Paolo Pera, Falsetto, nella "versione" di L.M. Marchetti


Le righe qui di seguito vorranno confrontare l’eterna poesia montaliana Falsetto con l’interpretazione che volontariamente o no sorge nell’opera Suite delle tenebre e del mare (puntoacapo Editrice, 2016)

di Loris Maria Marchetti (che, seppur nei propri schemi, può essere certamente inteso come un continuatore del poeta ligure).

In Marchetti abbiamo un primo accenno di quello che andrò dicendo là dove propone un suo antico dubbio: «“…noi, della razza / di chi rimane a terra”. / Ma l’autore sublime / di Ossi di seppia / non sapeva nuotare?», come considerare tutto ciò? Letteralmente? Per quanto possa sembrare incredibile, che Montale non sapesse nuotare è notorio; questo ci dovrebbe dunque far pensare che l’annotazione di Marchetti nasconda ben altro. Anzitutto, perché Montale non si tuffa al pari di Esterina? Quel «divino amico» che l’afferra, ricordiamo, non promette solo freschezza e svago ma pure di peggio (un peggio assai “normale”), l’invecchiamento: «Sommersa ti vedremo / nella fumea che il vento / lacera o addensa, violento. / Poi dal fiotto di cenere uscirai / adusta più che mai». Ma non solo, questo dove porterà? «Salgono i venti autunni, / t’avviluppano andate primavere; / ecco per te rintocca / un presagio nell’elisie sfere». A parte il probabile affogamento, Montale evita il divino mare per non vivere, e soprattutto per non morire, quasi esso fosse un’immensa fonte maledetta… Il poeta sceglie l’immobilità quale irrazionale finzione d’eterno, e ancora: evita quel mare (che è la vita, che è la totalità delle cose) per impossibilità caratteriale, il suo divertito stoicismo mai gli permetterebbe d’immergersi nel divenire, in quell’eventualità dell’Essere così insicura e vera. Fin qui nulla di nuovo, ma dov’è che Marchetti rompe col suo maestro ideale? Dov’è che formula la sua “versione”? Certamente nell’ultima sezione della sua già menzionata opera più matura, che – quale finale della Suite – diviene pure un omaggio a Talete: l’acqua come inizio e fine dell’esistenza dell’uomo, dall’utero al mare insomma. Dice Marchetti: «[…] è pur sempre / il tuo mare / che con musica d’onde e di correnti / sciaborda ai tuoi piedi / ti culla nel sonno / ti desta più lieve al mattino… / ti seduce a pensarlo divino». In questa sezione il poeta torinese raccoglie non pochi esempi delle sue passate estati in spiaggia, di poesia in poesia si percepisce la maturazione che quelle sabbie in lui osservavano, fino all’immersione in quel Tutto («figura di Infinito immaginario») che vide l’animo di Montale tremulo al punto da “rimanere a terra” e che vide altresì un Marchetti tanto coraggioso (al pari di Esterina!) da immergersi[1] o tuffarsi uscendone volta per volta sempre più anziano e infine pronto ai Campi Elisi[2]. Pregiamo allora che possano essere per questo «[…] concerto ineffabile / di sonagliere»[3].


Paolo Pera


[1] Immersione che poi non deve essere scelta né troppo razionalizzata, digià che nel mare siamo inevitabilmente gettati, che il mare è la vita che viviamo, che nel mare siamo: «[…] è pur sempre / il tuo mare». [2]«Gli ha predetto l’oracolo / l’ospitalità nei Campi Elisi / al compimento dei novantatré». Da Le incognite dell’anima (puntoacapo Editrice, 2020). [3] Nuovamente da Falsetto: «Un suono non ti renda / qual d’incrinata brocca /percossa!; io prego sia / per te concerto ineffabile / di sonagliere».






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