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Massimo Triolo - inediti

  • almanacco
  • 18 set 2025
  • Tempo di lettura: 9 min

Aggiornamento: 21 set 2025







Senza titolo

 

Ho visto una grande luna dal viso tondo che sorrideva

L’ho vista in un rifugio di luce

L’ho vista bella e sorridente

Tu dicevi fosse sorniona, e dio solo sa

dove avessi pescato quella plausibile affermazione

Io rispondevo che era indifferente,

sia la luna, la sua espressione candida e butterata,

sia quello che si stava disegnando tra noi

Oh, ragazza, vivevo come un sonnambulo,

e dio solo sa dove avessi pescato quel comportamento

La fine giunse prima dell’inizio in un qualche strano modo,

ma ricordo il tuo collo che era come una fragola da mordere

Ricordo, ricordo, ricordo

O forse faccio confusione, perché pervaso di luce nel ricordo

Ogni giorno sacrifico un po’ di me,

le luci del porto sono lì che tremano nella notte

Il mio sguardo è vuoto e colmo di qualcosa che non so dire

Ragazza mia, viviamo per morire

con in mezzo contrattempi e gioie

Ragazza mia, viviamo per morire,

con in mezzo piccole e grandi storie

Finché un giorno non ti svegli e sembra tutto più chiaro e limpido

Un giorno in cui Bene e Male si rassomigliano

e danzano assieme su una tomba

Io conto sulle dita qualcosa di innominabile

E ne ho avuta prova

Ho braccia e mani segnate, cosa vuoi che ti dica?

Ho braccia per piangere e mani per smarrire qualcosa

Il giorno del risveglio fucina luce

e io sono solo disteso sul letto che quasi non ho coraggio di respirare

Andiamo dov’è lecito andare

Andiamo dove ci appare il giorno

Le mie parole non sono sagge abbastanza

Parole stendardi, parole rena di fiume, parole approssimazione

Parole dannate e salve, parole cristallo di rocca, parole suggello

Io ti ricordo e il ricordo affiochisce,

la verità è che ero un’edera tenace attorno ai tuoi fianchi di latte

col profumo dei tuoi fianchi di latte

Ho visto un cavaliere d’antica schiatta correre a cavallo

inseguiva un simbolo fatto carne e digiunava da lungo tempo

Arrivato in una radura volle riposare e si addormentò

Si addormentò su un letto di primule

E il vento soffiava e le foglie cantavano e il sole morì nel suo rosso

La notte lo colse sveglio, finalmente desto:

nessun cavallo, nessuno scopo, nessuna scia da inseguire

Solo una grande luna dal viso tondo che sorrideva

Allora non puoi piegare l’amore come un vestito

e metterlo semplicemente via

Lungo a una catena di soli e di lune ho inseguito anch’io un sogno

Finché il sogno non è divenuto carne

Finché la carne non ha abbandonato ogni mortalità

Siamo preghiera e bestemmia

Siamo quel che non resta e quel che resta

Una sentina di dubbi e arcani in viaggio verso la morte

con in mezzo contrattempi e gioie,

con in mezzo piccole e grandi storie.

 

  

 

Hoochie coochie man

 

Ho qui roba calda:

sono uno che dà ciò che promette.

Avvicinati ragazza,

ho sete di te.

L’alcool fa ribollire il sangue,

l’amore è una brace,

le stelle un monito,

un giardino ipnagogico di desideri.

Ho gettato la colpa alle spalle

e mi dimeno

nel mio vestito migliore.

Il tempo è un inganno e una promessa,

un treno in corsa verso la vertigine.

Credi di potermi venire incontro?

Ho già scordato il tuo nome,

ma vedo i tuoi fianchi danzare

ed ho odorato il tuo miele.

Non ci sono peccati

che non valgano di essere provati.

La coca lavora i miei nervi tesi

come lame di vergine di luce,

ho bisogno di altro whiskey

o il mio cuore

salirà troppo di giri.

È un gioco sottile

gestire questa roba fino a mattino,

non lo insegnano a scuola.

Credi che possa gettare il mio orologio

e prendere le tue mani?

Un giro in giostra vale il biglietto!

Sali e vedrai il cielo soffiare fuoco,

i Lumi del passato cantare

la via della luce,

i mantra salire fino al soffitto,

il loto ingoiato dai saggi,

un corvo dall’ala spezzata,

e i profeti della coscienza espansa

leccare francobolli.

Vedrai la luna cadere da una poesia di Poe,

il giorno infrangere la Legge,

caduti in guerra

danzare con gomiti e calcagna

cuciti a stelle indaco.

Sentirai le novene della sera

e i Rollin’ Stones,

la lussuria di De Sade,

e il marchio di Faust,

una Cantata di Bach

su scivoli di arcobaleno.

Io sono dove tu non sei mai stata,

capitano della mia poesia,

marcio e fresco come una mela lucente,

galvanizzato dalle luci

e non incline al perdono.

Programmaticamente aperto

al disegno di mondi infiniti

come il filosofo di Nola.

Ora, se hai un segreto,

non seppellirlo in giardino

ma conducilo all’apice del tuo desiderio

e infiamma la mia notte.

