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Un racconto, un ricordo: Rinaldo Caddeo

  • almanacco
  • 2 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

L’INCENDIO

 

 

Ieri l’ho visto, dalla finestra, arrivare nella strada dove abito.

L’ho visto sgusciare dal buio della terra, prendere in mano una mano dalle dita ossute e magre e strizzarla e poi un’altra, tozza e grassa e poi un’altra né magra né tozza né grassa e poi un’altra ancora. L’ho visto entrare dalla bocca scendere nel collo.

È vero, non si vede, ma si riconosce la sua presenza dalla reazione.

Alcuni si guardano le dita o le alzano come candele accese.

Altri si toccano le guance, si tirano le orecchie, si grattano la gola, si prendono per il naso. Alcuni impallidiscono, altri diventano rossi. Altri sputano, tossiscono.

Altri, lo sguardo fisso, davanti, proseguono per la loro strada. Altri si voltano dall’altra parte, guardano altrove.

Altri attraversano di corsa. Altri, invece, si sono schiacciati contro i muri o si sono accucciati o si sono sdraiati, divincolandosi sull’asfalto, o si sono infilati nei portoni.

Chi a braccia levate, urlando, gli occhi sbarrati, chi muto, a testa bassa.

Chi con le dita tra i capelli o in bocca o nelle scarpe.

Chi con le mani in tasca, sperando di spegnerlo tra i propri vestiti, tra le proprie cosce, tra i propri talloni, ma è peggio.

Altri, invece, sono rimasti impalati, con gli occhi chiusi a sentirsi bruciare come fiaccole vuote.

 

Era lui, non c’è dubbio. Un incendio senza fiamma, che prende forma senza un motivo, scoppia senza un innesco o un carburante. L’unica è starne alla larga, dietro i muri di casa.

Parte dalle dita delle mani. Poi si trasmette a tutto il corpo. Poi se ne va da quel corpo, passa a un altro. Attacca anche simultaneamente più corpi, altri li risparmia, senza una ragione, in un raggio di 20-50 metri.

Arriva e svanisce ma non si spegne. Si sposta di città in città, di quartiere in quartiere, di paese in paese.

Le cose, invece, tutte le cose, rimangono intatte.

Da dove viene? Che cosa è?

A chi ne cade preda nulla viene risparmiato. Persino i ricordi. Non resta nulla, tranne paura e dolore.

 







Non c’è niente di innocuo o di ras sicurante in questi racconti brevi, fulminei e fulminanti, di Rinaldo Caddeo. Con la sua scrittura di sorprese e di agguati, di enigmi e di incubi, ma al tempo stesso lieve e rapida, in linea con le Lezioni americane di Italo Calvino, egli ci consegna una narrazione che disorienta, mina ogni previsione, allarma, apre precipizi, capovolge le aspettative, si arresta in una sospensione enigmatica oltre la quale sembra profilarsi un inizio indicibile. Proprio il contrasto tra la leggerezza del come ed il turba mento provocato dal che cosa, nonché la brevità del racconto, creano in chi legge uno stato continuo di allerta, una tensione che non viene mai meno e che alimenta la curiosità e l’impulso a non interrompere la lettura, semmai a tornare indietro, a rileggere per cogliere meglio quelle causalità fantastiche che agiscono nei testi e li rendono sorprendenti. Per ché è chiaro che Caddeo si muove all’interno di uno spazio letterario, oggi così poco praticato in Italia, in cui il cosiddetto “fantastico” – coi suoi correlati, quali il paradosso, l’insolito, l’incubo, il perturbante – irrompe improvvisamente nell’esistenza dei personaggi per attestare la propria realtà dimenticata, il suo esserci, la sua presenza dentro di noi. (Dalla Postfazione di Mauro Germani) 

 

 

 

 

 

 

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