Romano Morelli su Figure semplici di Anna Chiara Peduzzi

Quando si ha la fortuna di imbattersi in un bel libro di poesia non si può tacerne, si ha invece il dovere, l’obbligo morale di dirlo a tutti. È il caso del libro di Anna Chiara Peduzzi, “Figure semplici” (Anterem Edizioni, Verona, 2021).

Un libro breve ma importante, denso e teso, maturo, intelligente, uno di quei libri che dischiudono non solo un modo di vedere il mondo e le cose, ma anche tutto un mondo da scoprire, una realtà viva e complessa che trasforma la lettura in un’esperienza esistenziale.

Il lettore esce da “Figure semplici” come raramente si esce dalla lettura di un libro di poesia contemporanea: sorpreso, arricchito, turbato, pieno di domande, rassicurato sulla vitalità del linguaggio e deciso non solo a rileggere l’opera, ma anche a non farla passare senza parlarne.

Quello che immediatamente affascina e trascina in quest’opera - la sua bellezza - è la straordinaria, rara sapienza formale ed è questa sapienza che fonda la serietà e la profondità dell’impresa di Anna Chiara Peduzzi.

Sono poesie (tutte, dalla prima all’ultima) modellate da una grande capacità compositiva. Innanzitutto un sicuro senso del ritmo che scandisce, articola, organizza il testo, rendendo superfluo il ricorso alla punteggiatura. Poi il significativo e fittissimo uso di tutte le risorse sonore del linguaggio: allitterazioni, rime, assonanze che irrorano e amalgamano i versi innestandovi una nervatura musicale continua, senza strappi né sconnessioni. Infine, una grande maestria lessicale: la perfetta padronanza delle possibilità semantiche che vengono fatte interagire tra loro e che fanno apparire inattesi orizzonti; la sorprendente capacità di istituire accostamenti che spalancano insospettate finestre su una realtà imprevista, elusiva, sfuggente, ambigua; una raffinata esattezza lessicale che attinge al patrimonio di una evidentemente solida e lungamente frequentata coscienza linguistica.

Questa perizia produce indimenticabili momenti dove, come in ogni vera poesia, si fondono inestricabilmente, immagini, riflessioni, suggestioni e oggetti sonori come questi che propongo qui, non tanto, ovviamente, per una loro particolare unicità, quanto come esempi per invogliare alla scoperta dell’opera:


Non dette non esistono le cose

o esistono di meno

restano inoffensive ad aspettare

sgretolate dal dubbio che le erode

mezze realtà di incerto statuto

di malavoglia ogni tanto visitate

temendo che una notte bruscamente

come il cane che balza dalla cuccia

afferrino alla gola

infine necessarie e nominate


oppure:


Il dolore che s’inocula e perdura

come un rettile freddo sulla terra

pare immobile e invece mai s’arresta

lieve ronzio d’insetto sulla foglia

che ne succhia la linfa e la divora

è una bella lezione di modestia

stare in ascolto dell’infimo travaglio

e dire questa fabbrica segreta

sentire un alveare senza suoni

chissà dove precisamente si forma la tristezza

da quali impulsi nasce questo scritto


Qui siamo introdotti al posto di osservatore con vista su mondo, vita e tempo che Anna Chiara Peduzzi ha approntato per il lettore. Da questo luogo si accede alla realtà che la sua poesia rivela: l’interrogarsi della parola sull’intrico di un mondo che vive di segreta vita propria in una comunicazione incompiuta; l’agitarsi inafferrabile di un tempo inconoscibile se non nei risultati; il sottrarsi di una realtà aliena e parallela che oscuramente temiamo, perché la sentiamo portatrice misteriosa di paure, mortalmente pericolosa; il fervere nascosto di forze che operano ma che ci trascendono.

In “Figure semplici” è contenuta tutta una visione inquietante, complessa e dialettica, dell’essere umano nel mondo: nell’alternarsi, sovrapporsi, succedersi, reciproco annullarsi di slanci, impossibilità, indifferenze, distacchi presagiamo attorno a noi, solo confusamente e a momenti, un nascosto che non percepiamo se non per il suo negarsi; un lavorio segreto della natura e del tempo, di Altro che sta oltre, che indoviniamo solo nel suo incessante agire il cui fine ci sfugge; la tensione costante, reiterata, ineffettuale ma faticosa e vera, che accompagna l’essere umano irretito nel tempo e che vibra nella parola che si conosce inadeguata, che sa che


sta silente e non vista

in altro luogo la nutrice

che sazia questa fame.





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