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La pagina bianca - Massimo Triolo

  • 21 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min
Opera a china di Massimo Triolo
Opera a china di Massimo Triolo

 

 

Ogni mattina, alle sette e mezzo in punto, Giulio versava il caffè ancora bollente, come piaceva a lui, in una tazza di porcellana con una crepa sul manico. Si sedeva al tavolo in legno, e puntualmente, in modo metodico, apriva il quaderno dalla copertina grigia e cominciava a scrivere poesie. Versi brevi, concreti, asciutti. Versi che avevano cominciato a dargli una certa notorietà e un peso quale autore ritenuto di spicco.

Amava l’equilibrio tra ciò che si mostra e ciò che si cela. La sua calligrafia era inclinata verso destra, come se avesse sempre fretta di arrivare a fine verso.

 

Il coltello dimentica il pane,

il pane dimentica la fame,

io dimentico entrambi.

 

L’aveva scritta qualche giorno prima. E da allora, il coltello era sparito. In principio, gli parve una futile coincidenza. Non se n’era accorto subito. Aveva pensato a una sua distrazione. Poi era toccato al barattolo del miele, poi alla lampada da comodino, poi alla fotografia in cui appariva sua madre con un cappello largo e il volto rivolto a metà tra il sole e la camera.

Il dubbio cominciò a scavargli un varco nelle ossa. Una sera, rileggendo i versi ad alta voce, si era fermato su uno in particolare.

 

Scompaio come ombra sotto la pioggia,

ma non mi accorgo che non piove più.

 

Quando si alzò il mattino dopo, non c’era più la finestra del salotto. Solo parete liscia, nuda, come se non fosse mai esistita. Il cielo era diventato un’idea lontana. Provò a chiamare sua sorella, ma il telefono non riconosceva più il suo nome tra i contatti.

Cominciò a leggere ogni poesia come un presagio. Ma le poesie non erano mutate. Era lui a non capirle più. Si chiedeva: le ho scritte io davvero?

Un pomeriggio – era già arrivato a una disperazione senza fondo e a sfiorare la perdita della ragione -, mentre la luce calava e il tempo sembrava curvo sotto un peso di stanchezza lungo secoli, sentì un fruscio venire dal tavolo. Il quaderno si mosse. Le pagine si sollevarono da sole, sfogliandosi fino a fermarsi su una pagina centrale.

E allora accadde.

Le parole si alzarono in volo come piccoli insetti d’inchiostro, si staccarono dalla carta e cominciarono a fluttuare nell’aria. Giulio indietreggiò, la sedia cadde. Le lettere formavano frasi a mezz’aria, ricomponendosi con lentezza, come se si stessero preparando a dire qualcosa da tempo.

Una voce – la sua voce, ma svuotata, più cava – si alzò dalle pagine.

“Non puoi più tornare indietro.”

Giulio tremò. “Cosa siete?”

“Siamo quello che hai voluto dire. E ora siamo quello che sei.”

“Ma io sono ancora qui. Io…”

“Ancora per poco.”

Le lettere si accostarono come sciami e lo circondarono. Una parola gli sfiorò la fronte: assenza. Un’altra gli si posò sulla spalla: silenzio. Ogni parola portava via qualcosa. Prima la memoria di un viaggio a Venezia, poi il suono della voce di suo padre, poi l’odore del fumo nelle stanze della giovinezza. Sentì la sua mano diventare leggera. Guardò: le dita si facevano trasparenti.

“Avete preso tutto,” sussurrò con voce raggelata.

“No. Hai scritto tutto.”

Il quaderno rimase chiuso sul tavolo.

Nella casa silenziosa, non c’era più nessuno. Nessuna prova di una vita. Solo una pagina rimasta incompiuta:

 

Ciò che resta di me

è il vuoto che ho lasciato

perché accadesse.

 

E nessuno rimase a leggerla.

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