Mauro Macario su Si resta sempre altrove di Stefano Vitale

Caro Stefano,


venerdì o sabato ho ricevuto il tuo bellissimo libro. Domenica pomeriggio l'ho letto lentamente ma senza mai staccarmi neanche per un attimo. Questo è un piccolo miracolo perchè di solito con la poesia contemporanea la mia soglia d'attenzione è piuttosto bassa. Ma riflette la rara capacità di far assorbire -perchè di questo si tratta- i versi che si gustano come un aperianima distinguendosi dall'omologazione vigente conquistando una lingua poetica originale e personalissima. Ti parlo da puro lettore perchè non sono uno studioso né sarei capace di recensire come fai tu a livelli altissimi. A volte mi piace leggere le tue analisi testuali più delle poesie degli autori di cui scrivi, anche se le tue scelte sono tutte di indubbia qualità e gradevolezza. Quindi mi esprimo nei limiti di una percezione sensibile, intuitiva, senza calarmi in verticalità da speleologo umanista. Per questo c'è già la tua poesia sinfonica, Pensavo, mentre leggevo, che stavo seguendo una partitura, ascoltando una sinfonia in parole. Musica da camera. Quartetto d'archi. Tale è la compostezza di un asciutto lirismo distribuito con un senso della misura e della continuità, senza grida, ma con quei morbidi movimenti interni della musica dei grandi compositori. Hai tenuto sempre un equilibrio ammirevole, cosa che a me spesso è sempre mancato. Ma io sono un caotico e tu un ordinato che si autosorveglia, centellinando si da miniaturista, ma badando ad essere sempre esaustivo nella escavazione contenutistica. Su questo pentagramma ideale hai scritto le note dello smarrimento, dello spaesamento, di un vagare malinconico in un non so, o dove sono, o in quale non luogo sono caduto. E dove andrò, dove andranno tutti. Con questo libro la poesia torna a viaggiare tra le istanze esistenziali di fondo, a cercare il sé perduto o troppo mischiato in un mondo in cui non ci riconosciamo più. E' una poesia controritmo al tempo storico, in questo senso è un po' taoista perchè frena, rallenta, torna a voler osservare, ma il paesaggio in cui si perde è quello interno. E' una poesia che ripiega in un suo arcaismo interiore, si scrolla di dosso gli scarti e i detriti inutili di vecchie mode obsolete che passano per nuove. E' neolitica. Come fossimo alle origini del mondo. E ci siamo ancora anche se forse ci troviamo nei pressi della fine. Non so se ho scritto cose lontane o vicine a te, ma sappiamo che la poesia è un'eco ribattuta da chi, soggettivamente, la percepisce a suo modo. E' il suo destino.

Curiosità : nel 2004 avevo pubblicato un libro che conteneva le mie tre prime raccolte e si intitolava IL DESTINO DI ESSERE ALTROVE. Pensa un po' ! E oggi, dall'altra parte del tempo tu mi rispondi : SI RESTA SEMPRE ALTROVE. Non è empatia taoista ? Tutto torna nel cerchio delle cose. Anche la fraternità.




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