Osvaldo Semino, L'ultimo racconto



Gli mancava un racconto. Uno solo, l’ultimo per concludere il progetto che aveva immaginato e previsto. Poi avrebbe trasmesso tutto all’Editore. Arrivato all’età nel quale le persone cominciano a guardarsi indietro, a fare un bilancio, aveva capito che scrivere era il suo spazio per la serenità.

Ora, però, lo schermo bianco del computer acceso e la tastiera stavano aspettando, ma lui non scriveva.

La scrittura era stato il suo rifugio. Il luogo della mente che si era salvato dalla routine, dal conformismo. Deve essere proprio vero. Qualcuno scrive arrivato all’età della pensione, ma ci pensa da tutta una vita. Deve essere un appuntamento che inconsapevolmente una persona si dà, che si regala alla fine di un’esistenza. Sì, scrivere era necessario. Chissà quante sedute di analisi fa risparmiare a chi scrive... La scrittura riempie la vita. Ti toglie a volte dalla solitudine. Ma niente!

Allora provò ad ascoltare un po’ di musica. Succedeva, a volte, che quando la materia gli era più ostile e non trovava, o trovava solo parole opache per scrivere, la musica lo aiutava.

Guardò fuori. Osservò la nebbia che rendeva un ricordo lontano il sole che aveva attraversato la mattina. Senza guardare, aveva preso la Nona Sinfonia diretta da un espressivo Von Karajan, il quale lo avrebbe tolto all’iniziale torpore e invitato a scrivere; poi, quando sarebbe arrivato quell’adagio e molto cantabile, lui sarebbe certamente stato immerso nel racconto. Poi, L’ascolto di Mozart, quasi in sottofondo, sarebbe stato il segno che il lavoro procedeva continuo, senza interruzioni.

Ma tutto era fermo, immobile.

Eppure era come le altre volte alla sua scrivania, vicino alla libreria, in quella parte disordinata vicino alla scaffalatura dove teneva le sue scartoffie, cartelle con ritagli di giornali e riviste, fogli con idee che si affrettava ad appuntare non appena gli venivano in mente e che teneva da parte come spunti di scrittura. Un orto tutto suo, un quadrato privato delimitato da seriosi volumi di storia. La cameretta era ormai diventato il suo studio, dopo che la figlia era convolata a giuste nozze lasciandolo solo in quella casa troppo grande. Pensava che uno, per scrivere, doveva avere delle idee e, ovviamente, anche se poi tanto ovvio non è, saper scrivere. E poi rileggere, tagliare, lavorare a lungo sul testo, affaticarsi, sudare e avere amore per la letteratura. Avere letto tanto. Questa è la scuola migliore. Perché le persone che non si accontentano, che alla vita chiedono di non ottunderle del tutto sono forse le migliori.

Ora si era stancato di non potere o volere essere concentrato. Libertà assoluta, se l’argomento era la libertà di scrivere cose senza senso come i sogni, che senso spesso non hanno, oppure forse ce l’hanno in qualche posto recondito della nostra anima e della nostra psiche.

Niente! Allora si era fatto una promessa: avrebbe scritto sono ed esclusivamente nel momento e nel periodo in cui sentiva ispirazione. Basta fare l’impiegato della letteratura, con i tempi programmati per scrivere, mangiare, riposare. Se le idee erano di notte, o di mattina presto, al diavolo le convenzioni.

Già in tutta la vita aveva vissuto dentro le convenzioni, giustificandosi con la scusa che è difficile vivere secondo le regole.






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