Il tavolo di mogano - Massimo Triolo
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Nella città di Altoborgo, che sorgeva tra due fiumi che scorrevano a ritroso, viveva il poeta Emerico D’Alfieri, uomo di fama cupa e voce autorevole nei salotti decadenti della letteratura. Ogni mattina, vestito con abiti che parevano ricavati dalla polvere stessa, si sedeva al suo tavolo di mogano per scrivere poesie che i critici definivano “corrosive come il tempo”.
Aveva un figlio, Elia, di vent’anni, gracile come una virgola mal posata. Elia scriveva anch’egli, ma i suoi versi erano zoppicanti, pieni di metafore stanche e immagini fruste. Il dolore di Emerico era silenzioso, ma profondo come un abisso cieco.
Una sera, mentre la pioggia batteva ritmicamente con dita spettrali sul vetro, il padre decise di dare insegnamenti inediti al figlio.
“Hai lasciato sul mio tavolo un foglio” disse Emerico, fissando il figlio con occhi scolpiti nel piombo.“È il mio ultimo componimento... Si intitola La madre delle nebbie” balbettò Elia, chinando il capo come una pianta sdutta.“L’ho letto.”Un lungo silenzio, poi Emerico si alzò e prese la lampada a petrolio.“Vieni con me.”
Scesero nel seminterrato. Era una stanza che Elia non ricordava d’aver mai visto, piena di orologi fermi, mobili capovolti e specchi anneriti. Al centro, un uomo nudo e bendato batteva con lentezza un tamburo invisibile.
“Chi è costui?” chiese Elia, tremando.
“Un recensore. Sta pagando il prezzo di una metafora sbagliata.”
“Ma... è giusto?”
“La giustizia è una forma di ortografia” disse Emerico. “Sbagliala, e tutto crolla.”
Usciti dal seminterrato, trovarono seduto nel salone un vecchio critico, il Signor Rull, il quale non si muoveva da lì da tre anni. Parlava solo quando pioveva e in endecasillabi.
“Il figlio scrive, ma sente il peso della parola ‘padre’, dura come un chiodo...”
“Lo so” sussurrò Elia. “Ma non posso evitarlo. Scrivere mi tiene vivo.”
“È l’imitazione che ti uccide” disse Rull. “L’ombra non sa d’essere ombra.”
Elia corse via, salì in soffitta dove teneva i suoi quaderni. Ma li trovò mutati: ogni poesia che aveva scritto era stata riscritta nella calligrafia del padre. Alcune righe erano state barrate con sangue secco.
La madre, da tempo assente, riapparve quella notte. Era trasparente, come se la memoria la stesse dimenticando.
“Tuo padre non nacque poeta. Lo divenne dopo che lo strappai da sé stesso” disse.
“E io?”
“Tu sei già troppo simile a lui per esserlo davvero.”
La mattina seguente, Emerico trovò un biglietto: “Padre, ho capito. Non scriverò più. Ma vivrò poeticamente. Farò del mio silenzio un’opera.”
Nel cortile, Elia aveva scavato una buca. Vi era entrato nudo e immobile. Vi rimase sette giorni. Non mangiò. Non parlò.
Alla fine della settimana, nel buio di un’alba incipiente, un germoglio spuntò dalla terra. La sua forma era simile a una penna d’oca.
Emerico non sorrise, ma lasciò cadere una lacrima. Era in rima.



















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