Jerzy Szymik*, Midbar di Raffaela Fazio


Shabbat, shemesh, tashmish

“Shabbat, shemesh, tashmish” – termini che ritroviamo in una delle poesie di questa raccolta di Raffaela Fazio – sono la trascrizione latina di tre parole ebraiche che significano rispettivamente: riposo, sole, contatto dei corpi. Ecco gli elementi che costituiscono “l’assaggio del mondo a venire” (come ci dice il titolo del componimento da cui sono tratti). In ordine inverso: amore, calda luminosità, tregua - tashmish, shemesh, shabbat... In queste poche parole si condensa ciò che emerge già alla lettura della prima dozzina di versi del presente volume, vale a dire la biblicità e la sensualità, la loro reciprocità e compenetrazione, con sullo sfondo una profondità metafisica, una profondità che si spinge lontano, raggiungendo forse anche una dimensione escatologica.

In primo luogo, ci colpiscono singole parole, singole immagini – scoperte che potremmo definire le perle del volume. Ad esempio, la schiena di un angelo curvo sulla vita, una vita umana concreta, la schiena che si rivela luce (“Di campi e di attesa”). O un improvviso vuoto di vento subito dopo lo schianto delle tavole rotte del decalogo (“Le prime tavole”). Cosa c’era scritto su di esse? Qualcuno se lo ricorda? Davvero le stesse parole che conosciamo da millenni?

Poi cominciamo a gustare l’originale prospettiva delle poesie. Ad esempio, in “Moria”, la prospettiva di Dio stesso, dalla quale la Poetessa guarda Abramo e Isacco, la loro passione e moderazione, la loro ribellione e obbedienza, il freddo del coltello e il peso della legna. Una prospettiva inconcepibile, perché quella dell’Inconcepibile. Oppure anche la prospettiva inimmaginabile dell’Inimmaginabile: ecco, in “Giona”, Dio guida il profeta disperato, frustrato dalla mera impossibilità di convertire i suoi nemici, o dal potenziale perdono divino concesso ai suoi persecutori, e lo guida attraverso esperienze davvero incredibili. O la stupenda prospettiva della donna, una delle tante che hanno dato “tutto l’oro” per un “vitello di metallo fuso” o addirittura “in cambio di una danza” come si apprende dalla poesia “Ai piedi del monte”. O la prospettiva di Rachab, una prostituta che fa quello che può, salva chi ama (“Rachab”). O la prospettiva di Rut (*Ti ho trovato; “Rut”), una prospettiva eterea ed erotica, delicata e soprattutto bella, aperta al futuro e al Mistero.

In seguito rimaniamo affascinati dalle interpretazioni. Come nel caso di “Ossa”, un componimento basato sulla visione di Ezechiele, dove Dio bacia i dispersi e “il midollo rilancia la corsa come il seme sotto la scorza.” E quando scopriamo con la Poetessa il significato profondo del nome di Dio – “non sarai mai solo”, il nome che è “come un nido” e che “cresce con l’uomo” e in cui “c’è spazio per il grido la lode il dubbio.”

Infine assaporiamo l’incantevole bellezza ed energia di questi componimenti. La loro bellezza par excellence, biblica. La loro energia divino–umana. Rimaniamo in presenza della Parola riflessa nella parola. MIDBAR.

È un bel titolo. Midbar, il deserto, è legato a Dabar, la parola-evento, spiega Fazio nell’introduzione. Quindi è “il luogo sia dello svuotamento che dell’incontro, entrambi necessari a una parola che, per esistere, deve farsi cassa di risonanza dell’alterità.” E nel deserto, suggerisce Fazio, “la parola evento inciampa di continuo su se stessa.” Questo ci spiega l’Autrice, il resto, il grande Resto, lo trasmettono i versi cinti dal nastro di questa grande parola e dai suoi cavernosi significati: MIDBAR.

