Paolo Valesio - Un inedito
- almanacco
- 13 ott
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 14 ott

PROFONDO GAZA
Che cos’è quella silente bocca,
e mostruosa, sta divorando?
È l’elemento di umanità
dentro l’edificio del genere umano.
Quanto ci impiegherà, questo elemento interno,
per scomparire del tutto?
E: di quanto tempo avrà bisogno,
per riemergere –– se mai ciò accadrà?
Nel torpore distratto che tutti ci invade
–– noi, dico noi i distanti e benestanti, non gli schiacciati ––
pian piano e poi sempre più velocemente
conquistiamo l’indifferenza
rispetto a queste, e altre, domande.
Eppure a volte ci facciamo forza,
ci costringiamo a pensare
al gioco delle generazioni, che in vertigine passano
dai decenni ai saecula, e i cui moti e incontri
sono complicati come i passaggi degli astri.
Ricomincia allora l’ansia di domandare.
Anche se, più che lo sforzo del chiedere e chiederci,
quello che ci ritiene
è la paura delle risposte.
Ogni generazione (dicono) è segnata
da un momento cruciale, un sigillo
che permetta di dire:
ecco, la nostra generazione era quella di …
era quella che … Ma io non l’avevo mai sentito
questo stigma o sigillo nella carne;
mai ho con serietà parlato
della mia, o nostra, generazione ––
“mia” traducendosi
con complice e semplice naturalezza in “nostra”
“generazione”: è la parola d’ordine
che costruisce un gruppo
o un nodo, in fondo convenzionale.
Per prima volta adesso,
mi sento autorizzato, e posso dire:
“La mia generazione
è la generazione di Gaza”;
e non m’importa l’arbitrio
con cui traduco poi “mio” in “nostra”:
la voglio nostra perché
nel mio calar del sole
ho finalmente compreso che cosa vuol dire: scavare —
scavare fino in fondo, scavare
fino a trovare qualcosa
che io possa chiamare: io.
Che chiarezza mai, che luce è questa?
la chiarezza dell’ora e del qui.
Luce flebile, dunque –– luce che non illumina
nemmeno le più prossime generazioni,
che non rivela neppure
se ancora molte verranno
prima della fine dei tempi, non specula
se sia invece proprio questa mia
la generazione che segnala la fine,
o sia soltanto un anello
in una lunga catena.
Questo ho trovato,
che definire una vita non vuol dire: spiegarla.
Gaza è la mia definizione.
Paolo Valesio è nato a Bologna dove si è laureato, a partire dai primi anni Sessanta ha studiato e insegnato presso le università di Harvard, New York University e Yale. In quest’ultima ha lavorato per un quarto di secolo; Si è poi trasferito all’Università di Columbia a New York, dove fonda (nel 2006) e dirige IPR.Italian Poetry Review, ancora attiva fra New York, Firenze e Bologna. Nel 2013 conclude il suo percorso accademico e ritorna in Italia, dove diviene presidente del Centro Studi Sara Valesio a Bologna. Ha scritto libri di critica letteraria e numerosi saggi. Dal 1978 a oggi ha pubblicato tre romanzi e una ventina di raccolte poetiche, le più recenti fra le quali sono: Il Testimone e l’Idiota (La nave di Teseo, 2022) e Contemplazione, distrazione (Bohumil, 2025) .
Continua a lavorare a una Tetralogia costituita da un complesso di quattro “romanzi quotidiani” di natura diversa, che comprendono a tutt’oggi varie migliaia di fogli manoscritti, per la massima parte inediti. Dirige la collana teatrale “Persona” per puntoacapo Editrice, è consulente di case editrici, collabora al “quotidiano approfondito” online IlSussidiario.net, tiene la rubrica “parole, poesia” per il blog La poesia e lo spirito, e tiene il suo blog di critica Wordpress.com.



























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