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Massimo Triolo su "La fragilità del verso" di Francesca Iseppi

  • almanacco
  • 5 ott
  • Tempo di lettura: 8 min

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Francesca Iseppi, La fragilità del verso, Le Mezzelane 2025

 



 

Poniamo a incunabolo di tutto una domanda: e se la fragilità non fosse una mancanza, ma un alfabeto nascosto che tutti portiamo dentro? Dice l’autrice di questa splendida silloge: “Viviamo in una società che invita prepotentemente a mostrarsi sempre solidi e interi, risolti e efficienti, capaci di reggere il peso delle aspettative senza incrinature. Eppure, proprio ciò che tentiamo di nascondere – la voce che trema, le lacrime improvvise, il passo esitante – è ciò che ci rende più veri, più capaci di toccare l’altro.”

Così, in questa poetica fresca e sorgiva, incauta e ribelle, la fragilità non è soltanto un limite: è una forma del comunicare. Non urla, non si impone: sussurra, suggerisce. Conduce chi ascolta a rallentare, a prestare attenzione. È un idioma sottile che non si impara sui libri, ma nell’incontro con l’imperfezione al centro dell’umana vicenda. Così, una voce segnata e scalfita racconta più di mille discorsi sicuri, tondi e certi di sé; una pausa d’indugio dice più della parola più ferma – e la poetessa sembra saperlo bene.

C’è una bellezza nelle crepe che non può essere ignorata. La filosofia giapponese del wabi-sabi lo insegna: l’imperfezione non è difetto, ma forma di splendore. Dice l’autrice: “Una crepa non è soltanto una frattura: è un varco, una soglia da cui penetra la luce. La fragilità è la possibilità di trasformarsi, di non rimanere imprigionati nella finzione della perfezione.” È per questo verso che essa non è più soltanto concetto, in questa poetica, ma stile di vita. Dopo un lungo percorso lastricato di cadute e risalite, Francesca Iseppi ha cessato di combatterla come un nemico. Ha fatto pace con se stessa. Ha imparato a dosare fragilità e durezza, come due forze che non si elidono ma si bilanciano. Ha scoperto infine che può essere forte senza smettere di tremare, che può essere dolce senza smettere di resistere.

Oggi la fragilità pare non spaventarla più: piuttosto la accompagna. È il metro che le ricorda chi è, la bussola che impedisce di smarrirsi. Non più ferita aperta, ma pelle nuova che respira, tessuto vivo che cauterizza il dolore più inciprignito.

Ma la vulnerabilità non vive solo nell’anima: addimora il corpo. È la stanchezza che ci ricorda di fermarci, la malattia che ci costringe a cambiare sguardo, il tremore che dichiara emozione. Accettare il corpo fragile non è capitolare, ma porsi in ascolto di esso. Il limite, spesso, è tutt’altro che nemico: è sapiente maestro che rammenta la nostra misura.

Fare pace con essa significa riconoscere di essere parte di un ordine più vasto della nostra singolarità. La poetessa sembra sentire di vivere in maggiore armonia con l’universo: non si oppone al flusso delle cose, piuttosto le accoglie. In altri termini la durezza protegge, la fragilità ci apre: insieme insegnano ad abitare il presente, a prendere posto nella vita senza mutilare parti di noi. Forse dovremmo iniziare a guardare ai nostri limiti e debolezze non come altrettanti difetti da rettificare, ma come a una grammatica segreta dell’essere. Nella poetica di Francesca Iseppi, infatti, ogni ferita è una sillaba, ogni esitazione un verbo, ogni silenzio una punteggiatura nuova. Imparare a leggere questo linguaggio significa diventare più umani. È questa è una poesia profondamente umana, vulnerabile ma tenace, desta al cambiamento e tale da rinnovarsi senza rinunciare a parti di sé che conducono per vie più impervie, certo, ma la cui meta vale il cammino. Così, accade in questi vividi e splendidi versi, che la vera forza non sia non cadere mai, ma saper parlare, con dolcezza e coraggio, la lingua delle proprie crepe.

Si legge nella silloge: “Cammino nella mia stessa pelle / come un pavimento sacro / che si sfalda a ogni passo.” È così che inizia il viaggio: la pelle non è più semplice confine ma terreno di culto, luogo in cui si celebra il quotidiano e al contempo si sgretolano le certezze. Camminare dentro se stessi significa riconoscere che ogni progressione lascia tracce e solchi, e che quei solchi, paradossalmente, sono ciò che ci segna come vivi. Non c’è retorica nella fragilità: c’è un suolo che si plasma sotto il peso dei movimenti, che insegna a misurare i passi con rispetto.