Vorrei aggiungere una nota personale, io che da molti anni frequento la scuola di Ratzinger studiando i suoi libri: che il deserto - come parola, realtà, evento, topos biblico - contiene un’ambivalenza fondamentale. Per Israele, il tempo e il mondo del deserto erano un tempo e un mondo di estremo pericolo e di tentazione: mormorare contro Dio, essere insoddisfatti di Dio, desiderare di tornare al paganesimo, creare i propri idoli, vagare nelle terre desolate nel senso letterale e spirituale. D’altro canto, il tempo e il mondo del deserto sono stati il tempo e il mondo che hanno costretto Israele a cercare il vero Dio, cioè colui che ha tutto il mondo nelle sue mani, e che ovunque - anche nel mondo del vuoto e della sofferenza - può essere vicino all’uomo, può stargli accanto, può soccorrerlo, come Creatore e Salvatore, ovunque si sia smarrito. Il Dio che non può essere creato con orecchini fusi. Insomma: il deserto può essere luogo di tante forme di ribellione contro Dio (perché c’è il vuoto), e può essere luogo di ardente ricerca di Dio (perché c’è il vuoto). Una cosa simile è accaduta a Gesù, tentato nel deserto, di fronte a un dilemma: se dare alla gente pane, sensazioni, trionfo politico e vittoria della forza, o scommettere su un amore indifeso e su una parola impotente – DABAR nello spazio fisico e spirituale di MIDBAR...

Qui tocchiamo forse una delle chiavi principali per aprire/scoprire questo volume. Sicuramente non è l’unica. Ci sono molte poesie che mettono alla prova la parola: la picchiettano, la ascoltano, la annusano, ci infilano i denti, la osservano attentamente. Questo fenomeno - il dabar biblico - mai pienamente colto, il grande mistero dell’incontro delle persone nella parola, persone divine e umane, persone divine con persone umane. C’è anche qualcosa di ieratico e allo stesso tempo vivace in questi testi, come se esitassero costantemente tra la staticità della riflessione e la dinamicità dell’esistenza (es. “Pe-sach”). In ogni caso, si tratta di poesie sulla parola, che mettono continuamente alla prova la possibilità di esprimere con le parole il Mistero.

Le poesie del presente volume sono difficili, consapevolmente (autorevolmente) difficili, ma leggibili, non oscure; tengono sotto controllo la materia biblica e lessicale del testo. È la loro profonda biblicità - che è molto più di un materiale/punto di riferimento - a fornire loro spessore. Inoltre, siamo davanti a una poesia linguistica, nel senso che tenta costantemente le possibilità della lingua, cercando di “spremere” il massimo contenuto dalla lingua tramite una forma essenziale, economica, persino ascetica. Cinque citazioni in esergo, come cinque forti riflettori, illuminano la lettura e indirizzano la percezione del lettore in direzioni chiaramente indicate: relazione, esperienza, incontro, dialogo, io-Tu. E tutte queste correnti sfociano nello stesso mare: MIDBAR/DABAR. La scelta di queste e non di altre citazioni – di Heidegger, Bultmann, Rosenzweig, Buber e Di Sante – la dicono lunga sulle predilezioni dell’Autrice e sul profilo del volume. Vale la pena tenerle a mente quando si leggono i versi della raccolta.

Tuttavia, credo che la dimensione più profonda del libro si mostri chiaramente nel bellissimo componimento “Al guado”, dove Giacobbe combatte tutta la notte contro il Misterioso, l’Ignoto, l’Inconcepibile. Anch’io ho tentato di avvicinarmi a questa scena del capitolo 32 di Genesi in diverse occasioni, nel mio percorso poetico (e spirituale). Nel 1988, nella poesia “Il volto di Dio” scrivevo che

dall’osservazione del modo di combattere del Misterioso, è nato il judo:

il Misterioso si serve della forza umana

per sottoporre l’uomo ai suoi piani.

