Giovanni Merloni, La “poesia della prosa” di Loris Maria Marchetti


Ritrovo, nei dieci racconti del “Tappeto mobile” di Loris Maria Marchetti (Puntoacapo editrice, 2018), la stessa onestà intellettuale e coerenza che avevo riscontrato e apprezzato nelle sue poesie, insieme ad un nuovo, originalissimo modo di raccontare e sviscerare poeticamente le cose della vita, mostrandole d’un tratto (o fin dal principio) rovesciate, per portarne alla luce, serenamente e quasi allegramente il lato oscuro o il dettaglio infinitesimo —come l’Illustrato Fiat o l’inaugurazione del ristorante cinese o qualche altro nome o cosa — che si rivelerà decisivo, forse non per la storia via via ricostruita ma per il suo senso più profondo:


«Per Giovanni Pairetta l’Illustrato Fiat era la Bibbia, la sorgente e il deposito di ogni verità, di ogni conoscenza, di ogni misura di vita e di lavoro. L’Illustrato Fiat non poteva sbagliare, non poteva affermare niente di inesatto o di ingiusto o di cattivo perché era la voce della mamma e la mamma, figurarsi!, non può ingannare, tradire, deviare i suoi figlioli.»

Loris Maria Marchetti, “I cancelli di Mirafiori” in “Tappeto mobile”, Puntoacapo edizioni, 2018, pag. 16.


Un poeta e critico napoletano ha definito Marchetti "feticista del quotidiano": un quotidiano da elevare comunque a “exemplum”, non etico o conoscitivo, ma figlio o frutto del Caso o del Fato. Non si tratta dunque di un “quotidiano iperrealista” o inscritto in una qualsivoglia forma di “pop art”, bensì di un mondo di “cose” che si aggiungono, come altrettanti “aggettivi”, ai veri “oggetti” di una narrazione che, spoglia di inutili orpelli, trae forza dalla sua stessa, accuratissima misura: una vera e propria “metrica del racconto” che sostituisce, supera e fa dimenticare il vieto e inflazionato “suspens” di tante non più sopportabili “fiction” all’americana:


«L’invito in casa Canessi non fu quindi enfatizzato, bensì realisticamente dimensionato alla stregua di un normale incontro tra compagni di classe decenni. Niente di più. [.....] In realtà non si riuscì ad appurare se mi avessero proprio drogato: ciò che doveva rispondere al vero è che la cara e simpatica coppia fraterna, indulgendo capricciosamente a un giochetto non si sa se più crudele o perverso o idiota, aveva versato a più riprese nella mia bibita — mi sembra tè freddo — una polverina che con ogni probabilità altro non era che la cenere in cui si erano ridotte le numerose sigarette fumate da mademoiselle in quel memorabile pomeriggio.»

Loris Maria Marchetti, “Il compagno Rodolfo” in “Tappeto mobile”, Puntoacapo, 2018, pagg. 9 e 11.


Anche se a tratti “imbarazzanti” o “disturbati” dalle angherie visibili e invisibili della vita, i testi di Loris Maria Marchetti risultano sempre divertenti e rasserenanti perché condotti con lo sguardo “virgiliano” di una Guida che, pur tenendo gelosamente per sé la vastità del proprio tumulto interiore, ha la sorridente disponibilità di farsi accompagnare dal lettore nelle sue incursioni sentimentali nella Torino della gioventù e della prima, “spensierata” maturità: una Torino “mobile”, colta al volo e dipinta con caute ma dense pennellate, dove l’Autore sembra cercare il punto più adatto, ogni volta diverso, dove aprire una porta o un solo modesto spiraglio:


«Subito irruppero quattro vigili del fuoco di taglia e corporatura erculea che, spintomi da parte con fare quasi brutale, [...] si precipitarono nello studio-biblioteca [...] spalancando la porta-finestra rivolta anch’essa allo stesso terrazzo, qui tuttavia di superficie più ridotta. Seguendo la specie di uragano sollevato dai quattro, intuii che intendevano saltare, sì, proprio saltare, sull’analogo terrazzo dell’appartamento di fianco al mio...»

Loris Maria Marchetti, “Il pianoforte di Rah’el Ornstein” in “Tappeto mobile”, Puntoacapo edizioni, 2018, pag. 57.