Ho visto schiere morire

e civiltà sorgere e cadere

come rugiade di fuoco sul fiore della storia.

Ho visto la pace in tempo di lotta,

e lotte santificare la pace,

ho visto diritti affogare nel fango

e le cifre dettare leggi.

Ho visto i potenti scagliare democrazia

dai pugni,

e donne che non sai

sancire la legge dell’amore

nel bel mezzo delle fanfare del disordine.

Il caos è la mia legge,

il mio cuore governa spazi aperti.

Ho qui roba calda,

che ne dici di percorrere le vie delle acacie,

che ne dici di tracciare conclusioni

là dove le premesse dettano solo assenza?

Sento la musica che mi percorre la schiena,

vado avanti con le mie stregonerie,

mentre tu non pensarci troppo su:

è un occasione per appendere il lampo

a un cielo di tempesta.

Ho guarito la mia anima,

un tempo era colma di dubbi oscuri,

ho bevuto alla fonte del pellegrino,

schiacciato fiori esotici tra pagine

di vecchia, affascinante poesia.

La mia anima è antica,

governo un fuoco di rovi

e ho tavole di una legge più antica

dei Profeti biblici,

una stele di diorite

che detta pene e vantaggi,

sono codici succinti

come amo essere l’amore.

Arcadie senza tempo,

tori della Colchide e denti di drago.

Ho qui una possessione estatica degna di un Dioniso,

e mentre la cetra deliziava patrizi crapulanti

il mio nome era già scolpito dal vento

fuori dai dettami della Pietas.

Sono più antico dell’amore.

Sono più fatto di uno psiconatua.

Ti avrò al prezzo del mio  cuore,

mi avrai al prezzo del tuo cuore.

I tuoi seni sono cedri di Libano,

il tuo rosso è corallo di vini,

la tua strada baciata da petali di fiori,

le tue braccia un canto bianco come le colombe,

i tuoi occhi fiamme liquide,

potresti ricordarmi il tuo nome?

 

  

 

Anima mia

 

Ciò che fu sabbia è ora riflesso, luce od ombra è lo stesso,

questa è la terribile grandezza

che ti estenua in una vita.

Hai contato vertebra a vertebra il dolore delle schiene,

pelle di tamburo su ossa quasi sbriciolate,

l’inverno nudo come l’orrore,

l’inverno che trafiggeva ogni stagione a venire.

E non era gelo di stagione ma asettica violenza,

un’infertile condanna che germina ancora oggi,

nei corpi,

nelle menti,

nei corpi, nelle menti,

sotto un velo sottile come un’idea,

appena sotto il velo

 

Eri bambina e pura, liliale e già sola,

ti ho visto sulla sabbia delle memorie,

come si ti avessi sempre veduta e conosciuta:

come un monito e una preghiera,

per non ripetere l’innominabile,

becco che porta a gocce il mare nell’incendio:

mio sole temperato, mia promessa che dire è troppo

e varcare salvezza,

e varcare salvezza

 

Ora ho bisogno di te più di ogni altra cosa creata.

Ed hai nozione del dolore:

era una capezzale malato

era una stagione senza stagioni

che rifletteva un olocausto in seno a vicende quotidiane

in seno alla famiglia,

in seno alle famiglie

 

Se il tempo raggela, se l’occhio si fa vetro,

se il tempo piega la schiena,

se le giunture si spezzano,

e un’onda fredda si diparte dal mare

e scende i gradini dell’anima,

io pure so che il tuo respiro non è vano

 

Ciò che fu sabbia è ora riflesso, luce od ombra è lo stesso,

questa è la grandezza della scelta

 

  

 

Guardatevi

 

Il riflesso è scavato nella pietra.

L’ora un annuncio.

Il tatto luce

e la luce un avvento.

Essere soli non è ancora abbastanza.

Bisogna avere il polso

di ciò che significa rinunciare

pur amando vita e verità.

Bisogna calpestare i vetri

a piedi nudati,

distinguere una voce persa

nel grande guasto dello schema generale.

Cogliere il grido della polvere,

addimorare pugni di sangue.

Ho varcato soglie

dai cardini matti,

raccolto propaggini divelte

con lacrime sorde.

I vostri vanti sono nodi scorsoi,

le mie urgenze un granello

nell’imbuto della privazione.

O canto esiziale,

piccola storia senza compromesso,

sparuta schiera di sentimenti

che fronteggiano penurie!

Il vento ha già punito

erbe e germogli,

il gelo è calato da argani di rovina,

la lama è fiorita,

i giorni sono stracci,

le nuove leve carne da mattanza.

Ingenito guasto ha rigoglio

dacché l’argilla fu forma,

latebre di ragioni

incoronano la luce d’Occidente.

Guardatevi dal canone dei vincenti,

guardatevi!

Strade ferrate ingiungono direzioni,

ferma e netta la mano,

semplice e liscia l’omissione,

mai unico e solo l’ingranaggio.

E la meccanica dell’evidenza?

Ha falci per ogni messe di sangue,

ha lune per ogni marea di Storia,

ma senza Dio e memoria.