Dio rovescia Giacobbe con l’energia di Giacobbe.

Dio sconfigge Giacobbe con il successo di Giacobbe

(forse non è abbastanza chiaro, ma non dimenticare

che la lotta è avvenuta al buio)

e tre anni fa nella poesia “Il femore di Giacobbe”:

Dio mi catturerà nell’oscurità e nella debolezza

guadando un ruscello con acque fino al collo, di notte.

Impotente.

Irrimediabilmente rallenterà il mio passo.

Mi attaccherà e mi ferirà.

Ferendo mi benedirà. Benedirà

con una ferita nella vita e nella morte. È chiaro:

Dio non può fare a meno di preoccuparsi di me. (...)

Ecco perché

Non posso fare a meno di preoccuparmi di Dio.

Impotente.

Dedico entrambi i frammenti all’Autrice, che in “Al guado” dice a Giacobbe–Izraele:

hai finalmente un nome:

mai più baratto ma viva slogatura.

Il colpo d’ala

è perdono, distacco

non oblio

non vittoria.

Perché Dio lo ha benedetto “in quel luogo”, presso il guado dello Iabbok.

Perché, come si legge in un’altra poesia di Raffaela Fazio,

Il vero si fa strada

se i sensi sono arresi

complici del dubbio.

E mantice

l’assenza.

Qol demamah daqah.

*Jerzy Szymik (1953) è sacerdote, teologo, poeta e traduttore, professore ordinario di scienze teologiche, e di teologia dogmatica presso la Facoltà di Teologia dell’Università della Slesia, a Katowice, in Polonia. È autore di oltre cinquanta libri, tra saggi e volumi di poesia. Si interessa in particolare al dialogo tra la chiesa e il mondo, la fede e la cultura, la teologia e l’arte nel contesto del mondo contemporaneo.

Due poesie da MIDBAR:

Al guado

“Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell'aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all'articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. Quello disse: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!». Gli domandò: «Come ti chiami?». Rispose: «Giacobbe». Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!». Giacobbe allora gli chiese: «Svelami il tuo nome». Gli rispose: «Perché mi chiedi il nome?». E qui lo benedisse” (Gn 32,25-30).

Lontana

la carovana

la fatica, la fretta. Appena

un mormorio di stelle.

Negli anni

l’inganno

e un dolore segreto

- lo stringi come scusa per la fuga:

nel pugno

brucia ancora il calcagno

di tuo fratello.

Ma l’ombra che al guado ti afferra

ti assale o ti sostiene?

È timore

o nostalgia di completezza?

Forse è sogno

anticipo del giorno:

l’incontro che avverrà

somiglia a questa lotta solitaria.

All’alba

lasci la stretta

e nella carne

hai finalmente un nome:

mai più baratto ma viva slogatura.

Il colpo d’ala

è perdono, distacco

non oblio

non vittoria.

*

Qol demamah daqah

“E un vento fortissimo che spacca montagne e spezza le rocce era davanti al Signore. Non nel vento, l’Eterno. E dopo il vento, un terremoto. Non nel terremoto, l’Eterno. E dopo il terremoto, un fuoco. Non nel fuoco, l’Eterno. E dopo il fuoco, un suono di silenzio sottile. Come l’udì, Elia s’avvolse il viso nel mantello e uscì sulla soglia della grotta” (1 Re 19, 11-13).

Non vento di bufera

frastuono

non fuoco o tremore

non guerra, non pace

ma bocca che si apre

senza suono.

L’Eterno

è silenzio sottile

che ti vuole e che non rivela

niente: solo

ti concede un respiro

e un’ansia più mansueta.

Rinunci a capire:

è il tuo modo

di attendere il futuro

perché la conoscenza

è un’illusione.

Il vero si fa strada

se i sensi sono arresi

complici del dubbio.

E mantice

l’assenza.

Foto di Dino Ignani

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