Raccontare e rivelarsi è sempre difficile, come è doloroso e duro ogni volta decidere se andare o non andare alla festa. Il novanta per cento delle volte si preferisce restare a casa e tacere, oppure raccontare a voce, a un “estraneo fidato”, spiegando con gesti ammiccamenti e silenzi che i ricordi e i sogni preferiscono starsene rintanati in qualche vicolo cieco della nostra labirintica e altalenante memoria:


«E l’evento era, nella tarda primavera di uno dei primi anni Settanta, l’inaugurazione del primo ristorante cinese. Ora che i ristoranti cinesi hanno proliferato come i funghi, tutti uguali omologati anodini (eccetto un paio), fa sorridere ripensare a quell’evento, ma in questi giorni — in cui il cielo di piombo si andava paurosamente oscurando e una cappa di violenza irrazionale e tragica, già da qualche tempo in gestazione, prendeva a estendersi sinistramente sul Paese e, come si sperimentò in seguito, in particolare anche sulla nostra città — una bazzecola come quella, l’inaugurazione di un ristorante, poteva anche comportare una sfumatura simbolica di novità, di rinnovamento, di piacevole diversivo.»

Loris Maria Marchetti, “Il dono di Mnemòsine” in “Tappeto mobile”, Puntoacapo edizioni, 2018, pag. 51.


È a questo punto che, rotto ogni argine, il mondo segreto di Loris Maria Marchetti comincia a sgorgare lentamente e piacevolmente come un prezioso e inafferrabile vaso di Pandora:


«Potevamo così metterci a tavola. Lunella prese posto alla mia destra, Ondina di fronte a me, Leonardo alla sua sinistra, dirimpetto a Lunella. E la cena ebbe inizio. In un clima gioioso e rilassato, festevole e raggiante cominciò la sfilata variopinta e gustosa di toast di sesamo e riso in foglie di loto, di zuppa di pinne di pescecane e di maiale in agrodolce, di pollo al curry e bambù e anitra laccata o all’arancia, di gamberoni alla piastra e seppie al vapore, di gelati fritti e banane alla fiamma, di lychees e yang-mei (frutti d’amore)... per menzionare solo qualche piatto allora accolto con espressioni giubilanti e oggi, smorzato l’entusiasmo per il nuovo, quasi snobbato, come una sogliola al limone o una paillard.»

Loris Maria Marchetti, “Il dono di Mnemòsine” in “Tappeto mobile”, Puntoacapo edizioni, 2018, pagg. 54-55.


Ben presto, il lettore scopre che nei racconti di Loris Maria Marchetti le rivelazioni e i colpi di scena potranno esserci come potranno non esserci, perché lo scopo e il piacere della sua affabulazione creativa non è tanto quello di riprodurre i fatti (tutti i fatti), quanto piuttosto quello di ricostruire, proustianamente, un certo mondo, una certa atmosfera, una certa luce su un volto che riaffiora:


«Ma Jacopo cominciò ben presto a dissociarsi dal flusso compiaciuto della parlata del dotto illustratore. Vagava con lo sguardo tra il pubblico cercando la figura snella e perfetta di Letizia, l’azzurro splendente del suo abito, le luci mandorlate dei suoi occhi, gli echi armoniosi della sua voce musicale... Eccola laggiù, in ultima fila, naturalmente in piedi e chissà a che cosa stava pensando... […..] Mentre con lo sguardo cercava di seguire un poco ansiosamente i movimenti di Letizia — che, un po’ per sgranchirsi le gambe un po’ per non assopirsi alla torrenzialità letargica dell’oratore, si andava spostando con circospezione — nella mente faticava a sistemare e a riordinare quell’onda di ritagli e di frammenti che del tutto inattesa gli si era rovesciata addosso come un piccolo tsunami, taglienti tesserine di un adolescente timido e introverso destinato da una natura ipersensibile alle ferite della solitudine e dell’emarginazione.»

Loris Maria Marchetti, “Il vernissage” in “Tappeto mobile”, Puntoacapo edizioni, 2018, pag. 73.