L’autrice scrive “come si respira sott’acqua tra i polmoni pieni di sogni e silenzi puntuti… Non per spiegare ma per lasciare un varco sottile in cui qualcuno possa entrare.”

La scrittura diventa allora gesto affiorante di una vita sommersa: non riveste il compito di dissolvere il mistero, non vuole giustificare alcunché. È un segno lasciato perché un altro lo trovi e vi scivoli dentro, per sentirsi meno solo nella propria profondità e latitudine esistenziale. I sogni affollano i polmoni, i silenzi affilano le parole – e la pagina diventa passaggio. Qui la vulnerabilità è generosità: significa aprire una ferita perché essa sia attraversata, riconosciuta, rispecchiata.

Scrive la Iseppi: “Essere, anche solo per un istante.” E l’essere non è sempre lontana meta: è un lampo, una densità che si concentra e si offre. Essere – anche quando effimero – è rivendicare il diritto alla propria presenza, senza condizioni, senza leggi scritte o sancite. In quel frammento, la fragilità si mostra nuda e potente: basta un attimo per cambiare l’asse e l’orbita del mondo personale.

“Tra le mani stringo il volo”, scrive l’autrice. La contraddizione si fa gesto trattenendo ciò che dovrebbe librarsi. Stringere il volo significherebbe, quindi, imparare a custodire con delicatezza la propria libertà, a non soggiogarla al bisogno di controllo. La labilità ancora una volta, insegna qui la misura: non è trattenere fino alla sofferenza, ma accogliere il movimento con dita morbide e delicate, pronte a lasciar andare quando necessario.

E ancora: “Non appartengo / come un albero sradicato / che ancora tende le sue dita al cielo / senza mai toccarlo.” Ma la radice mancante non è solo perdita: è condizione esistenziale. Non appartenere diventa uno stato in cui si è esposti e insieme vigili, in cui il desiderio di cielo resta vivo, anche se incolmabile. È una forma di bellezza inquieta, e, sul filo della metafora, continuare a tendere rami, come per abbracciare il cielo, è pratica di speranza, sebbene le radici possano soffrire o essere divelte. Essere esposti e fragili qui è coraggio silente di aprirsi al cielo pur sapendo che esso è impalpabile e inattingibile.

“Io fragile come la pelle dell’acqua / quando sfiora la luna – sono l’impercettibile forza del cedimento.” Questo è il cuore di una poetica icastica ed evocatrice di temi nodali nel definirsi dei territori di un’esistenza, della propria appartenenza, dell’addimorare la vita prendendovi posto senza violarla: quella che pulsa in noi come quella che anima tutto il circostante; la fragilità è sottilissima, quasi diafana, eppure agisce come una forza. Il cedimento non è rovina definitiva ma atto che produce nuovi equilibri: cedere a volte significa permettere al mondo di entrare, adattarsi, rinascere in altra forma. La pelle dell’acqua che sfiora la luna è immagine di una grazia minuta che scuote l’ordine, una potenza che si compie proprio nel lasciare andare.

“Se dovessi spiegare questo percorso a chi legge” – dice l’autrice, – “direi che imparare questa lingua significa tre cose: ascoltare senza giudizi definitivi o forzosi, parlare senza chiedere consenso, offrire senza utile immediato ma nella sacralità del dono. Significa trasformare le crepe in punti di accesso, trasformare il cedimento in pratica di attenzione. È una disciplina tenera che si esercita un passo alla volta, una frase dopo l’altra, un respiro dopo l’altro.”

L’autrice non vuole dare risposte definitive: porta solo la sua esperienza come segnale. E forse chi passerà per i varchi di questa espressione poetica troverà la propria parola, la propria misura. La poetessa aggiunge: “E se le mie frasi potranno essere per qualcuno un ponte, allora tutto il cammino – le scale che si disfano, i respiri sott’acqua, il volo stretto tra le mani – avrà avuto senso.” 

La verità è che ognuno di noi porta dentro le proprie fratture, anche se spesso le nasconde sotto il tabarro pesante delle abitudini. La lettura non offre soluzioni immediate: offre specchi. In quelle parole incrinate puoi riconoscere qualcosa di tuo, un dolore mai detto, una paura che non osa nominarsi, una delicatezza che continua a chiedere spazio.

