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Angela Suppo, Il filo torto, Prefazione di Daniela Bisagno, Postfazione di Alfredo Rienzi

È una raccolta forte, quella di Angela Suppo, che in qualche modo attrae fin dal titolo un po’ sibillino: Il filo torto. Ed è un libro illuminato da due splendide note che ne colgono i punti essenziali, rendendo ben difficile dire altro, dire oltre: ne sono autori Daniela Bisagno, esegeta sempre acuta e profonda, e Alfredo Rienzi, in una nota centrata sull’aspetto schiettamente poetico.

La raccolta è suddivisa in tre equilibrate sezioni, dal sapore molto diverso dal punto di vista tematico, e persino stilistico: Antropica, Via del Canto e l’eponima Il filo torto.

C’è un modo non tanto per fraintendere il senso di questa poesia, quanto di limitarne l’impatto e il valore: cioè assumere come asse centrale la prima sezione. Vero, questa dà il la, mostra uno stile caustico che è la nota dominante di Angela, con il wit brillante e le sue chiuse gnomiche, l’atteggiamento quasi distaccato di fronte a quelli che banalmente possiamo definire “i mali del mondo”, o almeno della modernità, ma che in realtà ne sono la cifra distintiva, come Angela sa bene; il libro, mi pare, è però altro.

Certo, ogni testo di Antropica si concentra su un particolare aspetto del nostro mondo, e cito alla rinfusa sapendo di banalizzare: la sparizione della Storia; le questioni di genere e il tetto di cristallo che, sfondato, renderebbe le donne uguali agli uomini (nel bene e nel male, si intenda); il pauperismo; l’esasperato consumismo; la dipendenza dai social; la corsa all’apparire; il crollo delle utopie; e altro ancora. Il tutto denunciato in maniera sobria, lucida e nei limiti del possibile ironica. Cioè, razionale.

Questo è un aspetto che la poesia ha da sempre: al di là di ogni mistica, il poeta sceglie cosa vedere, cosa dire e come dirlo, lottando con la propria intelligenza e la techné specifica della propria arte contro il buio e il mistero. I mostri dell’irragionevolezza. Il rischio è che l’urgenza del lanciare messaggi tenda ad annichilire le esigenze formali; il punto però non è costruire un verso che suoni (al proposito, nella raccolta ci sono endecasillabi di eccelsa fattura), bensì di conciliare la suddetta razionalità con quell’ineffabile idea di sensibilità che rende, appunto, la poesia un’Idra indefinibile.


Dico questo perché le successive due sezioni mi pare si ergano sulla prima, che ne costituisce lo sfondo antropologico: lo sfondo del quadro su cui, in primo piano campeggia l’Io – il che non rende per nulla questa poesia un’opera egotica e malata di quella sensiblerie minimalista tanto dannosa per il poeta. L’Io qui è il punto di vista sulla vita, che ovviamente comprende l’occhio che guarda.

Ecco allora, in Via del canto, apparire uno sfondo quasi inaspettatamente naturale, memoriale, che fa riferimento alla Liguria, ma in cui il simbolo fa la sua apparizione: la splendida poesia La cavalletta (p. 37) ne è un esempio, ma tutta la sezione fa affiorare le intermittenze del cuore, “i meccanismi inceppati dell’anima” (p. 36), qualche nota di perturbante che si insinua nell’Eden come “il geco, infido, in agguato” (p. 38) – pur se bilanciata dalla splendida macchina da guerra dei nasturzi, “audaci come una falange” (p. 39): i quali tuttavia sono rappresentati come un esercito...


Quando poi si arriva a Il filo torto, la terza sezione, sembra quasi naturale trovare una serena anche se a volte nostalgica riflessione sulla vita e sulla morte, nel solco sì della più pura tradizione lirica, ma depotenziata per così dire da una versificazione che ben poco concede al sentimentalismo. Certo, scartabellando negli annali del passato riappare “lo spillo / che, dimenticato, infido, / riapre una ferita” (p. 49) ed è inevitabile un bilancio della propria esistenza attraverso una riflessione sui temi ultimi del destino umano (si veda La Ricerca, p. 53). Anche il lessico, come è naturale, si piega a questi temi: assenza, silenzio, solitudine sono lemmi che fungono da spia sintagmatica all’interno del paradigma. E non mancano, con levità, accenni al proprio percorso, ai malanni piccoli e grandi dell’età; ma questo, ribadisco, va oltre il diarismo e concorre a una riflessione universale in cui risuonano versi della più alta riflessione classica: “Cosa resta di noi nelle strade: / un’eco che come polvere / si leva in ricordi” (p. 67).


Eco che diventa suggello di un libro originale e personale, ma inscritto con precisione all’interno della nostra miglior tradizione poetica.


Mauro Ferrari




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