Pur ammettendo che l’Autore di questi racconti fosse, egli stesso, quell’adolescente “timido e introverso destinato da una natura ipersensibile alle ferite della solitudine e dell’emarginazione”, la “poesia della prosa” di Loris Maria Marchetti non potrebbe mai essere paragonata a una pur vittoriosa battaglia contro eventuali, insopprimibili resistenze interne, dettate dalla riservatezza o dalla diffidenza. Il suo modo discreto (e trascinante) di condurre la macchina narrativa presuppone invece un’esigenza estetica assoluta, che si traduce in una incessante ricerca del “modo che non offenda” (innanzitutto colui che “osa” mettersi in gioco):


«Dopo parecchi minuti […..] ai miei occhi, che per un’ovvia quanto irrefrenabile curiosità erano rimasti incollati allo spioncino, si offerse la singolare e desolante scena dei quattro vigili che uscivano dalla porta di fronte sorreggendo la mia vicina malferma sulle gambe, anzi decisamente barcollante, ma in abito da sera, uno splendido abito da sera di rilucente seta grigio argento sopra il quale era stato pietosamente buttato un impermeabile non certo consono né per eleganza né per stato di conservazione. [.....] Questo signore, come da intesa, era salito al sesto piano verso le due, le due e un quarto, ed era rimasto esterrefatto vedendosi accogliere da una donna in abito da sera che, presto si accorse, faceva strani ragionamenti... […..] Uno dei più inquietanti e incomprensibili uditi da quel signore — volle precisare la portinaia — farneticava di incendi, di crepuscoli, di... dèi, sì, di divinità, curiosamente mescolati con ceneri, camini, gas, stelle gialle...»

Loris Maria Marchetti, “Il pianoforte di Rah’el Ornstein” in “Tappeto mobile”, Puntoacapo edizioni, 2018, pagg. 57 e 62.


Nella dialettica tra il mistero della vita e la tenace tessitura operata dalla scrittura, nel tempo precario di una parentesi retrospettiva o di una vacanza musicale, il lettore assiste, coinvolto, al farsi e disfarsi del tappeto o della tela dove il ricordo o il sogno riescono nonostante tutto a fissarsi:


«Non si pensi che, a mia volta, non abbia delicatamente e ripetutamente cercato di autoinvitarmi da lei, di accedere alle sue stanze per udirla suonare in presenza il suo Chopin, il suo Schumann, il suo Brahms. Niente da fare. […..] Quando suonava — e suonava con arte davvero sublime, non erano dischi quelli che udivo al di là della parete — doveva essere assolutamente sola. […..] — Sì — mi disse con un lieve e un po’ timido sorriso — quel che più mi dispiace è di non poter trasportare il mio pianoforte...»

Loris Maria Marchetti, “Il pianoforte di Rah’el Ornstein” in “Tappeto mobile”, Puntoacapo edizioni, 2018, pagg. 60 e 63.


Il mistero della vita non è altro che il mistero del tempo. E il tempo fugge, mobile come la donna sognata e schernita dal duca di Mantova e inafferrabile come la famosa “Marinette” di Georges Brassens. Del resto, è quasi impossibile che la felicità sia al rendez-vous quando noi siamo lì ad aspettarla e, soprattutto, che essa duri: «chi è amato non sa amare, lavora chi tradì» recita una indimenticabile “Cantacronaca” torinese degli anni cinquanta del secolo scorso. Del resto, quasi mai ci capita di esultare per il concretizzarsi dell’incontro tanto agognato: ci si affanna allora a raccontarne i surrogati, i perché è i percome di tanta casualità positiva o negativa, mostrando di non accorgersi che il tappeto, insieme alla terra (eppur) si muove, portandosi via il tempo.


«Quelli come me, se mai ve n’erano, non godevano per nulla, sia perché non coinvolti direttamente nei festeggiamenti, sia perché allarmati dal clima adescatore che gli si costruiva intorno: altro non gli restava che rimpinzarsi dei piatti appetitosi, delle paste deliziose, delle torte succulente e dei vini prelibati che si posavano sui tavoli.»

Loris Maria Marchetti, “Letterature comparate” in “Tappeto mobile”, Puntoacapo edizioni, 2018, pag. 29.


