Corrispondenze lucreziane in Poesie dell’inizio di Milo De Angelis
- almanacco
- 9 ott
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Gli ultimi due libri di Milo De Angelis, al momento in cui è cominciata la stesura della presente nota[1], sono la traduzione completa del De rerum natura di Lucrezio (2022)[2] – e Poesie dell’inizio (Mondadori, 2025)[3].
Due libri che possono sembrare – e ovviamente in gran parte lo sono – appartenere a due mondi diversi, ma che si affratellano in una traiettoria di riscoperta: uno riemerge dal lontano passato delle lettere latine, unicum poetico-filosofico della tradizione latina; l’altro riemerge[4] una scelta di poesie giovanili di Milo.
La traduzione del poema fisico-filosofico dell’autore latino suggella e completa un lungo periodo di frequentazione e corrispondenze del poeta milanese con Lucrezio, documentata fin dai tempi del ginnasio[5] e passata, tra le altre testimonianze, anche dalla traduzione di alcune parti di De rerum natura[6].
Ma, a parte la constatazione che l’Introduzione al De rerum natura ci consegna, a mano del traduttore, elementi molto utili per illuminare una serie di affinità e di sintonie tra il pensiero e il sentire lucreziano e quello del traduttore e trasduttore e l’ulteriore considerazione - abbastanza scontata - che entrambe le opere sono in qualche modo, seme e radice dei rispettivi percorsi (attraverso lontani ospiti e continuatori nel caso di Lucrezio; personale nel caso di De Angelis, realizzatosi in pieno attraverso la propria futura poetica) alcuni più definiti punti di contatto tra il pensiero lucreziano e le poesie dell’inizio sono in realtà evidenziabili, veri ponti costruiti dalla parola e dalla poetica dell’allora giovane poeta milanese.
Ne sottolineerò due.
Il primo è indiretto, e si trova nel breve saggio introduttivo a Poesie dell’inizio, a firma di Luigi Tassoni il quale, sfogliando i temi prediletti e pressanti di quegli anni di necessità poetica, scrive, a un certo punto che tra i «profili congeniali a questa poesia» il lettore troverà in quelle vicende «la neutralità degli dei[7]». Aspetto assolutamente centrale nella visione del mondo di Lucrezio, forse il più distintivo nel suo pensiero di «poeta con una forza introspettiva vicina alla letteratura del nostro tempo» con cui, in forza del suo «pathos, [del]la capacità di addentrarsi nei chiaroscuri dell’anima, di esplorare le zone più buie, inospitali, disabitate, vertiginose dell’esperienza umana[8]», Milo De Angelis ha intessuto nel tempo una sicura rispondenza di motivi. E tra questi, ai confini della solitudine e della fragilità – anche conseguenze della orfanità umana – è inevitabile non citare quello, onnipresente sia in Lucrezio – quale conseguenza di una natura in incessante e indistricato moto di costruzione e distruzione – che nel giovane Milo – maggiormente poggiata su un sentire e su un habitus adolescenziale - quello della morte[9].
Seconda corrispondenza. Nella poesia Apprendimento del dolore, proposta in due versioni, troviamo già nella prima, alcuni versi penetranti che il ginnasiale d’allora scrive: «alcuni, da grandi, / sapranno che c’è il nulla / e piangeranno» e «il non ancora che ci spaventa / è dentro la vita, anticipato con paura» (p. 63). Sembra qui riecheggiare Lucrezio nei suoi reiterati versi sulla fragilità e sulla paura insite nella condizione umana:
«Tanto più che tutta la nostra vita si affanna nell’oscurità.
Come dei bambini che tremano in mezzo alle tenebre cieche
e hanno paura di tutto, anche noi in piena luce temiamo talvolta
cose che non ci dovrebbero preoccupare, proprio come quelle
che i bambini nel buio temono e immaginano imminenti[10].»
(DRN, II, 54-58)
E ribadisce, con Lucrezio, il De Angelis traduttore, il senso di angoscia e paura del poeta: «Siamo come i bambini nel buio, siamo spaventati da ogni ombra, da ogni rumore, da ogni minima parvenza: noi, in piena luce, abbiamo le loro stesse paure e come loro temiamo sempre che da un momento all’altro possa capitarci qualcosa di terribile[11]».
