Il corridoio - Massimo Triolo
- 17 minuti fa
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Il tempo piegato
L’orologio ticchettava su una parete bianca e spoglia, priva d’ombra, come se la luce stessa fosse stata disinfettata. Giovanni camminava da ore – o forse minuti – in un corridoio asettico, costellato da neon tremolanti come ciglia esauste.
Le pareti erano sempre uguali, eppure mutavano impercettibilmente. Ogni venti passi – aveva provato a contarli – una porta appariva. Ma se si voltava, spariva, come se fosse un errore di rendering in un sogno.
Il pavimento era così lucido da riflettere il suo volto, ma ciò che vedeva non era mai fedele. A volte sorrideva mentre lui piangeva. Altre urlava senza suono. In certi momenti, il riflesso aveva il volto cucito da filo nero, come un pupazzo smarrito.
Provò a fermarsi, ma il corridoio si muoveva sotto di lui, come se fosse sopra un nastro trasportatore che non poteva controllare. Correre non serviva: ogni passo lo riportava nello stesso punto, ma con echi più forti, come se camminasse su secoli.
Poi, una porta. Diversa.
Nera, opaca, priva di maniglia. L’unica che sembrasse reale.
Senza pensarci, la attraversò.
Le stanze di vetro
La stanza oltre la soglia era un poliedro composto da superfici riflettenti, ma nessuna mostrava il presente. In ogni specchio c’era una versione di lui stesso: nudo in un campo di grano sotto un cielo rutilante al tramonto, rinchiuso in una cella che si stringeva, seduto su un letto bianco mentre guardava una parete che non restituiva alcun suono.
Una voce senza corpo echeggiò ovunque:
“Ogni frammento è una tua identità. Ti stai disgregando, Giovanni.”
Non riusciva a stabilire da dove venisse. La stanza sembrava non avere origine, né direzione.
Poi vide uno specchio diverso: mostrava un ambiente reale, tangibile. Una stanza d’ospedale. Giovanni era lì, legato a un letto con cinghie di contenimento, una flebo nel braccio, una maschera d’ossigeno. Intorno, sagome indistinte: forse medici, forse figure immaginate.
Un brivido di gelo e nostalgia lo percorse.
“Ti stiamo riportando indietro. Ma devi volerlo.”
L’Uomo dal Volto Frammentato
Ora era seduto. Una stanza grigia, un tavolo d’acciaio, due sedie. Di fronte, un uomo in camice bianco. Occhi stanchi, barba curata, mani affusolate. Ma il suo volto... era instabile. Le linee del viso tremavano, come se si componessero e scomponessero costantemente. Una guancia diventava giovane, poi vecchia. Una palpebra cedeva, poi si alzava. Tre volti in uno. In continuo conflitto.
“Sono il dottor Ferri. Sei in cura da cinque anni. Hai avuto un altro episodio dissociativo acuto. Ma stai tornando.”
Giovanni si toccò il volto. Sentì pelle. Dita. Calore.
“E il corridoio? Le stanze? La creatura che mi seguiva, l’uomo senza volto?”
Il medico/frammento annuì. “Simboli. Proiezioni. L’Uomo dal Volto Frammentato è tuo padre. Ma anche te stesso. È l’idea che non riesci a integrare. Il corridoio è la tua esperienza in terapia intensiva. Le stanze... i sé che hai costruito per sopravvivere al trauma.”
Giovanni inspirò, lento. Un ronzio elettrico. Un clic metallico, forse nella parete.
“Questo è reale?”
Il medico annuì. Gli porse uno specchio. Il volto riflesso era pallido. Calvo. Gli occhi vuoti. Ma familiari.
Per la prima volta, Giovanni pianse. Non da dentro un sogno.
Ricostruzione
Passarono settimane. Forse mesi. I suoni divennero concreti, il tempo tornò lineare. Giovanni dormiva, mangiava, parlava. Ricordava.
Sua madre. Il gatto bianco. Il primo amore. La sera in cui piovve dentro la sua camera e nessuno gli credette.
Scriveva. Pagine e pagine di sé. Di frammenti. Di cosa era reale e cosa no. Ogni parola era una sutura.
Un giorno, il dottor Ferri – con il volto finalmente stabile – disse: “Se tutto va bene, potremmo dimetterti. Hai fatto progressi notevoli.”
Giovanni sorrise. Gli parve vero.
Il ritorno
Il giorno delle dimissioni salì su un’auto. Accanto, un’infermiera dal viso sereno e dal fare gentile.
Attraversarono una città che riconosceva a fatica. I colori sembravano digitali. I rumori ovattati. Come se tutto fosse stato ricostruito da una memoria corrotta.
Arrivarono davanti a una casa che, secondo tutti, era la sua.
“Bentornato.” disse l’infermiera, porgendogli le chiavi.
Entrò.
Era tutto ordinato. Ma stranamente anonimo. Oggetti che sentiva familiari senza conoscerli. Sul caminetto, un quadro.
Un volto. Frammentato in tre sezioni. Come un trittico cubista. Occhi in disaccordo. Un mezzo sorriso. Un ghigno. Una lacrima.
Il sangue gli si gelò.
Corse in bagno. Si guardò allo specchio.
Il suo riflesso gli strizzò l’occhio.
La verità (o la sua assenza)
Le pareti iniziarono a pulsare. Il pavimento tremò sotto i suoi piedi. Il corridoio tornò.
Era di nuovo lì. Ma non era lo stesso.
Una figura emerse dalla luce distorta. Il dottor Ferri. Ma con occhi dilatati, profondi come pozzi. Parlava con due voci: una acuta, una grave. Una umana. L’altra... altro.
“Tu sei il medico, Giovanni. Non il paziente. Sei entrato nella mente di un uomo schizofrenico per testare la Terapia Immersiva Totale. Ma qualcosa è andato storto. Ora... non sappiamo più chi è chi.”
Giovanni cercò di parlare. Ma la sua bocca non obbediva.
Le pareti si dissolsero. Era steso su un lettino, elettrodi attaccati al cranio.
“È ancora dentro.” diceva qualcuno.
“Il ciclo non si interrompe. La coscienza è intrappolata.”
L'ultima illusione
Una voce gli sussurrò, vicino all’orecchio: “Il sogno era reale. La realtà è il tuo inferno.”
Aprì gli occhi.
Era nel corridoio. Di nuovo. Tutto era identico all’inizio.
Ma ora, su ogni parete c’era un nome inciso nel bianco: Ferri. Giovanni Bassi. Giovanni Ferri.
Chi era? Il medico? Il paziente? L’esperimento?
O solo un’eco?
Epilogo
Una voce femminile fuori campo: “Caso 394. Terapia Immersiva Totale. Fallimento. Identità del soggetto: irrecuperabile. Stato: intrappolato nel costrutto. Loop autoreferenziale completo. Nessun punto d’uscita.”
Un fascicolo viene chiuso. Sul monitor, una figura cammina in un corridoio bianco. Senza fine. Poi tutto si dissolve e resta solo un simbolo: un cerchio spezzato.

















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