Avanzando nella lettura, ci si accorge che la fondamentale, paradigmatica instabilità del “tappeto mobile” non è altro che la fluttuazione continua della coscienza narrante, costretta e quasi soffocata da una verità opposta, quella di un mondo irreggimentato e “figé”, dove la noia tesse la sua inesorabile ragnatela e le occasioni arrivano sempre “fuori tempo massimo”: ad esse seguono “eventi” che si finisce sempre per osservare con la stessa distratta curiosità, dall’esterno, anche quando vi partecipa il narratore stesso. Dalla competizione tra i “fatti della vita” e il “flusso di una coscienza inquieta” scatta quindi un “tourbillon” di storie al rallentatore, in cui l’eventuale “finzione” si stempera in un vivacissimo e a volte spietato sondaggio psicologico, sfociante infine nella rivelazione svogliata di un futuro pieno di ipotesi e interrogativi:


«Quando si ha a che fare con l’infedeltà coniugale, la prima domanda che ci si pone, o una delle prime, è perché?; che subito scivola nel suo corollario: ma chi in realtà può aver cominciato per primo? Che tornando al nostro caso poteva anche far ipotizzare che l’ingegnere avesse cominciato per primo e coltivasse a sua volta relazioni extraconiugali. Superfluo dire che la signora era la favola del quartiere, anche se in nessun negozio o in nessuna bottega, per discrezione o per ipocrisia, si parlasse mai esplicitamente di lei sotto questo aspetto. [.....] Volendo indulgere a una scherzosa statistica, è facile dedurre che di quella famiglia la persona contraddistinta dal più elevato tasso di visibilità fosse senza dubbio la signora Ursula, seguita dalla sorella, dal nipote e, a debita distanza, dalla figlia e, buon ultimo, dal marito. […..]...io sempre sospettai che la signora Ursula, più che una moglie infedele, fosse una escort di lusso, come si usa dire adesso.»

Loris Maria Marchetti, “Una famiglia” in “Tappeto mobile”, Puntoacapo edizioni, 2018, pagg. 23 e 24.


Il “tappeto mobile” dove Loris Maria Marchetti fa incontrare o soltanto apparire i suoi variegati personaggi è quasi sempre la città di Torino, ma potrebbe anche essere il tappeto di un ring, dove quando non ci si ama ci si scazzotta, col rischio costante di finire, appunto, al tappeto. Su questo tappeto, in questa città, nelle sue case e ritrovi, si assiste — in uno stato di costante sospensione tra il sorriso divertito e la premurosa sensazione di pena — alla strenua lotta tra la quotidianità, inevitabilmente stereotipata e ossessiva, e la forza eversiva e a volte travolgente dell’amore, sia esso il frutto della fusione di due anime e corpi eletti, oppure di un ridicolo e patetico tentativo di uscire dalla più mortale delle solitudini. In questa lotta, raccontata dal Marchetti in una forma deliziosamente argomentata e prodigiosamente impalpabile, non ci sono vincitori né vinti: ognuno avrà la sua dose di felicità o di infelicità, insieme al suo fardello di errori e di squallori. Ma ci si può anche imbattere in qualcuno che è escluso, provvisoriamente o definitivamente, dagli spasimi e dai riti propiziatori dell’amore, come Umberto, il compagno di stanza di una indimenticata “vacanza culturale” in Costa Azzurra:


«In realtà Umberto non si chiamava Umberto. Umberto lo avevo ribattezzato io per la sua impressionante somiglianza con il re Umberto II di Savoia quale appare nelle fotografie dei venti-venticinque anni, all’incirca l’età che aveva il mio compagno di stanza, molto alto, robusto, i capelli dello stesso colore, taglio, foggia. Umberto ci era stato regalato come riempitivo per occupare, com’è giusto, il quarto letto della camerata, essendo gli altri stati assegnati a quella triade di demoni scatenati costituita da me, Silvio ed Enrico, compagni di scuola di vecchia data e da considerarsi un’anima in tre corpi.»

Loris Maria Marchetti, “Brividi neri” in “Tappeto mobile”, Puntoacapo edizioni, 2018, pagg. 41.


