Poesia e comunicazione: quando il dove e il chi donano responsabilità alla parola - Zairo Ferrante
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Ogni discorso sulla parola porta con sé una responsabilità che non è solo teorica.Dire qualcosa sulla poesia significa sempre scegliere un luogo, un tempo e una postura da cui quel dire prende forma.
Questo è il pensiero che mi è balzato in testa leggendo il “Punto 2025 – officina di poetica” (Puntoacapo Ed.).
È stato, per me, un esercizio assai stimolante.
Va detto da subito che la considero un’opera necessaria per il panorama poetico italiano attuale.
Una raccolta di saggi critici sulla e intorno alla poesia è proprio quello che serve per recuperare un po’ la bussola e tentare di mettere ordine in un ambito, quello poetico, che forse non è stato mai così prolifico di tante e buone produzioni ma, al tempo stesso, non è mai stato – come definito da numerose voci critiche – così frammentato ed esploso.
Tra i saggi, tutti di altissimo valore, in questa mia breve analisi vorrei soffermarmi su quello a firma di Alessandra Corbetta.
In questo senso, le riflessioni in “La parola tra poesia e comunicazione” (pp. 47–53, Punto 2025), sul linguaggio e sulla crisi dei processi comunicativi, colgono con grande lucidità una questione centrale del nostro tempo.
Teoricamente la sua analisi (di cui riporto alcuni estratti di seguito) è lucida, precisa e impeccabile.
“Abitiamo l’epoca per eccellenza dell’immagine, statica e in movimento. Aggiorniamo costantemente i nostri profili social con fotografie o video, ai quali viene richiesto di essere sempre più brevi e sempre più accattivanti. E questa domanda di sovrapproduzione visuale tocca indistintamente privati e aziende.
Eppure, nonostante la supremazia dell’apparato iconico, il dibattito contemporaneo continua a evidenziare una problematicità legata all’uso della parola, ricontestualizzando il discorso all’interno dei processi verbali, nei quali si nota una situazione paradossale dove proprio la parola si muove tra i due stadi antipodici di assenza e abuso. Da una parte, infatti, il legame tra significante e significato, secondo la definizione data da Ferdinand de Saussure, si è fatto sempre più labile, rendendo il lemma un involucro vuoto; dall’altra, l’overload costante di informazioni, più o meno rilevanti, a cui siamo costantemente sottoposti, impedisce un corretto filtraggio, discernimento, comprensione e rielaborazione delle stesse, in termini di tempo e quantità (troppi dati verbali in tempi velocissimi). […]
Capire la potenza e l’importanza della parola significa mettersi in relazione al mondo circostante, personale e professionale, e imparare a creare comunicazioni migliori e più efficaci per noi e per gli altri. […]
Nella nostra società occidentale, permeata di capitalismo e costituita da individualismi sempre più consolidati, la comunicazione (dal latino “communico”, metto in relazione, rendo partecipe, costituito da “cum”, con, e “munire”, legare insieme, costruire) costituisce uno dei problemi che con più urgenza dovrebbero essere affrontati, dal momento che il suo progressivo impoverimento, il crescente distacco rispetto al reale e il suo uso a scopi spesso tendenziosi e manipolatori sono sintomi di un tempo che sta tornando a fare della parola uno strumento di assoggettamento e indottrinamento, con conseguente affievolimento del pensiero critico. […]
Con la sua complessità, l’arte poetica rimanda anche all’importanza di un tempo lento, quello di chi scrive e di chi legge, un tempo nel quale la nostra mente e la nostra emotività sono ancora capaci di fare da schermo agli stimoli esterni e di costruire nuovi paradigmi interpretativi, sempre suscettibili di modifica. La poesia offre e crea un modo altro di guardare il mondo e nuove parole per chiamarlo. […]
Esiste, dunque, un modo per mettere in dialogo comunicazione e poesia, date per assodate le differenze esistenti tra l’una e l’altra, cosicché entrambe possano trarne un miglioramento e insieme contribuire a un uso della parola che vada nella direzione del confronto, dell’inclusione, dell’aggancio al reale, della pienezza e dell’umanità? […]
D’altro canto, la comunicazione e gli innumerevoli strumenti di cui si avvale possono consentire una diffusione rapida degli insegnamenti della poesia a pubblici più ampi e diversificati e metterle a disposizione un terreno fertile in cui attingere nuovi termini e dove testare costantemente lo stato di vitalità della lingua. […]
A partire allora dai punti di congiunzione – pensiamo anche a quanto il fenomeno dell’Instapoetry attinga al tessuto poetico – e mettendo a frutto le loro complementarità, poesia e comunicazione devono impegnarsi a ricolonizzare la lingua, a renderla di nuovo uno strumento capace di riconoscere ed evitare le minacce, chiamare le barbarie con il proprio nome, colmare i vuoti esistenziali con progetti e significati e non prodotti e servizi, a ricostituire un pensiero critico che ci tolga dalla condizione di gregge nella quale sempre di più ci stanno trasformando, con il nostro tacito assenso. […]”
Quanto esaminato da Corbetta, come riportato in altri miei scritti e seguendo una logica meschonnichiana di un discorso che deve necessariamente costruirsi nel reale e saperlo abitare, mi trova concettualmente in profonda assonanza.