Lucrezio, evidenzia ancora Milo De Angelis, è «maestro nell’indagare i sentimenti più bui e si sofferma con il suo sguardo tagliente su ogni sfumatura della sofferenza, con una capacità introspettiva totalmente nuova nella letteratura del suo tempo e con un’arte di scandagliare le tenebre che non si era mai vista prima». Capacità che, in qualche maniera non troppo dissimile, il giovane Milo ha già ereditato e che rende con le sue sfumature della sofferenza. Queste, secondo Luigi Tassoni, si polarizzano in tre livelli: il purgatorio in terra; il suicidio come cancellazione della memoria di sé; il nulla, concreta, materiale, oscillante – e aggiungerei in conclusione: lucreziana - presenza.
Alfredo Rienzi
26 Settembre 2025
[1] In occasione della presentazione presso l’Associazione “Vivere d’Arte” a Torino il 26 settembre 2025. Pochi giorni prima è stato rieditato da Mondadori anche Tema dell’addio
[2] Milo de Angelis, De rerum natura di Lucrezio, Mondadori, 2022 (in sèguito: DRN).
[3] Milo De Angelis, Poesie dell’inizio, Mondadori, 2025 (in sèguito: PDI).
[4] Per entrambe le opere il verbo è particolarmente indicato, portando con sé occorrenze romanzesche: il poema latino risultava essere dimenticato per secoli fino al1417, quando l'umanista e cacciatore di codici Poggio Bracciolini ne ritrovò una copia completa in un monastero nell'Europa centrale, probabilmente a Fulda, in Germania, scampato alla polvere, alle insidie distruttive e all’oblio. Le 51 poesie dell’inizio di De Angelis (di cui circa una metà anticipate nel 2017 nell’opus magnum Tutte le poesie 1969-2015) sarebbero rimaste incognite «se Angelo Lumelli non avesse ritrovato lo scartafaccio delle poesie scritte da Milo De Angelis tra i suoi sedici anni e il periodo di elaborazione di» Somiglianze; «Il ritrovamento del dossier [102 poesie in tutto – ndr] si deve all’affettuosa mano di Angelo Lumelli, come dicevo, che in una memorabile serata milanese, il 10 novembre 2016, lo restituì a Milo nel corso di un incontro pubblico per festeggiare i quarant’anni di Somiglianze» (L. Tassoni, in Prefazione a Poesie dell’inizio, cit., pp. V-VI).
[5] «posso dire di aver pensato a Lucrezio e di avere abitato nella sua casa per un importante periodo della mia vita […] Questa traduzione nasce […] da un lungo sodalizio con Lucrezio, che ha accompagnato tutta la mia vita: dalla tesina di Maturità al rapporto con il latinista Luciano Perelli, alle pubblicazioni scolastiche, alla rivista “Niebo” […] alle varie traduzioni apparse negli anni», Milo De Angelis, Introduzione a De Rerum natura di Lucrezio, cit., pp. IX-X.
[6] Milo De Angelis, Lucrezio, Sotto la scure silenziosa: frammenti dal De rerum natura, SE, 2005.
[7] Luigi Tassoni, in PDI, cit., p. VIII. Scrive De Angelis, nell’Introduzione a DRN, p. VII-VIII: «Siamo soli sulla terra e siamo destinati a morire. Nessun dio può aiutarci. Gli dei sono indifferenti e vivono una vita tutta loro, ignara della nostra. (DRN, V, vv. 1161-1217). Non abbiamo nessuno a cui appellarci. Non abbiamo nessuno da pregare».
[8] Milo De Angelis, DRN, cit., p. XI.
[9] Solo qualche esempio, limitandoci ai primi testi: «nemmeno / morire sarà un gesto personale» (p. 8); «la decisione / di studiare la morte» (p. 9); «la ruggine segna le stagioni / verso la morte» (p. 10); «comincerò a morire, con fiducia / e buona volontà […] È il passaggio dall’uomo al cadavere (p. 13); «soltanto / un atto di consenso ti separa dai morti / e tra essere e non essere vivo…» (p. 17) e via dicendo.
[10] Milo De Angelis, DRN, cit., p. 85.
[11] Ivi, p. VIII.



























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