La triste o altalenante o frenetica storia di ognuno viene raccontata attraverso il filtro volubile del tempo, scandito da pochissimi eventi, per lo più dolorosi, che solo l’amore, l’amicizia o la “colonna sonora” di cui ognuno dispone (usata dallo stesso Marchetti come metafora “risolutiva” nel più sincero e spassionato dei suoi racconti), possono — se non cancellare o in parte rimuovere — almeno relegare in un angolo buio del ring (per essere, un giorno, ficcati come foto ingiallite sotto il “tappeto mobile” di un materasso):


«— Che hai, che ti succede? — gli chiesi sùbito, fermandomi un passo o due avanti a lui, tanto era stata incredibilmente brusca la sua inchiodata.

— Ma non hai visto, non hai visto laggiù — fece con voce strozzata — non hai visto laggiù, davanti a noi? —

E accennava con la testa, col mento a un punto della strada o del marciapiede in lontananza, a qualcosa che, mi accorgevo, non osava neppure nominare. Io guardavo, allungavo lo sguardo e non vedevo nulla di strano, se non qualche raro viandante notturno al pari nostro e il flusso invece fitto di veicoli che sembrava anzi accrescersi instancabile.

— Veramente non ho visto nulla. Mi vorresti spiegare che cosa hai visto tu, piuttosto?

— Ma come — riprese lui, senza avanzare di un millimetro, con la smorfia di dolore se possibile ancora più marcata — non hai visto là davanti quel gatto nero che ci ha attraversato la strada?»

Loris Maria Marchetti, “Brividi neri” in “Tappeto mobile”, Puntoacapo edizioni, 2018, pag. 44.


Dal principio alla fine della lettura dei racconti di Loris Maria Marchetti — dove ritrovo ancora le voci di Bulgakov e Buzzati, ma anche quelle di Italo Svevo e di Giuseppe Berto (autore dell’indimenticato “Male oscuro”) — ciò che intriga e conquista, rendendo fluida, avvincente e non dilazionabile la lettura stessa è il suo particolare modo di raccontare sviscerando, contraddicendo, relativizzando o mettendo in una luce sempre inattesa — magari ricorrendo a un gusto epistolare preso in prestito dalla “Nouvelle Héloise” piuttosto che dalle “Liaisons dangereuses” — la gravità di un evento, di una situazione, di un destino:


«Lasciando il mio ufficio a fine giornata, io ero lieto e compiaciuto al pensiero che il giorno successivo, o dopo due o tre al massimo, ti avrei ritrovata per proseguire insieme il nostro tragitto quotidiano, ma non sentivo quella urgenza irresistibile di rivederti la sera stessa o il fine settimana o comunque in un contesto che non fosse quello professionale. Dovrei forse dire che “mi accontentavo”? [...] Mi viene da pensare — ricorrendo a una metafora un poco stravagante — che in tutti questi anni tu abbia costituito una sorta di colonna sonora nella mia esistenza, di elemento accessorio nello svolgimento di quel film che è stata la mia vita degli ultimi vent’anni, ma senza il quale la pellicola non sarebbe quella che è, le immagini non avrebbero la forza e la valenza che hanno assunto: ecco, il paragone ti sembrerà barocco e certo lo è, tu sei come la musica nel film, che esalta gli effetti, preannuncia le sorprese, sottolinea le tensioni, rinforza le passioni, colorisce i paesaggi, drammatizza le situazioni... ma è sempre — ti prego, non offenderti — un elemento aggiunto. Fondamentale ma aggiunto. Certo è stato un privilegio incomparabile godere di questo elemento aggiunto (specie nel periodo in cui si lavorava insieme), di questa colonna sonora presente nei miei giorni, è stata un dono costante, confortante. Forse, temendo di perderlo qualora si fosse trasformato, non ho voluto o non ho potuto, con inconscio egoismo, farne una colonna, come dire?, più centrale, la colonna centrale della nostra esistenza.»

Loris Maria Marchetti, “Colonna sonora” in “Tappeto mobile”, Puntoacapo edizioni, 2018, pagg. 88 e 97.


