Costruire su macerie: Luca Pizzolitto
- almanacco
- 6 ott
- Tempo di lettura: 4 min

Sappiamo che la Poesia è per definizione indefinibile, cioè non distinguibile per temi o stili. Tuttavia, la pratica quotidiana, che è sempre un confronto diretto con il Canone (concetto sfuggente e controverso ma inevitabile in qualunque discorso critico), è giocata sulla tensione tra l’esigenza di riconoscibilità di un testo come Poesia e l’indispensabile ricerca personale, cioè la necessità di trovare la propria voce all’interno di questo territorio difficilmente mappabile.
Quale è, secondo te, il punto di equilibrio fra queste diverse esigenze, che possiamo forse definire Tradizione e Innovazione?
È una domanda difficile, come tutta la riflessione che ruota attorno a questa tematica. Personalmente sono cresciuto ed ho molto amato (e molto amo) la poesia del ‘900; sono sempre stato affascinato da quei poeti che hanno creato una certa rottura con il passato, “scendendo” in cerca di una profondità di senso, lavorando sulla potenza del significato, sull’essenzialità della parola (penso all’Ungaretti de Il porto sepolto). Ho sempre amato quei poeti che hanno fatto della «parola un qualcosa che salva il mondo dall’abbandono e ritesse il filo spezzato della vita» (per dirla con le parole di Ives Bonnefoy): Eugenio Montale, Margherita Guidacci, Delfina Provenzali, Giorgio Caproni, Francesco Scarabicchi, per spaziare tra nomi di autori italiani più o meno noti, più o meno recenti. La strada che loro hanno percorso è, per me, quel giusto (difficile) equilibrio tra tradizione e innovazione.
Quale è, nella tua esperienza, il senso e la specificità del fare poesia oggi?
Oggi tutti possono dirsi poeti, come tutti possono, ad esempio, autoproclamarsi fotografi: se riduciamo però, come sembra, l’essere poeti ad esternare ciò che si sente o si pensa e l’essere fotografi a fare qualche scatto applicando filtri qua e là, condividendo su qualche social in attesa di decine (centinaia, spesso, di like).
La poesia (l’arte in generale) non può ridursi ad una semplice compensazione psicologica della propria spesso scarsa autostima. Mi spiego meglio, per non essere inutilmente frainteso: può essere anche questo. L’arte ha senz’altro una funzione terapeutica, ne sono fermamente convinto: ma non può essere solo questo, non può essere ossessivamente questo.
Chi scrive poesia, prima di scriverla dovrebbe, secondo me, nutrirsi di poesia: leggere decine, centinaia di libri di poesia. Non basta il talento, non basta la folgorazione. Se non è coltivato, se non è accompagnato dallo studio, dalla dedizione, dalla disciplina, ogni capacità, per quanto straordinaria possa essere, si disperde: spazzata via come un mucchio di foglie secche al vento.
Un buon poeta è un ottimo lettore di poesia, in primis. È una persona attenta, capace di ascolto, di osservazione. È una persona che riesce a posticipare l’io rispetto al noi, lasciando spazio a ciò che vede intorno. Si lascia raggiungere dalle cose piuttosto che definire il circostante in base a come ha imparato (o gli è stato insegnato) a definire il mondo.L’arte (e la poesia) è, secondo me, un canale rappresentativo, interpretativo ma anche visionario, sempre civile (nel senso etimologico del termine): un modo preciso di stare al mondo.
In quale modo pensi che il tuo lavoro si inserisca in questo ambito, alla luce delle tue più recenti pubblicazioni?
Penso di condurre, da anni, un lavoro attento (a lungo rimasto in disparte e silenzioso) lettura e di studio, oltre che di scrittura: amo cercare le voci di poetesse e poeti che si sono smarrite nel vuoto della dimenticanza e, nel mio piccolo, cercare di riportarle in luce, far sì che possano essere viste, lette, conosciute.
Con Portosepolto, la collana che curo per l’editore peQuod, mi appassiona cercare quei contemporanei che non si incagliano in virtuosismi letterario/accademici ma ricercano, con attenzione e cura verso la parola, il significato, l’essenza delle cose; la misura di ciò che accade nella propria interiorità e nel circostante, cercando di rappresentarlo, di darne testimonianza e voce.
In ultimo, attraverso il mio percorso di scrittura, provo a lavorare sull’essenzialità e sulla profondità della parola; far sì che il mio dimorare nella poesia sia «un modo di stare al mondo», riportando le bellissime parole di Cettina Caliò, «il luogo del rifugio e dell’urlo mentre si vive la vita». E del canto, aggiungerei io. Il luogo del rifugio, dell’urlo e del canto.
Puoi presentare un testo che ti pare rappresentativo della tua poetica e spiegare brevemente perché?
Del fuoco conservi antica memoria,
la misura del passo prima della caduta
il ramo ritorto la spina del pruno
la veste gualcita del tempo
dalle lampare la luce scolora il buio
muore la grazia nell’afa di luglio
madre di ogni rimpianto,
salvezza dei corpi santissimi dei naufragati.
Questa è la poesia che apre la mia nuova raccolta, uscita a inizio settembre, Prima dell’estate e del tuono. Scegliere la prima poesia di una raccolta poetica è sempre, per me, estremamente difficile. Di solito ci arrivo alla fine, a libro terminato o quasi. In questi versi sono racchiusi i temi e le forme del mio fare poetico degli ultimi due anni: il procedere per immagini, a volte apparentemente separate tra loro (ma, in realtà, sempre legate, anche se in maniera non così immediata ed evidente), la ricerca di essenzialità nell’uso della parola e di musicalità e ritmicità nel verso, l’incontro con tematiche che caratterizzano il cammino che attraversa questo libro (il fuoco, la memoria, il buio, la grazia, il naufragio, la luce).
Luca Pizzolitto nasce a Torino il 12 febbraio 1980, città dove attualmente vive e lavora come educatore professionale. Da più di vent'anni si interessa ed occupa di poesia. Tra i suoi libri, figurano: Dove non sono mai stato (Campanotto), Il tempo fertile della solitudine (Campanotto), Tornando a casa (Puntoacapo). Con la casa editrice peQuod ha pubblicato, nella collana Rive: La ragione della polvere (2020), Crocevia dei cammini (2022), Getsemani (2023, prefazione di Roberto Deidier), Prima dell’estate e del tuono (2025, prefazione di Gianfranco Lauretano).
Nel 2023, è stato inserito all'interno dell'antologia Nord i poeti, vol. II, edita da Macabor.
Da fine 2021 dirige la collana di poesia Portosepolto, sempre per conto della casa editrice peQuod.
È ideatore e redattore del blog poetico “Bottega Portosepolto”.
Cura la rubrica Discreto sguardo per la rivista on line “Poesia del nostro tempo”, Nostos – ritorno alla parola per il blog L’Estroverso, Polaroid - istantanee di poesia per FaraPoesia.



























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