Tuttavia, tale riflessione si porta necessariamente dietro altri snodi fondamentali che mi piacerebbe condividere con voi.
Una diagnosi – anche in medicina – può essere impeccabile, e tuttavia non produrre alcun effetto, non curare.
Accade quando resta confinata in luoghi che non prevedono rischio, attrito, perdita di protezione; ad esempio se posta in un bar tra non addetti ai lavori o – addirittura – quando posta durante un convegno medico, in presenza di addetti ai lavori ma lontano dai pazienti e dai luoghi di cura.
Ecco che il primo snodo è il luogo. Se il discorso sulla crisi del linguaggio resta nei circuiti autoreferenziali, non accetta voci spurie, imperfette, “non poetiche”, non attraversa luoghi impuri, allora si autoassolve senza affrontare le radici del problema. Spostare il luogo del discorso dai “salotti” alla “piazza” dovrebbe essere il primo passo.
Alcune volte credo che anche i social, fatti di conoscenti e amici che tendono a condividere i nostri stessi interessi, siano troppo autoreferenziali per produrre qualsivoglia effetto nel reale.
Una poesia che parla di lentezza e profondità ma sceglie solo luoghi che garantiscono tempo, silenzio e consenso non oppone alcuna resistenza al presente: lo evita. E una parola che incontra soltanto lettori già disposti ad ascoltarla non educa lo sguardo, lo seleziona.
In entrambi i casi, il rischio non è la semplificazione del linguaggio, ma la sua immunizzazione – addirittura inefficacia.
Il secondo snodo fondamentale deve necessariamente considerare la differenza tra critica poetica e fare poesia.
Spesso noto che le due cose tendono a sovrapporsi, generando un cortocircuito non di poco conto. La critica può permettersi di essere alta, lucida e complessa (anzi, deve esserlo), ma non per questo deve decidere come debba costruirsi e svilupparsi il fare poetico che invece, per definizione, può permettersi il rischio, l’esposizione e la perdita di protezione.
Infine, il terzo e ultimo snodo, che poi scaturisce da entrambi i precedenti, è che la critica deve assumersi a sua volta il rischio di accettare anche ciò che non piace e che reputa “non poesia”.
Instagram poetry, spoken, testi ibridi, forme “brutte”, imperfette, non liriche: non sono automaticamente buona poesia, ma escluderle a priori significa rinunciare a capire il presente.
Accettare la semplicità di certi linguaggi, figli maggiori del nostro tempo che non ritornerà più indietro, e considerarli come poesia non significa necessariamente accettare la banalità, abbassare un’asticella o avallare un marketing poetico ma, oggi, equivale a comprendere una forma – anche curiosa e stimolante – di non-separazione tra il linguaggio in essere e la realtà.
Perché, in fondo, se qualcuno comunica meglio con più persone usando un linguaggio diverso dal mio, quel linguaggio va almeno interrogato, non rimosso.
Non è la poesia a dover inseguire il presente. È il presente che va attraversato, anche quando questo comporta la perdita del riconoscimento di ciò che continuiamo a chiamare poesia. In poesia non vince chi ha ragione, ma chi resta nel mondo abbastanza a lungo da produrre senso.
Zairo Ferrante (Salerno, 1983) è medico radiologo e Direttore della Radiologia Interventistica di Ferrara. Parallelamente all’attività scientifica sviluppa un percorso poetico e critico che nel 2009 lo conduce alla fondazione del DinAnimismo, proposta teorica volta a interrogare il rapporto tra linguaggio poetico, responsabilità etica e realtà storica.
La sua scrittura ricerca un’essenzialità capace di confrontarsi con le trasformazioni tecnologiche e culturali del presente. Ha pubblicato, tra gli altri, D’amore, di sogni e di altre follie (2009), I bisbigli di un’anima muta (2011), Come polvere di cassetti (2015), Itaca, Penelope e i maiali (2019), Lockarmi e curarmi con te (2022), 2083 – Intelligenze artificiali tra anime in stand-by (2023) e Io che amo, raccontato da ChatGPT (2025).
I suoi testi, apparsi su riviste e piattaforme italiane e internazionali, riflettono sulle forme di resistenza del linguaggio poetico nei confronti dell’automatismo e della semplificazione contemporanea.



























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