Riconoscere la fragilità negli altri significa, così, concedersi il permesso di percepire la propria e entrare in risonanza con entrambe. Non per rimanere ostaggi del buio, ma per imparare a chiamarlo per nome e trasformarlo in varco. Qui ogni immagine, ogni verso è una fenditura: entrandovi, si scopre che la crepa non è solo ferita, ma possibilità.

Ed è proprio lì che accade il passaggio: nella capacità di scorgere, dopo il buio, un filo di chiarore. Un’esistenza esposta e ferita è il preludio della luce, in queste poesie vivide e gentili, generose e sofferte almeno quanto aperte alla vita nella sua pienezza. Essa è la preparazione silenziosa a un nuovo fiorire.

Alla fine, chi accoglie la propria precarietà si scopre come un giardino dopo la tempesta: le foglie piegate si rialzano, l’acqua riflette il cielo, e dal terreno stravolto sbocciano fiori inattesi. Accoglierla porta allo sbocciare di un fiore di luce. Non una luce abbacinante, ma una luce che scalda in modo lene e temperato, che accompagna, che ci ricorda, infine, che siamo vivi, desti e bisognosi, fragili ma carichi di desideri, feriti ma capaci ancora di speranza.

Francesca Iseppi è poetessa in costante crescita, e di stile espressivo e di prospettive tematiche, e lo dimostra qui con una prova di alta poesia.

 


 

Da La fragilità del verso

 

 

La soglia

 

 

Non c’è inizio,

ma una soglia

di diafana carne,

un margine che sussurra

prima di nascere.

Li si appoggia il pensiero

come pioggia che cade,

come bocca che dimentica il bacio

prima ancora del labbro.

Ho ingoiato il nome

quando era ancora linfa.

Ora mi siedo

nell’intercapedine

tra senso e respiro,

tra il quasi e il nulla.

Sono l’eco che si disfa

prima del suono,

la pupilla che sogna

la propria vista.

Qui

non si entra né si esce,

si diviene.

E in quel divenire

la soglia si fa voce:

non mia, non tua,

ma di ciò che accade

quando tutto tace.

La voce illumina:

rivela.

E nel rivelare,

dimentica d’essere luce.

Io non sono più.

E mai come ora

sono reale.

 

 

Luna nel petto

 

 

Mi è nata una luna nel petto.

Non l’ho chiamata.

È salita a morsi lenti,

spostando l’aria

dalle costole ai pensieri.

Ha inciso –

non per ferire,

ma per restare.

Ogni notte

scava un rituale:

la pelle si assottiglia,

il sangue tace,

la memoria punge

tra le vertebre.

Non brucia.

Muta.

Sposta le cartografie interne,

fa del corpo soglia che vacilla,

incerta se accogliere o trattenere.

Poi smetto di oppormi.

Non per scelta

ma perché anche la fuga

ha perso il proprio volto.

Lei resta.

Non consola.

Non chiede.

Ma c’è un ordine sottile

nel suo disordine,

una forma che affiora dalla frattura.

E forse è tutto qui:

non guarire,

ma custodire il chiarore

che trapela

dove il corpo si incrina.

 

 

 

Spirito di linfa

 

 

Dormo,

avvolta nel respiro chiaro

della terra sognante.

Le radici mi cantano in lingue

di pietra tenera e luce,

e il mio corpo

foglia tremante nel cuore del vento

si lascia cullare dalla quiete.

La pelle fiorisce

come una preghiera

che non ha bisogno di voce.

Cammino

in un grembo di foglie vive,

spogliata di pensieri,

vestita di chiarore umido.

Il mio passo è un'eco che germoglia

un sussurro d'acque

che risale il fiato degli alberi.

Il vento mi attraversa:

carezza e radice,

abbraccio che mi dissolve.

Mi sveste del nome,

mi intreccia al canto muto

delle foglie che ascoltano.

Sono spirito di linfa

che danza tra l’invisibile.

 

 

 

 

Francesca Iseppi vive e lavora nell’opitergino-mottense. Nel 2020 viene pubblicata Sensi, silloge poetica in cui le immagini evocative ricompongono nella mente del lettore il mondo sublime dell’amore vissuto, immaginato, perduto, muovendosi attraverso i cinque sensi.

Nel 2023 viene pubblicata la raccolta Il respiro del glicine (Le Mezzelane), la sua quarta esperienza editoriale rivolta alla ricerca dell’interiorità, seguita da La fragilità del verso (2025).

Collabora attivamente nel territorio con diverse associazioni culturali e progetti sociali. È corsista presso la scuola di PoesiaPresente a Monza nel percorso di poesiaterapia e presto diventerà facilitatrice in poesiaterapia.

 

 

 

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