Mauro Ferrari su Sabrina De Canio, Libera nos a malo, Basjeda, Banja Luka 2020


Renitente alla natura beffarda

del movimento nel tempo

come algida roccia

franata nel fiume

mi sogno tronco leggero (p. 37)


Ecco, questi versi di fiera opposizione alla “natura beffarda del movimento nel tempo”, lotta dell’umano contro la corruzione, già danno un’idea dell’atmosfera che si respira nel libro di Sabrina De Canio. Nel segno della contrapposizione dialettica tra pesantezza della roccia e leggerezza del tronco: corpo e anima – qualunque cosa si intenda per anima – che dialogano, combattono, trovano provvisori accordi, liberandoci dal male; che non mi pare il banale “male di vivere”, che spesso non è che un’etichetta dietro cui sta un malaise esistenziale vago e indefinibile (quando non una semplice posa letteraria), ma piuttosto una posizione filosofica compiuta e matura. Scelte esistenziali da difendere.

È un libro che non si fatica a definire una raccolta di liriche amorose, che dunque si inseriscono in una tradizione ricchissima e universale: lo slancio amoroso contrapposto all’ineluttabilità della morte, o in lotta con le banalità corrosive della vita, o ancora in lotta con se stesso, nel continuo processo di sistole e diastole che rimanda alle incertezze del sentimento umano. In Sabrina, in diverse gradazioni, abbiamo sì tutto questo, ma anche altro.


All’interno di questo genere ciò che distingue le sincere e personalissime notazioni sentimentali da quella elevazione espressiva che l’arte esige è la capacità di dare una forma espressiva adeguata; e qui ci si scontra con la soggettività del gusto, oltre che con l’oggettività quasi misurabile della competenza artistica. Intendo dire che le soluzioni formali ed espressive devono felicemente dare corpo a quello che Hjelmslev definisce la forma del contenuto, cioè a quanto viene detto. Che deve trovare la propria originalità, processo tanto più difficile quanto più ci si cala in una tradizione tanto pervasiva e persino rigidamente codificata come temi e come forme – si pensi a forme quali il sonetto, la rubai, l’haiku o il ghazal.

In sostanza, il poeta deve trovare una propria voce – e il verso libero non facilita per nulla questa ricerca – e un proprio territorio tematico, in cui il tema amoroso venga trattato. E qui ritengo che una buona dose del successo dipenda dalla capacità di far dialogare il tema squisitamente amoroso con quella che chiamerei una visione della vita e dell’esperienza umana. Che deve essere ampia e originale ma, al contempo, non idiosincratica, di modo che tutti possano calarsi nelle pagine e afferrare, comprendere, entrare in sintonia. In una formulazione neoclassicistica, molto meno banale di quello che sembra: “Ciò che spesso fu pensato ma mai detto così bene “(Alexander Pope, Essay on Criticism).


Questa lunga ma spero non inutile introduzione per dire che Sabrina mette fin dai primi versi in tensione i vari strati dell’esperienza. Lo slancio amoroso più puro:


Vieni,

vieni ad incontrarmi

sotto l’ala, in morbido seno.

Sotto la frasca

riposa il mio silenzio. (p. 5)


ti abbraccio un istante

ed è subito vento. (p. 19)


L’erlebnis, cioè il contrasto con la vita, gli ostacoli, le incertezze dell’anima:


nascondo

il mio nome

quando mi chiami

cerco

l’oscurità della tana (p. 25)


Agonia di intenti

questo nostro provarci ancora

col mare a forza dieci (p. 27)


Sullo sfondo poi si accampa discretamente, la morte, o meglio il flusso vitale:


Come perla

mi lascio inanellare

dal fragile filo dei baratti con il tempo

scorro

al ritmo delle mie sorelle fino al nodo

non mi oppongo

al corso che mi è dato (p. 11)


Ma questa vita ad ogni morso

è un pane che si sbriciola,

se l’appoggi un attimo

qualcuno che sparecchia

se lo porta via. (p. 7)


Nel giro dei giorni

come dischi di vinile

strisciamo

sotto la puntina. (p. 57)


