra i testi, e tra singolo testo e intero libro.

L'ombra dell'infanzia è pertanto un “libro di poesia”, quindi non una mera raccolta di testi ma un dispositivo che supera la singolarità di ciascun componimento per ricomporla all’interno di un macrotesto, di un organismo che ne potenzia e completa il significato.

Proprio secondo una prospettiva macrotestuale vorrei pertanto proporre che possa leggersi il testo di apertura il quale,  anteposto alle sette sezioni, mi sembra funga da prologo, delineando una mappa del libro intero,  fissando anche i cardini di una poetica  e suggerendo al lettore l’adozione di un particolare sguardo, ponendosi come la prima di una lunga serie di esortazioni all’attenzione.

Sotto questo aspetto, lo potremmo considerare testo-sonda, specchio dentro cui tutto il libro si coglie, testo esemplare.

Pur presentandosi come un’unica strofa di sedici versi liberi, mi pare sia idealmente divisibile in due parti che corrispondono a due livelli distinti cui competono, parallelamente, due diversi gradi di dicibilità.

I primi sette versi fondano per così dire il piano di realtà, giacciono su terre emerse, quelle dei dati visibili, tangibili, in cui il “male rappreso” è grumo di segni suscettibili di lettura e interpretazione razionali, che si possono  rilevare ed enumerare per esempio in una sintomatologia, e che potenzialmente sono imbrigliabili dentro categorie – anche diagnostiche – condivise-condivisibili attraverso un linguaggio lineare, solare. Fin troppo pacificato.

C’è poi una seconda parte che muove da quell’invece posto alla fine del settimo verso, e che conferisce una torsione, un capovolgimento al testo, e coincide con un mondo sommerso, che sprofonda nel fluido fantasmatico abitato dall’assenza, dal vuoto: i lemmi – strappo, buca, perdita del corpo, gola, spavento, fino all’ultimo terribile verso scavano in bocca una fossa di silenzio – alludono a un successivo, insistito svuotamento-impoverimento dell’io avvertito come irreversibile e in grado di  assottigliarlo fino al deserto di parole di un silenzio tombale.

E a questo livello, infatti, corrisponde l’indicibile, l’ineffabile di cui solo la poesia  potrà  forse candidarsi a essere corpo di traduzione, voce. Forse: poiché è voce totalmente priva della supponenza che invece caratterizza le parole di coloro che non possono comprendere e che per questo non sanno quello che dicono, come recita l’ultimo verso del testo di pag. 60. Vorrei dire, vorrei raccontare: la dicibilità è posta in discussione, l’istanza di narrazione si pone al condizionale: l’io lirico non sembra insomma farsi soverchie illusioni circa la possibilità di una comunicazione davvero efficace, esaustiva, di una esperienza così irrimediabilmente devastante.

E questo è, in ultima analisi, l’altro grande tema del libro, non meno doloroso, non meno centrale: se la spinta al riattraversamento dell’esperienza, alla risignificazione operata anche attraverso la sonda della parola poetica, può costituirsi come percorso di cura, di riparazione rispetto all’individualità, al singolo, quali garanzie vi sono che la resa di una testimonianza si traduca in presa di coscienza collettiva, che il particolare si faccia leva di una rivoluzione universale? È una domanda che resta aperta.

Ogni lettore, quando legge, è lettore di sé stesso, scriveva Proust. E se pure lo specchio interiore costituito dai versi di Silva Rosa non ci restituisce l’immagine di noi stessi come Orco, faremmo bene comunque a scrutare in profondità, nelle profondità delle nostre responsabilità, per esser certi di non essere parte di quella folla anonima, non meno mostruosa, che pratica con zelo e costanza la distrazione, e che nell’anonimato trova la propria assoluzione. Faremmo bene, se non altro, a raccogliere come occasione preziosa l’esortazione e la sfida che questo libro lancia: a non voltarsi, ad aprire gli occhi.

 


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