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Carlo Di Legge su "Compitu re vivi" di Sebastiano Aglieco

  • 17 mar
  • Tempo di lettura: 10 min

Aggiornamento: 18 mar


Sebastiano Aglieco, Compitu re vivi, Il Ponte del Sale, Rovigo, 2013
Sebastiano Aglieco, Compitu re vivi, Il Ponte del Sale, Rovigo, 2013


Sebastiano Aglieco, Compitu re vivi, Il Ponte del Sale, Rovigo, 2013

 


 

 

 

Alta è la stella sulle ceneri, verticale

                                Compitu re vivi, 73

 

Perdonate

Le parole non cambiano il mondo

… attendono la calma per apparire

agli occhi, attendono i Dormienti

il bacio che li sveglierà alla vita…

e perdonate se vi ho insegnato il perdono

anche quando l’amore era

un frutto marcio”.

                                  Compitu re vivi, 93

 

Perché te ne vai, maestro?

Non vuoi rimanere ancora qui?

Perché ho bisogno di capire il silenzio che

sarà in me, quando non sarò più l’attesa

di nessuno (…)

Quando scompaio dietro l’albero

dell’orizzonte, il vostro tempo ritorna ad

essere bambino e un piccolo re vi comanda.

                                Infanzia resa, 121 (d’ora in avanti: IR)

 

Appartengo, in questo tempo

a un oscuro destino:

essere allevato con pane sconsacrato

nel rito della privazione

                                 Dolore della casa, 80 (d’ora in avanti: DC)

                               

 

 

Leggo Compitu re vivi adesso, tredici anni dopo la sua pubblicazione (2013) – mi sembra di poter intendere questo libro come dirò non perché esso “sia così” ma per una mia chiave, certamente “inventata” ma incrociandone la lettura con passi o contenuti del più recente Infanzia resa (2018) e del precedente Dolore della casa, che è del 2006.

Il senso dei libri di Aglieco è l’incontrovertibile visione della vita, è l’esistenza come dominio del tragico: in poesia “non si può scherzare” né ridere (Intervista in IR, 129).

Si può in parte discordare con lui sulla funzione della poesia, ma non trovo un solo luogo, non è parola, in Compitu re vivi, e altrove nei versi, che venga meno alla consegna. Una poesia in verso libero, con rarissime e forse non volute rime sparse, alla fine o nel mezzo del verso.

Certo, nemmeno effetti intesi a muovere compassione.

Assumere la dimensione del tragico è compito impegnativo, di “misurata altezza”: “Resta alta nei fondali, madre” (Compitu re vivi, 74); “ogni cosa respira attenta nella sua resa./ Custodisci tutte le cose/abitale nel tempo dell’altezza/ misurata…” (21).

La domanda è: come, cosa fare? ”Ju, chi cos’a ggià fari?” (63).

Non una parola, nel libro, che non offra motivo di senso e di riflessione: in qualche modo, in versi, remoto dalla filosofia delle Università, l’impianto mi sembra carico, comunque “teoretico”.

Dunque si può leggere il libro “sotto” almeno due relazioni, che poi si legano tra di loro: la prima è il rapporto tra lingua, morte e tempo; la seconda è quella tra madre, padre e figlio. Per madre o padre s’intende, per senso comune, l’adulto, e per figlio il bambino, è evidente che i significati adulto/bambino vadano scambiandosi, nei diversi sensi dei verbi simbolici come crescere, maturare, ritornare (quest’ultimo in qualche modo simile a “rendere”).

Non una parola o un’espressione che non evidenzino, nella ricercata e dichiarata semplicità, la difficoltà del vivere: il fuoco che ha preso forza nel libro straordinario divampa anche prima e dopo di esso, attenuandosi ed estendendosi nella seconda navigazione della riflessione: “Andate, poeti/ dove cresce la gramigna da estirpare:/ parole che si vestono del lusso della/ rosa, che della scorza dell’infanzia/ non ricordano più niente (IR, 49), “non ho pazienza e non ho perdono/ sento che non bastano più la pazienza e/ il perdono… Io svergogno la parola che si veste,/ non li sopporto più, i poeti/ nella parola vestita, svelo il canto/ che non vuole rive  (ivi, 51).