Il tutto con un senso panico che viene posto sull’altro piatto della bilancia, a equilibrare una presenza che si avverte tra verso e verso:


mi srotolo

come un tappeto

sull’erba secca di agosto (p. 21)


Ma l’ampiezza tematica di questo libro, che va colta con attenzione, è resa chiara, tra non pochi, da un testo come Pregare non si può (p. 59): non si tratta di aggiungere qualche poesia “civile” come una vaga mano di pittura, ma di inquadrare il proprio tema, come si è visto riccamente armonizzato, su uno sfondo più ampio. E farlo senza retorica, in modo architettonicamente funzionale; oltretutto, non dando l’idea – cosa essenziale – dell’artificio. Cosa che la poesia, come tutta l’arte, include, certo. Ma dice bene Yeats: Magari un verso ci porta via delle ore, ma se non sembra un pensiero immediato, il nostro fare e disfare è stato inutile”.


Poi, un ultimo appunto: la cosa meno interessante, più banale, è il voler rintracciare nella sequenza dei testi, nella loro strutturazione così architettonica, una vicenda narrativa, o peggio fallacemente autobiografica, che con un’opera d’arte è operazione inutile e sciocca. Certo, possiamo intravedere controluce una parabola amorosa, i suoi alti e bassi, ma quanto può aggiungere al piacere estetico e intellettuale del lettore di poesia considerare un libro di poesia alla stregua della trama di una vicenda reale?



Sabrina De Canio, poetessa e performer, fa parte del Movimento del Realismo terminale fondato dal famoso poeta italiano Guido Oldani (con il quale collabora) ed è condirettrice generale, e direttrice dell’area internazionale, del Piccolo Museo della Poesia di Piacenza. In veste di poetessa e di direttrice del museo, è stata ospite d’onore in festival, manifestazioni e trasmissioni nazionali e internazionali; nel consesso internazionale, ha inoltre ricevuto primi premi assoluti e importanti riconoscimenti (nel 2019 ha ricevuto il Primo Premio assoluto del Festival internazionale di Poesia, La piuma di Zivodrag Zivkovic a Zenica in Bosnia; in tale Festival è risultata anche la miglior autrice italiana del 2019).

In qualità di performer e direttrice del Museo, ha curato la mostra Berlino – Presenze – Corporeità, Espressionismo – Realismo terminale; ha presentato un video di opere di artisti realisti terminali al Museo internazionale delle Culture Mudec (Milano); ha concorso a organizzare la Seconda edizione de La piuma sul baratro, a Palazzo Farnese (Piacenza); ha diretto l’edizione straordinaria de La piuma sul baratro al Teatro Barrios (Milano); ha promosso e organizzato le Performance, La marcia silenziosa dei Poeti che portano il loro museo in regalo (Firenze) e La Marcia non silenziosa dei poeti (Ravenna); sta dirigendo la catena poetica #ContagiamociDi Poesia (attraverso la Rete), a cui stanno partecipando, già oltre mille poeti di 35 paesi del mondo, in rappresentanza di tutti i continenti. Sul piano strettamente letterario, sono di recente pubblicazione Il Realismo terminale e le sfide del Terzo Millennio sulla Rivista di letteratura e ricerca La Terrazza, la poesia Come perla nella antologia Lunario dei desideri a cura di Vincenzo Guarracino. Ha curato la prefazione del saggio poetico filosofico di recente pubblicazione L’ulivo e il suo respiro – ricerca sulla [della] felicità, di Massimo Silvotti. E’ in corso di pubblicazione una raccolta poetica bilingue in edizione internazionale, una sua partecipazione all’antologia “La poesia nei giorni della paura” (Rayuela Edizioni) e ad una antologia internazionale di poesia contemporanea.

Le sue poesie, dal settembre 2019 ad oggi, sono state presentate in consessi internazionali come al Festival Internazionale di Poesia di Milano (16 maggio 2020) United World of Poetry ( aprile 2020) e appuntamenti settimanali di “Prozor u svijet” (La finestra dei poeti sul mondo), iniziativa internazionale di poesia e musica promossa dall’associazione scrittori croati. Alcune sue poesie sono state tradotte in polacco, serbo-croato, inglese, albanese, spagnolo, pubblicate e divulgate su diverse riviste letterarie, blog,Youtube.



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