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Liturgia della Parola 2: Quaresima dei linguaggi

  • 15 set 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Riflessioni e percorso a cura di Giansalvo Pio Fortunato


La foresta in autunno. Gustave Courbet, 1841
La foresta in autunno. Gustave Courbet, 1841



Ci muoviamo sul vuoto, sospesi tra macerie e visione, dove la parola non proclama, ma si manifesta come evento: fragile e instabile, eppure irriducibilmente presente. La fragilità del segno non è debolezza: è esperienza, respiro, corpo che appare e scompare, materia che si piega alla luce e all’ombra, sottraendosi alla riproducibilità e alla prevedibilità del quotidiano. Ogni gesto poetico diventa testimonianza di un mondo che vibra tra disgregazione e possibilità, dove l’eco del passato e del presente si intrecciano in un continuo gioco di risonanze. Il vuoto non è semplice assenza, ma terreno fecondo di possibilità, spazio in cui il segno può farsi evento puro, senza mediazioni. È l’intervallo in cui la parola pulsa come esperienza sensibile, incontro tra eros e trascendenza, tra materia e aura, tra caducità e visione. Come nelle immagini frammentarie o nelle epifanie sospese della memoria, ogni parola apre la possibilità di riscoprire il mondo, di vederne gli strati nascosti, le tensioni non dette, i percorsi di luce che attraversano il crepuscolo dell’ordinario. Nell’interruzione del tempo convenzionale, l’apocalisse poetica si manifesta come fenditura inattesa, come imprevisto che lacera e insieme illumina, rivelando ciò che sfugge alle coordinate ordinarie della percezione. La parola si consuma, si erode, si lascia attraversare dal silenzio; ciò che resta è presenza viva, incontro tra fragilità e assolutezza, tra eros e intensità percettiva, tra parola e corpo, tra materia del segno e trascendenza dell’esperienza. La poesia non spiega né dichiara: apre. Abita il limite, lo trasforma in esperienza e restituisce al linguaggio la sua forza più autentica: fragile, luminosa, cangiante come la luce sulle rovine, come l’aura di un oggetto che resta unico e irripetibile nel tempo. Ed è in questo spazio sospeso, tra macerie e visione, tra eros e trascendenza, che si manifesta il cuore della parola: “Nella rivoluzione del volto sta il segreto del verso.”

 

Manuela Tedesco

 

 

 

COLLETTA

 

Ora alloggiamo dove la parola non è programmatica: lascia due strade possibili. Tenere il vuoto alle calcagne ed ossidarlo, macerarlo; lasciare che il vuoto sia il mondo, dal firmamento fino alle viscere della cellula (anche nel respiro degli spiriti affranti). Tenere il vuoto innanzi – destinale – per un senso che si ciba di macerie, che erotizza le macerie, che augura la fine apocalittica del vivere: il pianto di Giona come momento di eiaculazione santissima.

Così il simbolo vacilla: ritorna nel grembo della madre per restare ben arroccato ed annunciare ai nuovi ministri della parola che il mondo non è fatto di zattere. Perquisisce, piuttosto, i cerchi e gli agnelli impiccati per lasciare il fumo delle carestie, il segno che il tempo dell’angelo in Egitto è venuto per il popolo eletto: non per i nemici

 

 

PRIMA LETTURA

 

Non basta l’arma degli spatriati. L’esilio non combatte: asseconda”.

C’era, un giorno, l’esilio come ombra rivoluzionaria e corsara. Essere nel tutto del verso richiedeva una sensata aspettativa dei pozzi nel mondo e l’esigenza di acqua da lasciar macerare senza angeli e demoni: per se stessa già nutriva fenomeni di abisso, glorificazioni, epifanie, diciture contratte. Un giorno, l’esilio era ombra rivoluzionaria e corsara. Mangiava decadimenti ed ascese pericolose: sapeva la gratuità dell’esistenza e l’euforia del suo tramonto.

Poi spatriarsi divenne il motto dei commensali. Ad ogni commensale fu richiesto di indossare la nuda carne e di vivere il posto esperienziale del mondo: di soggiornare all’ombra ferita e sofferta dell’Essere.

Il segno perse il suo dono di ombra. Il verso si fece candidamente oscuro, rinunciando ai perimetri quadrati degli esili dall’esperienza forte. Fu una geografia dei senza patria ed ogni s-patria divenne indirizzo esatto dal quale far parte le serigrafie. “E sia la massificazione del mondo: la carica intellettuale contaminata, la diaspora ben cadenzata”. Ad ognuno era dato il limite di metafisiche da storia. Ad ognuno non era detto come ora: era codice criptico vuoto.

 

 

 

SALMO

 

La parola che sa accartocciarsi vede

fuochi di terra, fenici tribali che corrodono l’aria

per lasciare traversate, luoghi di approdo

seminali.

 

Ad ogni strada esatta spetta un martirio:

noi che guardiamo l’incavo del corpo

immaginando un robusto occhio,

una falce che predichi di vegetare.

 

Così le linee – una ad una – lasciano

piani di pietra e fantasmi visibili. Creano

il luogo di Dio in cielo,

per non guardare le vertebre.

 

Così mordere il sacro diventa sacrale:

stessa luce nei pori, stesso movimento di getto,

stessa calibratura spenta, stessa fine augurata

 

per morire da vecchi musici.

 

 

 

ALLELUJA

 

Allelu-ja, Aa-lle-lu-jaaa, A-lle-e-lu-ja

Nella rivoluzione del volto sta il segreto del verso. Il verso ottiene posture.

Allelu-ja, Aa-lle-lu-jaaa, A-lle-e-lu-ja

 

 

 

 

VANGELO

 

1.     La rivoluzione in atto nella poesia passa per le guarigioni

1.1.          Ogni guarigione ha per suo luogo Gerico

1.1.1        Gerico non è luogo delle meraviglie. Ma approccio analitico al verso.

1.1.2        Gerico dà tempo all’ermeneutica: poi fila dritto.

1.2.          Per guarigione si intendano le omeopatie da apocalissi croniche

      1.2.1 Di quelle apocalissi che caratterizzano la falsa rivoluzione: il saltello che non ossigena il verso.

       1.2.2. Ogni saltello costa fatica e lo smemoramento.

     

2.  Il verso è cosa seria 

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