Nella prima relazione che ho proposto entra il tema della morte, dunque il pensiero-avvertimento del tragico in esistenza. Si presenta in qualsiasi momento: per citare una sola occorrenza, “U suli… aspìtta na morti carùsa rintr’o lettu”, “Il sole… aspetta una giovane morte dentro il letto” (Compitu re vivi, 33). I temi della paura e del sangue, dello spaventoso e del guasto, vengono presentati in modo forte, per cominciare, nell’incipit “Vini e cuntu”, “Vene e racconto”: “A gghià statu na na cosa ca/ nun sugnu cchiù, l’àutri rintr’a mmìa/ m’a na schifiàtu”: “Sono stato in qualcosa che/ non sono più, qualcuno/ ha sporcato/la mia infanzia”. Il libro viene a lungo concepito (ma anche il precedente, Dolore della casa, fu pubblicato poco dopo il dolore di cui si dice, su cui si riflette) per via della perdita della madre, radice alla terra più o assai diversa che il padre: il legame alla terra è dunque compromesso nei giorni, senza rimedio, e non riesce più quel senso che pareva dato, il sentirci saldi, la terra manca sotto i piedi, serve cercare, di nuovo. Contribuiscono a questo sentire, in progresso d’anni, i vuoti che avvertiamo farsi sempre più frequenti nel tessuto delle persone che ci hanno accompagnato, e che, almeno in qualità, per l’essere quelle e non altre, non possono certo venir rimpiazzate.

Il tempo lo abbiamo chiamato e inteso, in tutte le lingue, in modi e in sensi molti diversi, anche sorprendenti. Lo connettiamo alla nascita e alla morte quindi, al venire al mondo e alla storia, ma se c’è una storia è perché ci sono le lingue: non c’è un solo motivo delle lingue perché forse ce ne furono tanti, ma i popoli che hanno storia hanno lingua.

Nascere ed entrare in tal modo nella storia è anche trovarsi nella dimensione del sacro e del sacrificio, pertanto l’atmosfera del libro oltyre che “tragica” è “sacrale” (M. Casagrande, Prefazione, 7): in qualche modo, nomen/omen – si legga “Mmastiànu”, ovvero il testo dedicato al San Sebastiano venerato nel siracusano, protettore dalla peste, “patrùni/ri tutti li pesti” (51). Ma sacrificio è scrivere sul serio, nell’alta misura del compito di chi è vivo: “L’anima mi guarda…Custodisci tutte le cose/…abitale…/… il  petto scoperchiato come/un’offerta…” (21);  “… aprimi, se vuoi… e guardami/tutto è nel petto” (83). Figure del sacrificio: innumerevoli nella storia e in poesia, da Euripide a Heaney, ma in generale, almeno oggi, ci sembra che sacrificio non consiste nell’offrire un tributo a una divinità più o meno sanguinaria per propiziarcela. Piuttosto, dal momento che siamo vivi, è nel nostro destino necessario: “rinuncio a qualsiasi salvezza/a qualsiasi perdizione” (DC, 43). Sta nel dover lasciare, nell’abbandonare, nell’accettazione del dover essere lasciati e in diverso modo abbandonati. La poesia, la lingua, non possono certo rimediare in modo radicale, nel senso che evitino il sacrificio ma pregano “alla Splendente”: forma femminile, ancora, della divinità, come Iside, come Maria-Miriam –  pregano che possa “la resa/ cadere nel mondo, nel rischio dell’offesa/ o del perdono… nel respiro della belva che abita il mondo” (Compitu re vivi, 113), “stu cani arragghiàtu”, (il mondo), “incarognito senza pietà” (63), ”che poi è quella stessa eterna bestia appesa in alto nella stanza dell’infanzia a Floridia: “… forma ‘ntica/…na bestia raggiata rispiràva/supra u cantùni a mmànca ra muàrra” (“… una forma antica/… una bestia feroce respirava/ sopra l’angolo a sinistra dell’armadio”, 26): un fatto, congenere all’essere  umano, non c’è bisogno di chiamare in causa la questione del male. “La poesia prende semplicemente atto che entrare nel mondo vuol dire essere portati all’altare regale della Storia. Essere condotti al sacrificio d’Isacco, che tuttavia il padre semitico/cristiano trasforma in obbedienza” (Intervista in IR, 129). Allora, se l’ingresso attraverso la nascita nel tempo e nella storia segna anche il trovarsi gettati nel tragico dell’abbandono, della perdita e della morte, quale funzione avrà la lingua? Solo questa: in qualche modo, prendere consapevolezza, prerogativa più alta dell’essere umano, di far parte di un destino collettivo, e scrivendo – in questo caso, scrivendo poesia – in figura, “risvegliare i dormienti”, come riportare in luce d’attenzione e di parola i morti, cosa che sembra riduttivo dire ufficio di pietas, da parte dei viventi. Si svela almeno un motivo del testo con-testo di due lingue, che di continuo si alternano, in cui il lettore è atteso alla prova fascinosa del dialetto siciliano di Siracusa, lingua madre dell’autore ma in generale della Sicilia sud–orientale:  di questa famiglia della lingua siciliana, comunque lingua romanza, sorella, che per l’autore è, almeno come opportunità d’uso (accompagnando “nobilmente” la lingua italiana, dice il prefatore) “… scoperta recente, necessaria in quanto si è innestata su una istanza etica della parola; non perdere profondità, non cadere in una pochezza di lingua e di orizzonte, rendere il proprio orizzonte più chiaro e consapevole. Col dialetto è come se la lingua avesse aperto le porte agli antenati…” (Intervista, in IR, 131)

