top of page

Costruire su macerie: Riccardo Olivieri

  • 5 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min

 

 

Sappiamo che la Poesia è per definizione indefinibile, cioè non distinguibile per temi o stili. Tuttavia, la pratica quotidiana, che è sempre un confronto diretto con il Canone (concetto sfuggente e controverso ma inevitabile in qualunque discorso critico), è giocata sulla tensione tra l’esigenza di riconoscibilità di un testo come Poesia e l’indispensabile ricerca personale, cioè la necessità di trovare la propria voce all’interno di questo territorio difficilmente mappabile.

 

Quale è, secondo te, il punto di equilibrio fra queste diverse esigenze, che possiamo forse definire Tradizione e Innovazione?

 

Tutto ciò che descrivi in questa tua prima domanda è certamente vero, e agisce in me (le due "tensioni" canone vs ricerca personale), ma inconsapevolmente. Sono più di trent'anni che leggo, mi nutro di poesia del '900 italiana e anche straniera, in buona parte mi curo con la poesia, e lascio che la scrittura sia solo una conseguenza non voluta della lettura e della vita vissuta (che poi - a guardar bene - che differenza c'è?). E in tutto questo lungo e costantemente rivivificante viaggio non mi sono mai chiesto quanto/come le due forze che descrivi (tradizione e innovazione) si muovessero in me.  La risposta alla tua domanda, so che potrebbe sembrare strano, è “non so”.

 

Quale è, nella tua esperienza, il senso e la specificità del fare poesia oggi?

 

Fino a qualche anno fa ti avrei risposto che è semplicemente lasciar fare il suo lavoro alla poesia, in noi. Che – attenzione – ha un significato ben preciso. Perché si tratta di tenere costante il nostro sporgerci – da lettori – alla finestra degli altri autori, e lasciare che quanto ci penetra si mescoli naturalmente alle cose della nostra vita di ogni giorno, al lavoro, al quotidiano anche più bieco (che poi non esiste, a guardar bene, un quotidiano bieco e una parte di vita più “nobile”, no…). Oggi ti dico che – per una causa chiara, pesantissima, storica – il cambio epocale che sta spingendo sulle nostre vite (il ritorno – più forte e più chiaro e più sfacciato – dell’“homo homini lupus” hobbesiano che - con la faccia di Primi Ministri e Presidenti dalle scelte guerrafondaie scellerate, supportati/a cavallo della rivoluzione tecnologica di oligarchi Big Tech, il loro miglior destriero – viene a minacciare tutte le nostre vite ed il lavoro di secoli, i meravigliosi e faticosissimi passi che abbiamo fatto verso la Democrazia e la pace), ecco oggi ti dico che – sempre lasciando fare alla poesia il suo lavoro in noi – la poesia ci sta venendo a chieder conto di cosa possiamo fare noi scriventi in tutto questo. Perciò – nel mio personalissimo caso – senza alcuna intenzione programmatica (precondizione irrinunciabile, dal mio punto di vista, nella scrittura della poesia) è arrivata in me con frequenza senza precedenti un’urgenza “Politica”, che – così tanto – non ho mai avuto.

 

In quale modo pensi che il tuo lavoro si inserisca in questo ambito, alla luce delle tue più recenti pubblicazioni?

 

È da sempre che vivo la doppiezza di una formazione (scientifica) e un lavoro (interviste a clienti di aziende per capirne le opinioni sui prodotti e servizi, test di significatività statistica, questionari, numeri,…) apparentemente lontanissimi dalla poesia, e la poesia. Forse anche per questo, conoscendo certe biografie (Sereni - penso ai sei anni in Pirelli -, Sinisgalli – ingegnere, che collaborò con Alfa Romeo, Giudici,…) mi sono successivamente ulteriormente avvicinato a quei poeti “doppi” (dei quali, certamente Sereni resta il mio riferimento primo, anche per il suo tipo di sguardo, sensibile e ossessivo, se sento così vicino). Il mio lavoro ha influito e influisce ogni giorno in quel che scrivo. Il caso più eclatante fu il titolo del libro del 2006 “Il risultato d’azienda” (Passigli), ma anche tante poesie, prima sulla realtà industriale di fine secolo, vicine al Sereni dello scalone della Mondadori in quel suo capolavoro che è “Posto di lavoro”, poi – ultimamente – sul nuovo Capitale Fin-Tech, quello che ha ammansito, comprato, assorbito il vecchio capitanato d’industria del ‘900, e oggi influenza o spesso è padrone – anche – dell’industria manifatturiera, appunto.

Il contesto in cui passi otto, spesso nove o più ore al giorno, non può non influenzare quel che sei. Naturalmente dipende tutto dalle tue lenti, dal paio di occhiali con cui vedi (o nono vedi) le cose intorno a te.

Vivere da oltre trent’anni nelle grandi aziende è stata ed è un’esperienza contemporaneamente molto bella e molto dura, talvolta mi ha messo a confronto con il nostro meglio e talvolta col nostro peggio, come esseri umani. Perciò quel vecchio titolo: il risultato (umano) d’azienda.

 

 

Puoi presentare un testo che ti pare rappresentativo della tua poetica e spiegare brevemente perché?

 

“Istruzioni” è il titolo che uso una seconda volta. Questa la seconda poesia che lo porta, tra pochi mesi inclusa in un libro che uscirà per Puntoacapo Editrice.

 

 

ISTRUZIONI

 

                    per Alberto, che cresce ed è fiore

 

 

In ogni tuo gesto

comportati come una repubblica gentile.

È nel sorriso

              la roccia più ferma, non temere.

Nel viaggio che farai contano i saluti,

ad ogni angolo, ogni bar

                  le mani strette che vedrai, e

gli occhi - soprattutto gli occhi - ti

                                          saranno guida.

Io per me ho già scelto un posto

                                       che non posso dire,

da cui saprò sempre vederti. Ma ora vai, fai

Rivoluzione - di tua repubblica gentile.

 

 

Perché scelgo questa poesia? Perché, insieme al mio “Lupo” (“il lupo è un animale fedele,/ capace di guaire notti intatte e inascoltate, / ma convinta), è la più vicina alla mia essenza, a quel che – di me – vorrei lasciare a mio figlio.

 

 

 

Commenti


Post in evidenza

Post recenti

Seguici

  • Facebook Basic Square
  • Twitter Basic Square
  • Google+ Basic Square
bottom of page