Nell’apice dell’enigma

non meravigliatevi che le pagine

siano sabotate,

che sia impalpabile il concreto

e più consistente

ciò che fa danzare gli spettri.

Le tombe sono altrettanti nomi.

Il cielo ha tutto veduto.

Il mondo è fatto di case.

Ma non dimenticate che il buon vicinato

è la più triste delle menzogne.

Ogni confine fabbrica ossa,

ogni giorno sorge sul maltolto.

Logora elencazione,

ma non tutti i nuovi paramenti

vestono dignità e spessore:

più spesso una vanità assassina

e le sue cerimonie.

Sarto forbito ne è il demonio.

 

 

  

Il vecchio e la Sicilia

 

Lasciatemi il ricordo coniugato al presente.

 

Il tempo reca messi magre in queste stagioni dure

di terre ruvide.

Ogni cosa creata è strappata alla penuria,

costa sudore e lavoro senza tregua.

Il sole che propala vita,

qui è uno scoppio d’ira:

una condanna verticale.

Il tempo ingiunge di deflettere la speranza,

e convogliarla nella strozzatura della clessidra.

Un tempo malvagio, ancestrale, che aizza i violenti,

che spegne la speranza come una cappa un fuoco.

Non reca carezza a chi ne chiede,

non dà risposte ai figli dell’oracolo,

non schiude il seme che secondo capriccio.

Eppure i frutteti sono ricchi,

le aie sapienti,

i cortili hanno melograni e ginestre tenaci

e fichi d’india dolci come pomi.

E il mare bacia saline sconfinate,

sembra voglia aggrapparsi agli ulivi decani.

Terra carica d’ori bizantini e saraceni,

mosaici arabo-normanni

e cupole color del rame d’intemperia.

Grecia antica dello stivale,

trinacria di templi e teatri antichi,

orgia di Medine e culture avite,

in te balenano ancora echi d’Amor Cortese,

tra Roma e Provenza,

nel contadino che sgrana poesia solatia

e fonde in abbraccio amore e raccolto.

Culla di porti e pupi,

cantoni Liberty e barocchi,

terra violata e di rapina,

che cambia senza cambiare.

Ho visto pescatori rabberciare vecchie reti,

andare per mare con lampare

cariche di un peso che non dicono,

figlie di una misura destinale scolpita nel tempo.

Avevano volti di rocca,

mani grandi e una fede stanca di secoli.

Se la pesca era buona,

al mercato, con le prime luci dell’alba,

davano pesci come un filo a piombo di miseria,

e qualcosa tenevano per sé.

Ho visto figli ripetere i padri,

e padri restare zitti di una rabbia sorda

che non convocava ragioni o Dio.

La Provvidenza è un’ombra pallida e lebbrosa,

su uno scafo dimenticato.

In molti hanno migrato per miglior fortuna,

chi vi riesce dimentica presto,

le lumìe di Micuccio restano mute

a chi dimentica le origini.

E qui l’umana compagnia si stringe a sé,

generosa e ospitale,

ma si respira un lutto antico come un nero scialle.

Si sono visti tempi migliori, rispondono gli anziani,

e ti offrono un frutto.

La miseria chiama miseria,

ma qui v’è qualcosa più fertile di terre votate al grano,

un’umanità pervicace che sfida ogni sorte,

piana, dolente e silenziosa.

Qui la gente è operosa e di poche parole,

Qui il paesaggio è aspro e fisso come una visione eterna.

Qui non chiedete e vi sarà dato.

Qui così poco si è avuto e fatto bastare.

E’ solo un ricordo fedele a un mondo antico ormai dissolto,

ma lo porto nel cuore come una preghiera confidente,

un patto con ciò che non si lascia andare.

 

Lasciatemi il ricordo perché è più impellente del presente.





Massimo Triolo, nasce ad Arezzo nel 1977. Ha pubblicato le sillogi poetiche: Due chiacchiere con il diavolo, Zona (2005); In ritardo sulla scena, Akkuaria (2012); Acini di sangue, Ensemble (2017); Occhio e assenza, Raffaelli (2018); Trilogia dell’estasi, Transeuropa (2019); Le forme del visibile, Nulla Die (2020); Due ali di fiamma, Nulla Die (2021); Nero, Nulla Die (2021); Nella mente di un comune mortale (2021); Il sacrificio del miele, Raffaelli (2024). Nell’ambito della narrativa pubblica, sempre con Nulla Die, due romanzi: Innocenza e altre deviazioni (2020) e Luce della mia tenebra (2021); nonché una raccolta di racconti per Eretica, intitolata Raso rosso. Racconti e visioni (2021). Nel 2023 il  romanzo noir Le verità dissepolte. Uno scrittore a Green Valley, sempre per Eretica. Collabora alla rivista “Teatro contemporaneo e cinema”; con la rivista online “Pangea”, e saltuariamente con “Il Borghese”. Ha inoltre curato le traduzioni di tre sillogi del poeta romeno Stefan Mocanu. Sono comparsi sul quotidiano “Il manifesto” articoli a sua firma e recensioni di suoi libri. 



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