L’uso della lingua-madre per come l’autore la rende è in qualche modo restituzione del passato, fare in modo che esso ri-viva. Ma così ci si trova anche nell’altra relazione, quella tra madre-padre-figlio, nel senso che il succedersi continuo, in Compitu re vivi, di parti in lingua italiana e parti in dialetto offre l’idea di una compresenza vivente delle lingue dell’adulto e del bambino, o dell’adulto/bambino (cioè della fanciullezza in Sicilia, dell’adulto nel Nord italiano), anche nella stessa persona. 

Qui ci si addentra nella maggior complicazione, tra la visione del padre che l’autore presenta, “silenzioso” almeno in figura (Compitu re vivi, 123), che riceve senso dalla figura materna (53), uomo da cui non si riceve ciò che ci si aspetta, a cui comunque sembra dedicata la sezione Jancu e russu (46: “Tutti, tutti/tranne me guardasti”; 47, “… e tu mancu mi viri”, “… e tu neanche mi vedi”). Un adulto padre “prepotente” (37), eppure colui “che uccidendoci, ci ama” (ivi), perché diversamente anche i prodigi dell’essere in vita e della parola non sarebbero; ma soprattutto, della madre – che è quella donna, tu, “quella della/foto seduta davanti casa, su un muretto” (DC, 14) e in lei tutte/i e di tutti: “l’idea di un mondo in te/l’origine di tutti, nella terra” (ivi, 22); si pensi alla sua importanza, in questo caso perché il libro è frutto del dolore per la scomparsa di lei che svela senso, che genera i versi (si veda in particolare la sezione Compitu re vivi, che dà titolo al libro), che ispira la sezione E me matri (Alle mie madri) dove tra l’altro la figura paterna viene perdonata . Ma la figura della madre è inoltre trasfigurata religiosamente, è “mater nostra, mater/dolorosa…” (DC, 12), titolando una sezione alla Marunnìna re làcrimi (Madonnina delle lacrime); invocando la “Signora dei viandanti” (Compitu re vivi, 66 sgg.) o titolando Madonna del Carmelo (73-4) o, comunque in tale re-ligio, nella evocazione del femminile ancestrale e benigno “… nubiana, che vieni dal sud” (92, cors. nel testo) o “Signora degli umiliati” alla quale chiedere “questo/compito”, del “… perdono tra/le nostre case, giustizia e fratelli” (109.

Ma come assolvere al compito? Nella maniera che ci è possibile: e dunque nel conservare in parola, così che siano redi-vivi la dormiente ma anche il sè stesso-figlio, che rammenta la vicenda cui si accenna all’inizio (ma riguarda anche il presente), dell’esser bambino spaventato da/con adulti in una terra con aspetti spaventosi – dove gli innocenti soccombono come ovunque tutti i viventi dal momento che sono nati, come gli alberi amici e compagni: “Perché muoiono i bambini? … Perché muoiono le bestie come i bambini? Perché moriamo in loro?” (111-12) – domande che non trovano risposta. Eppure adesso il compito è ri-prendere, non consentire che quel tempo svanisca ma salvarlo, e si propone recupero e convivenza delle due lingue, il siciliano e l’italiano, età fanciulla ed età adulta.

