Mauro Ferrari su "Errata complice" di Stefania Giammillaro
- 26 mar
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In infinite maniere arriva il dolore sulla pagina, quando la poesia tenta di darne una rappresentazione attraverso la scrittura del poeta: si può raccontare una storia in versi, si possono raccogliere frammenti, o ancora si può lasciare che piccole luci filtrino da una coltre opaca che copre colpa, rimpianti, vergogna. L’urlo, cioè la rappresentazione più naturale del dolore, può essere lanciato a squarciagola o rattenuto e fatto diventare sussurro.
Credo che questa sia stata la scelta espressiva di Stefania Giammillaro per Errata complice, un libro che stimola più di una riflessione, come deve fare la migliore poesia, riguardo alle scelte espressive e, in special modo, ai temi toccati dalla raccolta, imperniati su quella “violenza di genere” che, al centro di una ampia riflessione critica, ha basi profondissime nella natura stessa dell’umanità.
La quota di opacità di questo libro – calzante la definizione di “alogicità” dell’ottima Franca Alaimo in Prefazione – non nasce da una compiaciuta sovra-elaborazione del significante, artatamente volta a velare il significato, bensì costituiscono il materiale incombusto e impossibile da rimuovere, al di sotto del quale nasce la materia del dire: l’opposto, insomma, di quell’urgenza di comunicazione immediata che, puntando a toccare le corde sentimentali di un supposto ascoltatore/lettore, uccide di fatto la poesia: ecco quindi che, se da un lato le metafore ardite, gli slittamenti di senso, le faglie logiche e i salti di isotopia vanno scostati per guardare l’abisso, d’altro canto sono parte integrante del punto di vista sull’abisso dell’autrice, elementi che il lettore di poesia deve tenere in considerazione come parte del senso (non solo del significato) di ciò che legge.
La fabula della prima sezione (Il Peccato) è incentrata sulla crisi di un rapporto personale, che si dipana tra condanne, slanci di implorazione (Madre delle caverne, p. 21), momenti di inquietudine affidati a lemmi molto marcati (ombre, coltelli, stimmate, strappi), e autoaccuse (“dell’abuso / hai chiesto perdono / confessando peccati mai commessi”, p. 25). Il tutto è affidato spesso al dialogo confessionale con se stessa, ed è qui, significativamente, che si addensa l’opacità del testo, quasi una ritrosia a dire compiutamente il male.
La seconda sezione (La Colpa) mostra una evidente distensione della sintassi, che si piega a schizzi narrativi che tratteggiano un contesto sociale e culturale inquadrato in una dolorosa storia famigliare, che la memoria personale smuove come acqua torbida: “Era proibito urlare in protesta”, p. 32; “La solitudine è ospite fissa, p. 34; “È violenza non udita / le tue dita nel mio grembo”, p. 45): l’esito è il “Niente” della poesia che chiude la sezione, la nullificazione di un Io che contempla un “tempo / che più non infiamma”, p. 48). Il male presente, insomma, concresce su quello storico e universale.
La terza sezione (Il Perdono) drammatizza la rinascita (soggiace infatti alla raccolta una nutrita serie di temi mitici) in un nuovo contesto, in un tempo che “È storia ormai /. . . / il lieto fine ai giorni storti / che più non cerco” (p. 52), nel segno di una “pazienza dello stare al mondo” (p. 54). Il dialogo con se stessa è ora per ritrovarsi, ri-costituirsi come persona: “se sanguino / sanguinerò nel partorirmi” (p. 60), figlia e madre, come stupendamente recita il testo conclusivo, che si riappropria della lingua materna, il dialetto della sua Sicilia con cui lascia (cito in italiano) “a testamento / una condanna / / una ninna nanna d’amore” (p. 64).





















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