Tra i tanti personaggi (dei due sessi) che si alternano sul “tappeto mobile” — vivaci o rinunciatari, prepotenti o ubbidienti, aridi o fantasiosi, scettici o fanatici — l’unica persona realizzata e affettuosamente invidiata sembra essere l’amico Leonardo, che, una volta incontrata la sua Ondina, cesserà per sempre di essere un’anima in pena. Agli altri incontri, infelici o inutili, non seguiranno, credo, ondate di rimorsi o di rimpianti, anche perché, come si è detto, nella poetica di Loris Maria Marchetti — dove assai raramente, e con riluttanza si ricorre all’artificio del “fulmen in clausola” — non conta tanto il destino che può risolversi in un fine lieto o amaro, quanto l’arte della conversazione innescata dalla riflessione o dalla trasfigurazione fantastica degli eventi spesso e volentieri narrati in modo indiretto e volutamente parziale.

Nella loro spoglia leggerezza e ostinato anticonformismo, i racconti del “Tappeto mobile” di Loris Maria Marchetti, risultano sempre avvincenti, grazie anche a certi sotterranei paradossi:

— uno strano inaspettato effetto di “gravità dolorosa” nei racconti apparentemente più disimpegnati (come quello del Laurenzi, fissato con “le bionde longilinee coi capelli lunghi e lisci”):


«Qualche giorno fa percorrevo pigramente i portici di corso Vittorio Emanuele verso piazza San Babila quando quasi mi scontro con una sventola di bionda longilinea coi capelli lunghi e lisci, statura da valchiria, fisico e gambe da schianto, piglio energico e volitivo, che, sventolando una splendida borsa a tracolla, ancheggiando mordeva il pavimento in senso inverso. Neppure il tempo di riprendermi dall’emozione per il mirabile impatto che a sei o sette metri dalla ragazza vedo arrancare verso di me, cioè dietro di lei, Guido Lorenzi: invecchiato, smagrito, non fermissimo sui suoi trampoli a compasso aperto, gli occhi fuori dalle orbite, quasi la schiuma alla bocca, cercava disperatamente di non perdere contatto con le parti posteriori, almeno, della bellona.»

Loris Maria Marchetti, “Il vizio di Guido Laurenzi” in “Tappeto mobile”, Puntoacapo edizioni, 2018, pagg. 80-81.


— o, all’opposto, l’escamotage di una speranza in “zona Cesarini” per le storie più sottilmente drammatiche dal punto di vista psicologico e umano, come quella del pittore di mondi sprovvisti di figure umane che finisce per rincorrere, ciclicamente, figure (femminili) destinate ad installarsi stabilmente sul suo orizzonte:


«”...e la problematica coloristica del nostro artista... incentrata, come è noto, su un repertorio iconologico... di cui tra breve daremo i tratti distintivi, i connotati, con la totale esclusione della figura umana o, meglio, di quel che resta della possibilità di rappresentazione euristica della figura umana...” A quel punto, tuttavia, gli occhi del pittore erano più che mai volti a ricercare i tratti e il profilo di una figura umana (per la precisione, femminile) che non riuscivano più a scorgere nel folto gruppo di invitati. E per quanto lo sguardo si adeguasse a un’estrema acutezza, non riusciva più a posarsi sulla inattesa, rinfrescante, giovanile (se non giovanissima) immagine di Letizia. Doveva essersene andata discretamente, senza farsi notare. Ponendosi, probabilmente, qualche domanda, certo non poco stupita, forse, chissà, perfino ammirata.»

Loris Maria Marchetti, “Il vernissage” in “Tappeto mobile”, Puntoacapo, 2018, pag. 74.


A conclusione della lettura dei racconti di “Tappeto mobile” (e della contestuale rilettura delle poesie raccolte in “Latitudini fluttuanti”) di Loris Maria Marchetti, considero doveroso rivolgere un ringraziamento entusiastico a questo Autore-equilibrista per il quale la misura — strumento indispensabile della sua “metrica del racconto” (come della sua “poesia asimmetrica” ) — non è il frutto di calcoli né di matrimoni combinati, cose che egli rifugge come la peggiore delle pandemie, ma il risultato puro, semplice e terrestre (anche se un po’ soprannaturale) delle dure o strambe lezioni della vita.

Credo che, come me, tanti poeti o scrittori che vivono lontani gli uni dagli altri, inconsapevolmente stanchi delle loro sterili megalomanie e insondabili frustrazioni, dopo aver incontrato Loris Maria Marchetti non si sentiranno più soli e, ripercorrendo con occhio severo il tragitto dei propri errori, sapranno finalmente dove mettere le mani.



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