Se dunque l’autore, in quanto essere ragionevole e parlante, è parlante-scrivente, può farlo. Al contempo, se ha dovuto soffrire per la prepotenza adulta, anche questo è compitu re vivi: funge anche l’immedesimazione nel modo più maturo, sempre con misura, dell’ex/bambino con i bambini, per condurli in pazienza e perdono, nel modo meno traumatico possibile, come si dice, alla brutalità della storia, a un obbedire-essere consapevoli, all’altare dell’abbandono e del sacrificio. Così “infanzia resa”, prima che espressione eponima di un testo successivo nel tempo, è già un motivo portante qui in Compitu re vivi: il maestro che solo venendo accettato e in certo modo riconosciuto come coetaneo (perché in parte lo è, in parte lo diviene per sapiente artigianato) può insegnare, da adulto, che la vita è compito, è dover apprendere in “ordine” di “parola” (114) questo dono prezioso della vita ma anche lasciarlo –  lo dice al bambino, come forse lo apprende egli stesso: se, in genere, “I bambini che siamo stati ritornano nell’ora tarda” (DC, 70) ma, in Compitu re vivi,  nell’immagine del Binario 21, simbolo del dover andare, del partire, del viaggio –  offerta al bambino che invece prega di questo impossibile favore – che lo si lasci essere bambino, che lo si lasci alla pretesa d’un tempo immobile, che non diviene: come dicesse al maestro, è scritto, “Lascia la parola, guardaci/dicci che non cresceremo” (86). Difatti, è detto esplicitamente anni dopo, nell’intervista alla fine di IR, “resa” è parola plurivoca e simbolica, carica di sensi: “Sì, infanzia resa (restituita): chiudere i conti col bambino interiore. Ma anche infanzia arresa, arrendersi, non porsi più domande, ritornare al pensiero semplice dei bambini” (ivi, 128). Dunque l’infanzia vien “resa” nel senso che è in qualche modo “restituita” anche nell’adulto, di quell’adulto fattosi inerme, “…un maestro che mostra la gola” (Compitu re vivi, 105), insegnando non la prepotenza paterna ma un padre diverso, una immagine di padre con ruolo in parte materno, in parte coetaneo, nella pazienza e nel perdono perché tocca in tal modo prendere parte, schierarsi: “Credo a una piccola luce custodita nelle cose/alla litania degli umiliati/contro le porte della Storia” (ivi, 105). Questa è anche una “resa” nel senso che qualche tipo di utile vien fornito: un utile molto nobile ed elevato, si direbbe in chiave etica.

Alcune figure ho tralasciato. Segnalo l’importanza di quella del tempo; l’atteggiamento di fronte al potere e al dovere; quelle del mare e dell’acqua (una sezione in DC); quella della storia; il voler essere sé stessi e lo scoprirsi in altri, quel gioco speculare che non manca mai di sorprenderci. Inoltre, connessa al voler “rendere” l’infanzia, nel modo figurato della poesia come nella realtà d’esperienza di maestro elementare a cui pure Aglieco è rimasto fedele, avanza l’immagine simbolo dell’albero-fratello-compagno, di continuo, fino a intitolare una sezione di IR: Tutti i nomi degli alberi e una in DC, Dialogo col noce (49) in cui si trova “non posso non guardare agli alberi” (ivi, 30), e cenni sparsi ovunque, per quei momenti di “piccola tregua” in cui, in qualche modo ritrovato un senso all’assurdo, “Alberi frontali, sentinelle di un cielo/sereno hanno una giustizia per tutti./ Qui siamo al sicuro” (ivi, 93).

Certo, tutto questo non può in alcun modo sostituire la lettura, perché si scopra in ogni parola, in ogni verso, il nascondersi della sovrabbondanza, l’eccesso del senso che, preme.

 

Compitu re vivi è (con gli altri due libri qui citati) come una specie di monumento alla singolarità irriducibile della poesia: non si riconduce ad altra esperienza di poesia che io conosca se non per eco e risonanza molto lontana, parziale, come quando si legge “Chi scrive, oggi, deve trovare in se stesso il luogo più duro e doloroso per scrivere” (Intervista in IR, 129): ma qui i versi della poesia non ci svelano, piuttosto, un aspetto di noi stessi?

È perché infine si possa apprendere

 

… la lingua delle parole

mute, l’amore nel sonno, la distanza

della luce dal suo chiarore (Compitu re vivi, 121 – Corsivo nel testo)

 

La singolare poesia di Aglieco è insieme un aspetto della universalità della parola poetica: “Se scrivo di me, per me, è per tutti/perché non vi conosco, perché non/mi conoscete…” (DC, 65). Ogni uomo, per quanto singolare e diverso, può intenderla se non condividerla e vi si può in qualche misura riconoscere.

 

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