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Daniele Barni - Inediti

  • 14 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min



I SILENZI

 

Tanti sono i silenzi che udii.

Quello negli occhi del cane morente.

Quello sui palmi di mille e più addii.

E del cipresso quando il vento è assente.

 

Il silenzio del bosco nell’eclissi.

Del mare stupefatto dalle stelle.

E dei tuoi baci prima che partissi,

gelati dalla notte sulla pelle.

 

Ma mi tormenta il silenzio mai udito.

Il fiore sconosciuto.

Ciò che non fu vissuto.

Il confine infinito.

 



 

DORA

 

Dora, implora quest’ora che muore che non muoia.

 

In questa noia

di stelle, ora che dormi, il tuo sudore fibrilla.

Assomiglia alla brina

che prima di mattina

mi sgambettava, salvato da mio nonno, nei vialetti della villa

dove per me era vacanza il nostro servizio.

 

Stasera, è il mio piacere quel tuo vizio

di piccola infedele. I tuoi boccoli bui

più del buio

coprono ciò che scoprono le trapunte.

Ma le tue mani zitte, ricongiunte

come in preghiera, adombrano

quelle di mia madre, che seppero educarmi.

 

Nell’ombra,

il tuo sonno addenta il cuscino, con lo stesso appetito

di me, quando la nonna con amorevoli armi

vinceva al buio l’orco inferocito.

 

Dora, non risvegliarti,

mi ritiro ai tuoi scarti

e ti cedo le più parti del letto.

Si schiude la tua miopia cobalto,

la stessa di mio padre che dall’alto,

come dal firmamento, lasciava precipitare

il rimbombo, e presto si riempiva di segreto solare.

 

Il parapetto

contiene l’ebollizione del lungomare stracco,

da cui evaporano gli abbagli della modernità, lo smacco

e le vittorie dei bulli nelle salegiochi,

e i rochi

resti delle combustioni nei ristoranti e nelle pizzerie. Che accanto

non ci sei più me lo dice la nuvola della doccia

che t’imboccia

come in un sogno o in un ricordo. Sei qui ora e sono io altrove:

fra poco sarai altrove

e io sarò qui. Intanto

che ti rivesti, quest’odore mi riscuote di cuoia.

 

Dora, implora quest’ora che muore che non muoia.

 



 

ANCHE OGGI HO COMBATTUTO

 

Anche oggi ho combattuto.

Armato delle mie debolezze

e delle mie paure,

dei miei desideri

e della mia ostinazione.

Ho combattuto contro la vita,

per la vita.

 

La conquista è questo sonno buono,

fondato su questo materasso di granito

come il tempio

sullo stilobate.

 

Senza sogni.




 

DONNE E UOMINI

 

Ho conosciuto donne e uomini soli:

non perché abbandonati,

ma perché, come l’astro, sono poli

da tutti corteggiati,

che però non si lasciano accostare.

Ho conosciuto donne e uomini luna,

con la loro metà per sempre bruna,

su cui nessuno sguardo può grattare.

Ho conosciuto donne e uomini stella,

che dall’orlo di notti carbonella

tendono il loro fuoco agli sperduti.

E ho conosciuto donne e uomini stella

cadente: sono i soli che in acuti

di luce sanno spegnersi.

E anche stella cometa:

lontanissime insegne,

nel vuoto senza senso, di una meta.

Ho conosciuto donne e uomini via

lattea: cicatrici che si accendono

attraverso le notti più profonde

e non andranno via.

E anche uomini e donne buconero:

in mezzo al loro cuore sta lo zero

di spazio e tempo e bene e sentimento.

E ho conosciuto donne e uomini terra:

li ho visti: sono guerra

tra fioriture e foglie arrese al vento,

tra vette e abissi, zanne e agilità.

Ho conosciuto tante donne e uomini,

di molti non ricordo più i nomi:

ma li ho tutti negli occhi, dietro a un velo

di nostalgia, come stasera il cielo.

 




 

IL RICORDO

 

Come l’onda è il ricordo:

approda alla battigia della mente

e fa schiumare volti

schizzare voci; e vi abbandona senza

pietà relitti salsi

di vite naufragate.

Dentro alla sua risacca

l’abisso si rimescola

con i frangenti. E in aria

frantumi di gabbiani.

A noi che passeggiamo sulla riva

basta un odore, perso nelle bore,

per salpare all’ultima deriva.

 



 

ADYNATA

 

Vorrei che ogni mio scivolone

scrosciasse giù come il tracollo

del grattacielo; ma che il mio ritorno in alto

fosse come il decollo

appuntito del drone.

E vorrei che ogni mio tentennare o soprassalto

registrasse l’oscillazione

del Big One o di certi terremoti in Giappone;

ma che, come il fulmine su cieli di basalto,

spaccasse in due ogni dubbio la mia decisione.

 

Vorrei. Così volevi catturare il futuro

con le nostre promesse,

e chiuderlo nei nostri desideri.

Eppure nella foto, rannicchiata fra il muro

e lo scaffale, prima che il cancro ti sfacesse,

già il tempo aveva sfatto le linee e i colori in cui eri.

 

E vorrei che ogni mia emozione

sbottasse con più abbaglio della supernova,

e slancio di fotone

fosse ogni mio pensiero.

E, anziché vivere eternamente,

vorrei morire e nascere di nuovo

a ogni generazione.

Ma sono appena questa biro, che alterna al nero

il candido niente.

 

 

 

Daniele Barni è nato il 9 dicembre 1973 e vive a Sansepolcro. Insegnante. Si occupa di poesia, narrativa e saggistica. Per Italic Pequod ha pubblicato, fra le altre, la raccolta poetica L’antologia (2021); per Cartman il saggio Lo sguardo della critica: i conoscitori d’arte in Italia tra XIX e XX secolo (2016); per Mimesis, collana di filosofia Jouvence, il saggio Il santo e l’eroe (2022). Ha collaborato con le riviste Poesia, Atelier, l’altrapagina; collabora con le riviste MicroMega e Poliscritture, e con il blog Scuola Filosofica.

 


 

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